Archivio di Dicembre, 2008
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Il presidente iraniano Maohmoud Ahmadinejad
Gli attacchi di Mumbai aprono nuovi scenari per le elezioni del Parlamento in India. E la paura può giocare un ruolo di primo piano. Il partito conservatore Bjp può soffiare sul fuoco dell’insicurezza, alimentato dalla tensione con il Pakistan. Allo stesso tempo, Nuova Delhi può contare sugli accordi con gli Stati Uniti per intensificare la repressione di quei nuclei del terrorismo islamico che ha come punto di riferimeno Karachi. E in caso di guerra la minaccia interna più pericolosa, secondo il primo ministro Manmohan Sigh, sarebbero i guerriglieri maoisti: secondo gli esperti, però, un eventuale movimento di truppe costerebbe tre miliardi di dollari alle forze armate indiane. Forse una cifra troppo elevata per un 2009 che annuncia una crisi economica, anche per uno Stato con un prodotto interno lordo in rapida crescita.
La crisi dell’auto annuncia un nuovo periodo nero per il Giappone? La Toyota annunciato per la priva volta un bilancio in passivo, anche se di poco. Altre imprese hanno iniziato a tagliare la produzione e i posti di lavoro. Sollevando il timore del ritorno di una spirale di riduzioni dei prezzi che ha colpito il Paese per sette anni, dal 1999 al 2006. Fiducia in calo, spese in contrazione, sviluppo che rallenta. Con effetti profondi sulla vita delle famiglie. E la crisi economica peggiora le prospettive: la banca centrale giapponese, a differenza della Fed americana e della Bce europea, non può tagliare un costo del denaro che è già vicino allo zero. Il 2009, quindi, potrebbe riservaree amare soprese.
Curare l’aids con rimedi tradizionali: nello Zimbabwe è stata la politica sanitaria ufficiale fino a poche settimane fa. E in pochi mesi ha portato a 350mila morti. Se l’orientamento dello Stato sudafricano ora è cambiato radicalmente (il ministro è stato sostituito), la diffusione dell’hiv resta un’emergenza nell’Africa meridionale. In Zambia il 15% degli adulti è sieropositivo. Ma alcuni Paesi hanno adottato programmi all’avanguardia: il Malawi, una nazione che confina con lo Zimbabwe, distribuisce grautitamente i farmaci antivirali. Eppure è proprio in quest’area che la politica estera dell’amministrazione Bush si è impegnata con ingenti finanziamenti, in collaborazione con le associazioni filantropiche. E secondo la Banca mondiale, le organizzazioni private investiranno nei prossimi anni miliardi di dollari per contrastare la diffusione di malattie diffuse nel continente: malaria, colera, tbc. Una scelta che potrebbe determinare una svolta rispetto all’intervento delle istituzioni internazionali.Per gli investigatori dell’antidroga degli Stati Uniti, il Messico ha sostituito la Colombia nel traffico di sostanze stupefacenti nel Nord America. Nel 2008 sono state più di 5mila le vittime negli scontri tra cartelli criminali per il controllo del mercato della droga: 1500 in una città al confine con il Texas, Juarez. La frontiera diventa quindi un’area a rischio che richiama l’interesse di organizzazioni malavitose sempre più agguerrite nei commerci illegali con gli Usa. Ma di recente, a causa del rallentamento della locomotiva americana, sono aumentati i migranti clandestini che ritornano in Messico per sfuggire alla disoccupazione. Alimentando il richio di nuove tensioni sociali.
Dall’era post Saddam all’era post Stati Uniti: gli iracheni a gennaio andranno al voto per le elezioni provinciali. Non si è ancora spenta l’eco del gesto del giornalista Muntader al-Zaidi che ha lanciato le sue scarpe contro il presidente americano Geroge W. Bush. Un episodio che ha diviso l’opinone pubblica. Ma potrebbe anche tornare a vantaggio dell’attuale premier, Nuri al-Maliki: nel processo in tribunale potrebbe prendere le difese del reporter iracheno e guadagnare popolarità. Andranno alle urne 17 milioni di persone.
Si tratta del quarto Stato più corrotto del mondo, indicato dai rapporti delle organizzazioni internazionali come un corcevia del traffico di droga e di armi: il Kosovo è un banco diprova per la politica dell’Unione europea nei Balcani. Con Eulex i Paesi Ue hanno inviato una missione per controllare i primi passi dello Stato che ha dichiarato l’indipendenza quest’anno. Ma secondo il Wall street journal il leader dei kosovari, Hashim Tachi, è anche sospettato di aver preso parte a commerci illegali.
Secondo gli analisti la crisi iniziata con la bolla dei mutui americani è più grave della Grande depressione del 1929. La reazione a catena iniziata nel mercato immobiliare ha coinvolto le banche, determinando il fallimento di prestigiosi istituti di credito come Lehman Brothers. E, allo stesso tempo, l’amministrazione Bush ha varato piani di salvataggio con lauti finanziamenti: una scelta impensabile fino a qualche mese fa. La locomotiva amercina, però, sembra ancora inceppata e i posti di lavoro continuano a diminuire. Se da un lato nei primi mesi del 2009 la crisi potrebbe diventare ancora più profonda trascinando anche altri Paesi, dall’altro gli sforzi internazionali di trovare una strategia comune per affrontarla si intensificheranno. Ma gli occhi saranno puntanti anche sul nuovo presidente Usa, Barack Obama.
Rifugiati, confini, Gerusalemme: Tzipi Livni, leader di Kadima, centro, vuole affrontare questi nodi aprendo un confronto con l’Anp di Abu Mazen e approfittando dell’occasione rappresentata dall’elezione di Obama. Al contrario Benjamin Netanyahu, alla guida del partito di destra Likud, vorebbe congelarle sine die, rifiutando qualsiasi concessione. Le elezioni di febbrario per il Palamento potrebbero essere decisive negli sviluppi con la questione palestinese: i sondaggi più recenti (ma precedenti all’offensiva di Gaza) rivelano un vantaggio per il Likud, anche se la guerra sembra aver ridato qualche punto di popolarità alla Livni e a Barak, il ministro della Difesa laburista. Se vincesse la destra, gli spiragli per la trattativa, comunque, dovrebbero restringersi ulteriormente.
Teheran è una spina nel fianco per gli Stati uniti. Ma potrebbe contribuire a stabilizzare gli equilibri in Medio Oriente. Nel 2009 il presidente Barack Obama dovrà affrontare un tavolo di trattativa ampio. Negli ultimi anni l’Iran ha fatto molti passi in avanti nel programma nucleare, ma sempre senza riconoscimenti da parte delle Nazioni Unite: gli Usa, invece, potrebbero riuscire a diminuire la pressione internazionale. Contemporaneamente, Teheran potrebbe giocare un ruolo decisivo in Medio Oriente, soprattutto nel processo di pace in Palestina, allentando i finanziamenti ad Hmas e Hezbollah. Alta tensione tra Russia e Ucraina: Mosca chiede 1,4 miliardi di euro per le forniture di gas non ancora pagate. Altrimenti taglierà i rifornimenti a partire dal primo gennaio. Per Kiev le cattive notizie non finiscono qui: il prezzo del gas potrebbe raddoppiare. Una trattativa che preoccupa l’Europa perché la maggior parte del metano che arriva dalla Russia passa attraverso l’Ucraina. Ma è un braccio di ferro che probabilmente anticipa un calo dei prezzi previsto per il 2009. E inciderà negativamente sulle casse dei giganti dell’energia russi.
La decisione (quasi ufficiale) era scontata: l’Autorità Nazionale Palestinese ha sospeso i colloqui di pace con Israele dopo il lancio dell’operazione “Piombo Fuso” contro Gaza. Con le bombe che cadono sugli alti edifici della Striscia, colpendo anche i civili palestinesi, il presidente dell’Anp Abu Mazen ha dovuto mettere da parte le sanguinose divisioni con Hamas e schierarsi con il suo popolo.
Ma è evidente che la frattura con il partito islamico rimane. E’ ancora profonda la ferita apertasi un anno fa con lo scontro armato tra i fondamentalisti e i miliziani di Al Fatah, che portò all’estromissione della formazione “laica” dal potere a Gaza City. Ora, la nuova crisi israelo-palestinese porta a galla tutte le debolezze politiche di Abu Mazen. L’erede di Yasser Arafat, ormai alla scadenza del suo mandato presidenziale (il 9 gennaio, anche se, visto la situazione non sono state ancora convocate ufficialmente nuove elezioni), è imponente; tagliato fuori da tutto ciò che accade dalla Striscia. Le due parti in guerra non lo ascoltano, anche se il governo Olmert lo continua a considerare l’unico interlocutore nel campo palestinese. I leader internazionali lo chiamano nel suo ufficio di Ramallah, ma lui può solo limitarsi a prudenti prese di posizione. Tutta questa debolezza, però, potrebbe trasformarsi in forza. Se Hamas dovesse essere sconfitto, se la sua influenza e il suo consenso diminuissero, Mahud Abbas ( il vero nome del presidente dell’Anp) potrebbe così tentare la carta, prima di una facile rielezione nei primi mesi del prossimo anno e poi della riconquista del controllo di tutto il territorio palestinese. Una chiave di lettura questa, coniata da diversi analisti. Nei giorni scorsi, Haaretz ha pubblicato una ricostruzione delle ore che hanno preceduto il lancio dell’offensiva. Secondo il quotidiano israeliano, il ministro degli esteri Tzipi Livni avrebbe chiamato prima Abu Mazen e poi il presidente egiziano Hosni Mubarak per avvertirli dell’inizio delle operazioni militari, ottenendo il loro segnale verde. Una versione smentita da Hafez Barghouti, direttore del quotidiano Al Ayat Al Jadeeda, giornale quasi organo ufficiale dell’Anp.
“Conoscono bene Mahud Abbas – dice il giornalista dal suo ufficio della West Bank – e le posso assicurare che, seppur sia un leader meno forte, meno popolare, meno carismatico di Arafat, è sicuramente un uomo politico onesto e anche nei momenti di maggiore confronto con Hamas lui ha sempre anteposto il bene del popolo palestinese a quello della sua fazione politica”. Per Barghouti, questa è l’unica carta che può giocare Abu Mazen per rimanere in sella. Non lo dice apertamente, il cronista palestinese, ma lo si capisce dal suo commento all’osservazione secondo cui una decisiva sconfitta di Hamas potrebbe diventare una forte affermazione di Al Fatah. “No …guardi….. una continua scissione nel nostro campo, una divisione tra Gaza e Cisgiordania, avvantaggia soltanto le fazioni israeliane meno favorevoli alla pace e alla nascita di un nostro Stato. Se si fosse cercato un vero accordo di pace in passato, non saremmo a questo punto” Ovvero, solo se Abu Mazen si dimostrerà il presidente di tutti i palestinesi, uscirà vincitore da una delle più gravi sfide affrontate finora. Attraverso le maglie di queste affermazioni molto diplomatiche si intravvede quello che è il vero obiettivo del Numero Uno dell’Anp: una nuova intesa con il partito fondamentalista, questa volta da una posizione di forza , una sorta di resa alla sua autorità da parte della leadership di Hamas.” Lui ha fatto di tutto per convincere Hamas a non interrompere la tregua. Era stata sua l’idea di un cessate il fuoco, ne aveva parlato con il Cairo e gli egiziani erano riusciti a far concludere un’intesa indiretta tra fondamentalisti e governo Olmert. Ma poi, è finita come sapete. Non solo – prosegue il direttore dell’Al Ayat Al Jadeeda – Lui ha tentato di riesumare i colloqui tra Hamas e Al Fatah. Aveva invitato a Ramallah i dirigenti islamici, gli aveva detto ‘dobbiamo essere come una sola mano, tutti uniti’, ma loro hanno rifiutato di incontrarlo. “Se gli avvenimenti li costringeranno, se verrano isolati dai contatti con gli sponsor iraniani e siriani, se verranno stremati dall’assalto israeliano, è però possibile che gli antagonisti del Numero Uno dell’Autorità Nazionale Palestinese si rechino a Canossa .Decidano di scendere a patti. Ipotesi in questo momento molto remota, ma non impossibile da realizzarsi. Almeno nei piani di Abu Mazen. Sarà giusta la sua scommessa?

Nessuna festa per l’ultimo dell’anno in piazza Taxim, il punto di ritrovo più famoso di Istanbul. Nella megalopoli sul Bosforo, la musica e i colori hanno lasciato spazio agli slogan anti-Israele e alle bandiere bruciate. L’unico vero alleato che il Paese della stella di Davide ha nella regione è rimasto due volte sgomento davanti al raid aereo su Gaza che ha causato la morte di centinaia di persone, non tutte appartenenti ad Hamas.
Sabato scorso, a distanza di poche ore dal primo attacco, in migliaia si sono riversati in piazza per protestare. Il giorno dopo, l’ondata di rabbia si è diffusa un po’ in tutto il Paese. Ancora lunedì molti manifestanti si sono radunati davanti all’ambasciata israeliana ad Ankara. Non va tra l’altro dimenticato che la Turchia si era spesa moltissimo, durante tutto l’anno, nel condurre i colloqui di pace indiretti tra Siria e Israele per la restituzione delle alture del Golan.
“Le celebrazioni per l’inizio dell’anno in piazza Taxim sono state cancellate a causa degli ultimi sviluppi nella nostra regione”, è stato il laconico commento diffuso dalla municipalità nella mattinata di lunedì. Un segno tangibile di quanto l’azione israeliana abbia fortemente contrariato la gente comune così come la classe politica turca. Il primo ministro Tayyip Erdogan e il presidente della Repubblica Abdullah Gul avevano subito espresso una dura condanna dell’accaduto, invitando al tempo stesso Hamas a desistere dal lanciare razzi su Israele. Senza usare mezzi termini Erdogan aveva definito l’attacco israeliano “un crimine contro l’umanità”.
Seguendo la posizione della Siria, il ministro degli esteri turco Ali Babacan ha fatto sapere da Ankara che, date le circostanze, le trattative di pace per la restituzione delle alture del Golan sono interrotte. E questo a poca distanza dalla recente visita del premier israeliano Ehud Olmert in Turchia. “La scelta di Israele di condurre un’azione di guerra contro i palestinesi mentre sta portando avanti i negoziati con la Siria ci ha fortemente deluso”, ha dichiarato Babacan. In Siria si trova la leadership in esilio di Hamas, l’organizzazione, considerata terroristica anche da Europa e Stati Uniti, che controlla la striscia di Gaza dal giugno dello scorso anno, a seguito del risultato elettorale.
Secondo quanto ha rivelato il quotidiano turco Hurriyet nella giornata di lunedì, all’inizio del mese di dicembre, Israele e il presidente palestinese Abu Mazen avevano chiesto ad Ankara di intervenire per spingere Hamas ad estendere la tregua. L’invito era stato però respinto, considerate, stando alle stesse fonti, le scarse possibilità di riuscita. In particolare, Abu Mazen aveva inviato nella capitale turca il leader del gruppo parlamentare di Fatah. Quest’ultimo si era incontrato con Ahmed Davutoglu, il primo consigliere di Erdogan in tema di politica estera.

L’obiettivo dell’offensiva israeliana contro Gaza? Rioccupare per lungo tempo una parte della Striscia, distruggere la capacità militare di Hamas, indebolire a punto tale la sua forza da permettere dall’Autorità Nazionale Palestinese del Presidente Abu Mazen di ritornare al potere a Gaza, laddove, un anno fa, è stata estromessa con un colpo di stato militare del partito fondamentalista islamico.
Eli Karmon, stratega, direttore dell’Istituto di Politica Internazionale e di studi contro il terrorismo di Hertzlya, è un uomo spesso consultato dal governo israeliano su temi come la sicurezza nazionale. Si schernisce, afferma di non conoscere con precisione i piani dello stato maggiore dell’esercito ma poi, con le sue risposte, fa intravvedere quasi con precisione gli scenari che potrebbero verificarsi nei prossimi giorni, nelle prossime settimane. “L’offensiva di terra, dopo i bombardamenti aerei di questi giorni, sarà inevitabile. Con la decisione di richiamare in servizio 6700 riservisti, schierare i carri armati, ammassare centinaia di soldati ai confini della Striscia, mi sembra evidente che si vada verso una nuova incursione”. Ma, spiega l’analista militare, non sarà un touch and go, un mordi e fuggi, come è accaduto nel recente passato. Sarà, come già anticipato da fonti del governo di Gerusalemme, un’operazione destinata a durare nel tempo. La più importante offensiva contro Gaza fin da quella che nel 1967 permise ai carri armati con la Stella di David di conquistare l’intera Striscia, ha scritto il quotidiano Hareetz.
“Non penso comunque che sia intenzione ripetere l’invasione di 40 anni fa. Israele non è interessata a questo. Credo invece che si voglia solo un’occupazione parziale, ma duratura, almeno diversi mesi, allo scopo di creare una sorta di zona cuscinetto con il sud di Israele. E, ripeto, io non conosco i piani nel dettaglio, ma sono sicuro che i soldati israeliani vorranno controllare l’area al confine con l’Egitto. Da lì, entrano attraverso le centinaia di tunnel, i missili che poi Hamas spara contro le nostre città”. Già, perché è intenzione del governo Olmert, anche in vista delle elezioni politiche anticipate del prossimo 10 febbraio, farla finita con Hamas, almeno dal punto di vista della minaccia militare che i miliziani possono arrecare alla sicurezza israeliana. “Nessuno pensa di poter cancellarla come formazione politica, ma non deve essere più un problema “bellico” spiega Eli Karmon. “Non possiamo più permetterci che venga riarmato con è accaduto con Hezbollah in Libano che, a tre anni dall’ultima guerra in Libano, è ancora più forte di allora, con l’aiuto di Siria e Iran”. Per questo, è stato decisa l’operazione, con attacchi chirurgici su caserme e altre infrastrutture militari palestinesi. Per questo, l’offensiva terrestre non dovrebbe essere una “semplice” invasione di tutta la Striscia, con il rischio di combattimenti corpo a corpo nelle strade di Gaza City, una delle zone a più alta densità abitativa del mondo. No, secondo il professore dell’Istituto di Politica Internazionale, la posta in gioco non è il controllo di un territorio che tutti considerano palestinese, ma più “semplicemente” l’eliminazione del pericolo Hamas
Hamas: genesi e storia
“Penso che il suo forte indebolimento militare potrebbe portare anche a dei cambiamenti politici nella Striscia. L’Autorità Nazionale Palestinese potrebbe riprendere così il potere a Gaza. Con loro sarebbe possibile stipulare un accordo per evitare il riarmo del partito fondamentalista islamico”. Karmon sottolinea questo punto. Forse voi in Europa ve lo siete scordato - spiega - ma un anno fa Hamas ha compiuto un colpo di stato a Gaza, uccidendo almeno 200 miliziani di Al Fatah, il partito di Abu Mazen. “Finché gli integralisti comanderanno nella Striscia avranno la possibilità di mettere il veto su ogni possibile intesa di pace israeliani e palestinesi” puntualizza lo stratega di Hertzlya. “E’ ora che questa situazione cambi”.
Colonne di fumo a Gaza city, colpita dai missili israeliani
Finora i raid israeliani nella Striscia di Gaza hanno ucciso quasi 350 vittime. La diplomazia è al lavoro per riportare la tregua nella polveriera mediorientale: i ministri degli Esteri dei Ventisette si vedranno domani a Parigi per un vertice straordinario sulla crisi di Gaza e il presidente francese, Nicolas Sarkozy, ha programmato un incontro con Tzipi Livni a inizio gennaio. Il segretario di Stato americano, Condoleezza Rice, ha avuto contatti con il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-Moon (che ha chiesto “un immediato cessate-il-fuoco”) e con diversi capi di Stato e di governo, tra cui il premier israeliano, Ehud Olmert, quello libanese Fuad Siniora, l’Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione europea Javier Solana e i ministri degli Esteri di Francia, Gran Bretagna, Egitto, Arabia Saudita, Turchia e Israele.
La tregua, però, sembra tuttavia sempre più difficile a causa dell’incessante lancio di razzi da parte di Hamas in territorio israeliano. Oggi una vittima ad Aschelon, nel Sud di Israele. E secondo il canale israeliano Channel 10 un razzo sparato dalla Striscia di Gaza ha ucciso un israeliano vicino al confine. Sono almeno cinque i feriti, di cui due gravi, per l’esplosione di un katyusha lanciato da Gaza che ha colpito per la prima volta la città israeliana di Ashdod a 35 chilometri a nord di Gaza: ne ha dato notizia il sito web di Haaretz citando fonti dell’esercito israeliano. L’ordigno ha investito un gruppo di persone che aspettava a una fermata di autobus. Simultaneamente, in quella che sembra un’azione coordinata, una salva di colpi di mortaio ha colpito la sede del consiglio regionale di Sha’ar Hanegev nella parte occidentale del deserto del Negev ferendo altre cinque persone, di cui due seriamente.
Intanto l’Autorità nazionale palestinese (Anp) ha congelato i negoziati di pace con lo Stato ebraico: “Non c’è alcuna possibilità che vi siano negoziati mentre ci attaccano”, ha affermato Abu Ala, capo negoziatore palestinese. E si fanno sempre più insistenti le pressioni internazionali affinché Israele sospenda i bombardamenti: dalla Casa Bianca alle Nazioni Unite, fino all’Unione europea, unanime è la richiesta di un cessate-il-fuoco che, per gli Stati Uniti, deve essere “duraturo”.
Al suo terzo giorno, l’operazione “Piombo Fuso”, l’offensiva contro Gaza, ha già prodotto una lungo rosario di lutti e distruzione. E promette di crearne ancora molti. Gli F-16 israeliani hanno bombardato per tutta la notte e la mattina. Oltre alle caserme e alle postazioni militari, gli aerei hanno battuto la zona sul confine con l’Egitto, dove si trovano i tunnel scavati sottoterra da Hamas per fare entrare di nascosto nella Striscia i missili usati per colpire Israele. Tra i palestinesi, sono più di 300 i morti, tra cui una cinquantina di civili, dicono fonti ufficiali delle Nazioni Unite. I miliziani di Hamas hanno risposto lanciando razzi Qassam sulle città israeliane più vicine; a Ashqelon una persona è stata uccisa. I racconti che provengono dalla Striscia descrivono una situazione drammatica.
Tra i testimoni oculari, ci sono gli operatori umanitaria delle Ong presenti a Gaza. E , tra queste, una delle più importanti è la britannica Care, che ha missioni anche in Israele e in Cisgiordania. Mohammed Almbaid è il numero due dell’ufficio di Gerusalemme, da dove monitora la situazione all’interno della Striscia, nella quale ha lavorato quotidianamente fino all’inizio dell’offensiva. Ogni ora parla al telefono con il suo staff rimasto intrappolato dalle bombe. In questa conversazione, Almbaid ci tratteggia un quadro cupo della situazione. “Il nostro capo missione a Gaza City mi ha detto che questa mattina è stato un inferno. Gli attacchi sono lanciati su diversi obiettivi, tra cui l’Università Islamica e l’ufficio del leader di Hamas, Ismail Haniyeh. Ha avuto paura. Perché questi obiettivi sono vicini alla sua abitazione, dove lui è rinchiuso, insieme alla moglie, ai figli e a altri parenti. Non possono uscire di casa - prosegue a raccontare il funzionare della Ong britannica - perché rischiano di essere colpiti dagli aerei. Un’altra nostra collega, che vive nei pressi di una stazione di polizia, l’altra notte ha rischiato di morire. Le bombe che hanno centrato la caserma, hanno sfiorato la sua casa, facendo crollare vetri e finestre. Le persone sono terrorizzate e non lasciano le loro abitazioni”.
L’operazione del governo Olmert - che punta distruggere le infrastrutture militari di Hamas - ha già avuto e avrà conseguenze tragiche sulla popolazione civile. Questa mattina - racconta ancora Mohammed Almbaid - l’esercito israeliano ha permesso il passaggio di un convoglio umanitario, composto da 80 camion, attraverso il valico di Kerem Shalom. Ma sembra essere una goccia nel mare delle necessità degli abitanti di Gaza. “Sì, dal punto di vista umanitario siamo al disastro. Gli ospedali sono al collasso. I feriti sono ammassati accanto ai morti. I medici non sono in condizione di operare per la mancanza dei medicinali e dei farmaci necessari. Così, molti dei feriti, vengono, di fatto, lasciati morire lentamente. Un dramma, un vero dramma” ripete il funzionario di Care. Nel suo racconto, Almbaid, oltre a descrivere i lutti causati dagli attacchi, parla anche dell’impatto psicologico dei bombardamenti. Sui civili. E sui più piccoli, in particolare. “Il mio capo missione mi ha detto che ci sono bambini che non dormono da tre giorni a causa delle bombe. E nessuno può fare niente per loro perché nessuno può entrare o uscire dalla Striscia”. Lo spettro che si intravvede è quello di uno scenario da inferno dantesco. Il ministro della difesa israeliano Ehud Barak ha fatto sapere che l’operazione “Piombo Fuso” andrà avanti per parecchio tempo. Come arriveranno gli aiuti necessari ai civili con la guerra in corso? I confini ufficiali sono stati sigillati, i tunnel - usati non solo per contrabbandare missili ma anche carburante e cibo, sono stati bombardati. “In questo momento c’è scarsità di cibo fresco e nei prossimi giorni, le scorte tenderanno a diminuire. Il nostro impegno a Gaza contempla anche progetti per l’agricoltura. Ma i nostri contadini non si possono recare nei campi per il raccolto sotto le bombe. E questo è solo un esempio di ciò che accade”. Gli appelli affinché cessi la violenza nella Striscia si moltiplicano. I civili, in questa guerra, come in tutte le guerre, sperano che vengano ascoltati.
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Avi Pazner parla perfettamente l’italiano. Per anni è stato l’ambasciatore di Israele nel nostro paese. Ora è portavoce dell’ufficio del Primo Ministro Ehud Olmert. Risponde alla domande sull’operazione contro Gaza. E fa capire una cosa precisa: Israele vuole farla finita con la minaccia di Hamas. “Il nostro obiettivo è quello di consentire una vita normale ai nostri connazionali che vivono nel sud del paese. Sono stati per otto anni sotto il tiro dei missili Kassam lanciati da Hamas. Questa situazione era diventata insostenibile. Ora abbiamo deciso di dire basta. Vogliamo tornare a vivere con tranquillità.”
Si parla di una imminente offensiva terrestre. Avete in mente una nuova invasione?
Non posso dare particolari sulle nostre operazioni militari. Posso solo dire che non sarà breve e facile. Questa offensiva continuerà perché Hamas è molto forte, motivata. Sarà una lotta molto, molto difficile. Ripeto, non voglio dare informazioni precise ora. Ma penso che alla fine di questa operazione, la tranquillità tornerà nel sud del nostro paese.
Ma voi volete eliminare Hamas per riportare a Gaza l’Autorità Nazionale Palestinese di Mahmmoud Abbas?
Noi non vogliamo eliminare il partito fondamentalista. Penso che ciò sia impossibile da parte nostra. Vogliamo soltanto dimostrare loro che non vale la pena attaccarci. Che il prezzo rischia di essere troppo alto per loro. Vogliamo far capire a Hamas che il confronto militare, gli attacchi terroristici non pagano. La loro politica antiisraeliana deve mutare. Vogliamo che loro capiscano una sola cosa: noi vogliamo vivere in pace nel nostro paese. Solo così vi lasceremo in pace. Se no, siamo costretti a darvi una lezione che non dimenticherete.
Il servizio della Bbc
Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha chiesto la fine delle violenze. Il presidente di turno dell’Unione Europea, il presidente francese Nicolas Sarkozy ha detto che la vostra risposta è stata sproporzionata alla minaccia palestinese. Cosa risponde a queste affermazioni ?
Non c’è stata alcuna risposta sproporzionata. Noi facciamo quello che ogni paese libero e democratico farebbe. Siamo di fronte a una formazione che lanciare missili su Israele, che vuole fare di tutto per uccidere un ebreo. Non c’è alcuna sproporzione. Non ci sono due eserciti uno contro l’altro. In questo caso, la nostra lotta è per evitare altri spargimenti di sangue nel futuro. Noi vogliamo vivere in pace. E questo sarà possibile solo dopo che Hamas avrà capito la lezione.

Soldati israeliani
(Credits foto: Ansa)
Janiki Cingoli, 62 anni, è direttore del Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente (Cipmo), riconosciuto dal ministero degli Esteri dal 1998. E’ uno dei massimi esperti di questioni mediorientali. Panorama.it l’ha contattato per conoscere il suo parere sull’ attacco militare a Gaza e sui possibili scenari futuri nella regione
Come si è arrivati a questa “resa dei conti”?
“Il 19 dicembre è scaduta la tregua, che bene o male aveva retto per buona parte del 2008. Hamas ha annunciato che non avrebbe rinnovato la tregua perché riteneva non adempiute alcune condizioni, specialmente riguardo i valichi da e per Gaza. Così è iniziata la pioggia di razzi verso Israele, razzi che sono sempre più potenti, ormai arrivano a 100 km di gittata. Una reazione, voluta e provocata da Hamas, era inevitabile”
Perchè voluta? Hanno subito molte perdite
“Hamas ha bisogno di passare come il martire della stuazione e vuole attirare l’attenzione sulla condizione di vita a Gaza. In definitiva vogliono arrivare a una tregua più favorevole ed essere tenuti in considerazione”
E non rischiano invece di essere annientati da Israele?
“C’è una cosa che tutti i comandanti israeliani hanno ben chiara: ‘non ripetere il Libano’. Anche se Barak minaccia un intervento lungo e anche via terra, solo militarmente Israele non può vincere”
Perché?
“Se occupa di nuovo la Striscia di Gaza deve poi tenerla sotto controllo con un costo in termini di vite umane, denaro e legittimità internazionale che non può permettersi di pagare. In più dovrebbe farsi carico di un milione e mezzo di palestinesi carichi d’odio. E’ una tenaglia montata da Hamas”
Ma una soluzione politica sembra quanto mai lontana
“In questo momento ci sono due strade: o si va a uno showdown ancora più progressivo o si riapre un negoziato. Con l’Anp, l’Egitto come mediatore e anche Hamas. Dopo aver mostrato i muscoli, forse nel giro di 5-6 giorni, le parti cominceranno a trattare”
Hamas sembra pronta a tutto fuorché a trattare
“Hamas è fondamentalista ma non illogico. è ormai la principale forza politica palestinese: Al Fatah è un partito ormai fatiscente, ha perso i contatti coi civili. Cosa che invece i fondamentalisti mantengono, e possono chiamare a una “terza intifada” contro Israele ma anche contro Fatah. Non si può non tenere conto di Hamas, ma bisogna esigere la fine degli attentati e dei razzi”
Israele può ottenere la fine del lancio di Qassam?
Solo con un intervento dell’aeronautica no. Ma un intervento di terra presenta rischi più gravi
Anche in campo elettorale?
“Le elezioni sono a febbraio. E’ chiaro che il ministro della difesa laburista Barak adesso torna figura di primo piano nell’arena politica, dopo essere stato accusato di eccessiva mollezza dal Likud e dalla Livni. Ma un’eccessiva durata dell’operazione potrebbe essere controproducente: il Libano insegna.”
Quali sono le responsabilità della comunità internazionale?
“Il fatto che non sia stato accettato l’accordo de La Mecca è uno dei motivi del rafforzamento di Hamas. E poi la dottrina Bush della divisione del mondo in buoni e cattivi ha di fatto rafforzato solo i “cattivi”: la Siria ora tratta con Israele e partecipa ai vertici internazionali, l’Iran fa da leader “anti-sionisti”, Hezbollah è partito di governo in Libano e Hamas ha il controllo di Gaza…”
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