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Terrorismo: anche noi siamo nel mirino

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  • Tags: Barack Obama, Franco Frattini, terrorismo
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Franco Frattini
In missione in Messico, Franco Frattini non riesce a distogliere l’attenzione dai massacri di Mumbai. Impegnato a Città del Messico in lunghi colloqui bilaterali per raggiungere una partnership strategica, in vista del G8 a presidenza italiana (i paesi più industrializzati oltre alla Russia), e orgoglioso di inaugurare la Fiera internazionale del libro a Guadalajara, dove l’Italia è l’ospite d’onore, il ministro degli Esteri riflette sulle tattiche guerrigliere dei terroristi e pensa soprattutto ai rischi futuri.
«Certamente dal 1° gennaio, quando assumeremo la presidenza del G8, la galassia di Al Qaeda ci vedrà in maniera diversa e perciò dovremo moltiplicare i nostri sforzi di prevenzione e di difesa» dichiara a Panorama in quest’intervista ad ampio raggio, che esamina tutte le principali questioni da affrontare in un anno, il 2009, che Frattini non esita a definire «cruciale per la governance globale».
La minaccia terroristica è concreta contro il nostro Paese?
Per ora non c’è una minaccia specifica, però l’Italia presidente del G8 sarà oggettivamente un obiettivo più visibile.
Cosa risulta ai servizi segreti italiani?
Hanno segnali inequivocabili di una recrudescenza delle attività della rete di Al Qaeda contro l’Occidente in generale, non l’Italia in modo mirato. Gli attentati simultanei a Mumbai ne sono una prova. Sono stati un segnale forte che impone una reazione globale.
Ma come in concreto?
Il governo pensa anzitutto a un’ampia conferenza regionale a livello di ministri degli Esteri per stabilizzare Afghanistan e Pakistan. La organizzeremo, presumibilmente a Trieste, a giugno e vi parteciperanno, oltre ai paesi del G8 e ai due direttamente interessati, gli emergenti del G5, cioè Cina, India, Brasile, Messico e Sud Africa, ai quali vorremmo aggiungere l’Egitto, un grande paese moderato con un ruolo chiave in Medio Oriente e Africa. Ovviamente bisognerà coinvolgere anche Arabia Saudita, Emirati Arabi e Turchia.
E se gli altri partner non vorranno tutti questi ampliamenti?
Siamo liberi di invitare chi vogliamo.
Con quale obiettivo?
Dobbiamo tracciare per la prima volta una road map per disinnescare la minaccia terroristica di matrice islamica che ha le sue radici e le sue basi in Afghanistan e in Pakistan. Questa conferenza rappresenterà il modello di governance che abbiamo in mente.
Cioè, ministro? Saremo noi i becchini del G8 dopo la lunga serie di vertici iniziata nel 1975, nel castello di Rambouillet, vicino a Parigi?
Non penso che il G8 chiuderà i battenti nell’isola della Maddalena. Tutt’altro. Sarà compito dell’Italia creare un G8 più efficiente e più capace di adeguarsi a un mondo che si trasforma rapidamente.
Che idee avete? E soprattutto cos’avrà di speciale il 2009 a guida italiana?
Il G8 cade in un momento particolarmente delicato e importante della congiuntura internazionale per almeno tre motivi: la crisi finanziaria ed economica globale; il cambio della presidenza negli Usa; il nuovo ruolo negli equilibri internazionali delle economie emergenti, soprattutto quelle asiatiche, ruolo che la crisi ha ulteriormente rafforzato.
Sarà una presidenza forte, alla Sarkozy, leader del semestre europeo che sta per concludersi, tanto per intenderci?
Saremo aggressivi perché costretti. Non vedo alternative. O siamo protagonisti del cambiamento o scompariamo.
Quali le priorità?
Come dicevo, intanto la crisi finanziaria innescata dal crollo di Wall Street con ripercussioni sull’economia reale. Poi i grandi dossier politici, non solo l’Afghanistan, ma anche l’Africa. E ovviamente il tema della proliferazione nucleare, legato in particolare all’Iran. Nell’agenda italiana ci sono fra le priorità anche l’ambiente e la sicurezza alimentare. Infine non dobbiamo dimenticarci dello sviluppo e in particolare dell’Africa.
Come intendete cambiare il formato del G8 per adattarlo ai nuovi tempi?
Ci sarà bisogno di uno schema a geometrie variabili, nel senso che per una serie di grandi questioni occorrerà associare di volta in volta un numero più ampio di protagonisti. Prendiamo il terrorismo internazionale: come affrontarlo senza la presenza dell’Arabia Saudita, degli Emirati Arabi e anche della Turchia?
Fra il gruppo degli otto paesi più industrializzati, quello dei sei emergenti e ora anche il G20, battezzato a Washington, non si rischia di rimanere schiacciati?
C’è questo rischio, ma spetta al governo italiano trovare uno strumento di coordinamento. Noi stiamo già collaborando con il governo britannico per accordarci anche in vista della seconda riunione dei paesi del G20 a Londra, in aprile.
Quale sarà la divisione del lavoro?
Il G20 sarà più focalizzato su finanza e riforma delle istituzioni nate a Bretton Woods. Il G8 avrà un ruolo più politico.
Non c’è il rischio che, a furia di allargare i vertici, alla fine si finisca per diluire il ruolo dell’Italia tanto faticosamente conquistato all’interno del G8?
Sarebbe un ragionamento miope. Oggi occorre un gran coraggio politico per trovare soluzioni concrete invece che semplici proposte.
Quali soluzioni, per esempio, per l’Iran lanciato sulla via della bomba nucleare?
Dobbiamo rendere le sanzioni economiche approvate molto più effettive. Solo così l’Iran sarà costretto a sedersi al tavolo negoziale. Le minacce non servono: purtroppo abbiamo mancato finora di credibilità annunciando sanzioni che poi non abbiamo applicato. Né possiamo farci illusioni sul trionfo dei riformisti iraniani o sul cambio del regime.
Il lavoro dei cinque del Consiglio di sicurezza dell’Onu più la Germania è fallito?
Ha deluso perché non ha dato i risultati sperati. Occorre mettere in piedi una coalizione internazionale di volenterosi che non abbia più il modello rigido dei 5+1. L’Italia vuole sedersi al tavolo accanto a coloro che decidono perché ha molto da rimetterci in termini economici.
Afghanistan: è al primo posto nell’agenda politica estera del futuro presidente Usa. Che farà il governo italiano? Ritirerà o rafforzerà il proprio contingente?
Assolutamente nessun ritiro. Anzi, una conferma del nostro impegno con la flessibilità del dispositivo militare, come abbiamo finora dimostrato.
Che idea si è fatto dell’amministrazione di Barack Obama?
Il futuro presidente non arriverà con il ramoscello d’ulivo sui grandi dossier del terrorismo internazionale e della lotta alla proliferazione nucleare. Avrà probabilmente un approccio più sfaccettato, non necessariamente militare. E questo va molto bene alla tradizione italiana. Certamente chiederà all’Europa un maggiore impegno di corresponsabilità. È una sfida. Bisognerà rimboccarsi le maniche.
Contento che al dipartimento di Stato ci sarà Hillary Clinton?
La signora Clinton sarà ben consapevole della delicatezza delle varie crisi per averle vissute, sia pure indirettamente, negli otto anni di presidenza del marito. Avrà un atteggiamento molto severo sul dossier iraniano e questo mi fa particolarmente piacere. Ma nello stesso tempo sarà un segretario di Stato che ha conosciuto l’Europa e la sa apprezzare. Tocca a noi europei fare la nostra parte non tradendo la nostra vocazione. Se l’America ci chiederà maggiori responsabilità per la difesa e la sicurezza del continente noi dobbiamo rispondere alla prova dei fatti assumendocele.

  • pbuo
  • Sabato 6 Dicembre 2008
“Sono la madre segreta di Putin”, la rivelazione di un’anziana georgiana »
« Rapina a Las Vegas: 15 anni per O.J. Simpson

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