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Molti pensano che il super carcere per terroristi di Guantanamo sia un stato un grande problema per gli Stati Uniti, al punto che il presidente eletto Barack Obama ha promesso di chiuderlo. Ma in realtà, Guantanamo, è un problema anche per la Cina. Perché, catturati nei mesi immediatamente successivi all’11 settembre, sono ancora rinchiusi nella basa a largo di Cuba 17 cittadini cinesi. Che però, nonostante siano stati dichiarati “non pericolosi” dall’amministrazione Bush già dal 2003, Pechino non è intenzionata a riaccogliere. Già, perché questi 17 prigionieri, catturati in Pakistan, fanno parte della minoranza musulmani degli uiguri: proprio quella minoranza che prima e durante i giochi olimpici ha dato filo da torcere alle autorità cinesi con manifestazioni e attentati per rivendicare il proprio diritto all’indipendenza.
Così, Washington non può lasciarli - per legge - liberi sul suolo statunitense. Pechino, di riaverli indietro, non vuol nemmeno sentire parlare. “E non c’è uno Stato che si sia dichiarato disponibile ad accoglierli” ha detto Vijay Padmanabhan, che era a capo del sistema penitenziario del dipartimento di Stato. “Tutti temono che questo peggiorerebbe le loro relazioni con la Cina. E al tempo stesso, oltre a non poterli semplicemente liberare sul nostro territorio, non possiamo nemmeno sbarcarli dietro la grande muraglia, perché la legge ci impone anche di non consegnarli in Paesi dove potrebbero essere trattati ingiustamente”.
È dal 2003, dunque, che questi 17 uiguri vivono a Guantanamo, in attesa di trovare loro una sistemazione che non scateni le ire dei cinesi. Ma ora, con la probabile chiusura della prigione, a essere trattenuti saranno soltanto i terroristi - o sospetti tali - più vicini ad Al Qaeda. La settimana scorsa, incurante di quelle che potrebbero essere le conseguenze nei rapporti bilaterali fra Washington e Pechino, la Corte Suprema ha emesso una sentenza che prevede il loro rilascio. E che probabilmente, visto che nessun Paese si è dichiarato pronto ad accoglierli, costringerà l’amministrazione Obama a trovare loro una sistemazione da qualche parte negli States e ad affrontare la rabbia della Cina. “Anche se io mi aspetto che i cinesi facciano qualcosa” ha spiegato Bonnie Glaser, un sinologo del Center for Strategic Studies. “La loro volontà di non accettare questi prigionieri e la nostra ritrosia a consegnarli per paura delle conseguenze che dovrebbero affrontare sono motivo di imbarazzo, soprattutto domestico, per il governo della Repubblica Popolare”.
Ora la corsa per gli Usa è contro il tempo: all’insediamento della nuova amministrazione mancano appena due mesi, in cui cercare una soluzione che non offenda la Cina, come nel 2006, quando 5 uiguri rilasciati furono accolti in Albania. “Ma questa volta vedo poche possibilità”, ha concluso uno sconsolato Padmanabhan.
- Martedì 9 Dicembre 2008

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