Le emissioni inquinanti al centro dei negoziati a Bruxelles
Da Bruxelles
Berlusconi l’aveva promesso: “esamineremo le proposte e io avro’ la responsabilità di dire si’ o no: se gli interessi degli italiani saranno colpiti, io opporro’ il diritto di veto e non avro’ nesssuna esitazione a farlo”. Per ora la carta del veto il premier italiano se l’è tenuta in tasca, ma in una notte che si annuncia molto lunga, nessuno a Bruxelles esclude la possibilità che l’Italia, assieme a Germania e ai paesi dell’ex blocco socialista, si opponga al ‘pacchetto energia e clima’ attualmente in discussione dal Consiglio europeo. I capi di Stato e di governo Ue sono chiamati a pronunciarsi sul cosiddetta ‘direttiva 20-20-20′ i cui obiettivi, definiti dalla Commissione europea nel marzo 2007, prevedono di ridurre entro il 2020 le emissioni di gas a effetto serra del 20% e contemporaneamente aumentare della stessa percentuale l’efficienza energetica e la quota di energia rinnovabile.
Alla vigilia di un Summit definito dal presidente della Commissione Ue, José Manuel Barosso, “tra i più importanti degli ultimi anni”, Silvio Berlusconi si era dichiarato contrario al pacchetto clima proposto da Bruxelles per i danni che avrebbe provocato all’industria italiana in un periodo di grave crisi economica. Di che cosa si tratta? Per ridurre del 20% le emissioni di anidride carbonica rispetto ai livelli raggiunti nel 1990, la Commissione Ue vuole imporre alle grandi industrie di pagare i diritti di emettere CO2 (oggi gratuiti) a partire del 2013 per raggiungere il 100% dei diritti di emissione a pagamento nel 2020. L’ultima bozza preparata dalla presidenza francese prevedeva che il 90% dei diritti di inquinare fossero attribuiti sulla base delle emissioni registrate nel 2005 (e non nel 1990) e il 10% restante in funzione del Prodotto interno lordo.
Di fronte alle pressioni esercitate da Italia, Germania e Polonia (tutti paesi economicamente dipendenti da un settore industriale inquinante, in particolar modo Varsavia), la presidenza di turno francese dell’Ue ha provato a soddisfare la richiesta dei governi italiano e tedesco di non penalizzare le loro industrie (tra cui acciao, alluminio, cemento e chimica), esentando la maggioranza dei comparti industriali dall’obbligo di pagare dei diritti di inquinamento dal 2013 (inizialmente il presidente francese aveva proposto una quota di pagamento limitata al 20% nel 2013 e al 70% nel 2020). Secondo fonti raccolte dall’Ansa, la delegazione italiana sostiene che i “passi avanti” compiuti “non sono sufficienti”. Per ora, le industrie manifatturiere dell’Italia sarebbero garantite da esenzioni per l’85-90%. “Si sta trattando sulla fetta mancante per portare le esenzioni al 100%”, e includere cosi’ i settori della carta, del vetro, della ceramica e della siderurgia (tondino per cemento armato).
Ma la reticenze dell’Italia non si fermano qui. In serata, i rappresentanti italiani hanno presentato un emendamento che, oltre alla richiesta di una maggior tutela dell’industria manifatturiera, chiede di migliorare l’ulilizzo dei meccanismi di flessibilità consentiti dai crediti derivanti dai progetti di sviluppo realizzati in altri paesi, di migliorare la distribuzione dei fondi per i progetti di stoccaggio del carbone, e di ottenere una clausola di revisione generale del pacchetto che tenga conto dei risultati della Conferenza mondiale sul clima prevista a Copenhagen a fine 2009. Su quest’ultimo punto, l’Italia chiede che la Commissione Ue verifichi la disponibilità di paesi super-inquinanti come Cina e Stati Uniti a ridurre le loro emissioni di CO2. Per il governo Berlusconi, la lotta contro i cambiamenti climatici deve essere collettiva, da sola l’Ue corre il rischio di portare avanti una battaglia persa in partenza. Chi contesta la posizione dell’Italia sostiene invece che, in caso di mancato accordo, l’Unione Europea, sin qui all’avanguardia sul fronte ecologico, rischia di presentarsi all’appuntamento decisivo di Copenhagen con posizioni estremamente deboli, al punto di farsi rubare la scena dagli Stati Uniti. Al contrario di Bush, il futuro inquilino della Casa Bianca, Barack Obama, intende infatti porre il clima in cima alla sua agenda politica. Prova ne è la decisione del suo staff di affidare le redini del sistema energetico statunitense a Steven Chu, vero e proprio guru dell’energia rinnovabile.
E proprio sulle rinnovabili domani i 27 Stati membri dovrebbero trovare un accordo che sottoscrive la decisione assunta il 9 dicembre sera durante il negoziato a tre (il cosiddetto ‘trilogo’) tra rappresentanti del Parlamento Ue, la presidenza di turno francese del Consiglio europeo e la Commissione Barroso. In attesa del si’ definitivo previsto durante la Plenaria dell’Europarlamento a Strasburgo (15-18 dicembre), il ‘trilogo’ ha confermato l’obiettivo di portare al 20% la quota di energia prodotta da fonti rinnovabili entro il 2020 attraverso ‘target nazionali vincolanti’. Ma al pari dei due altri obiettivi iscritti nel pacchetto 20-20-20, non tutti paesi membri Ue possono garantire il raggiungimento di questa quota nei tempi previsti. Da cui la richiesta espressa dall’Italia di fissare tale quota al 17% con una ‘clausola di revisione’ nel 2014. A Bruxelles le deroghe richieste dall’Italia sul ‘pacchetto 20-20-20′ non sorprendono nessuno. L’ultimo rapporto del German Watch sul Climate Change Performance Index, cioè lo studio internazionale che valuta la qualità degli interventi per la riduzione dei gas serra nei Paesi industrializzati ed emergenti realizzato con la collaborazione di Legambiente, colloca il nostro paese al 44° posto sui 57 paesi a maggiori emissioni di CO2. “Una performance disastrosa” tuona Legambiente, “che rispecchia il cronico ritardo dell’Italia nel raggiungimento degli obiettivi fissati dal Protocollo di Kyoto”. A undici anni di distanza dalla sua firma, “l’Italia è uno dei Paesi europei dove i gas serra sono cresciuti rispetto ai livelli del 1990 (+9,9%), nonostante il trattato internazione imponga un taglio del 6,5%”.
LEGGI ANCHE: Clima, Italia e Polonia gli ultimi ostacoli di Sarkozy
- Giovedì 11 Dicembre 2008

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Il 12 Dicembre 2008 alle 16:43 Clima, Trattato, Crisi. I risultati del vertice Ue » Panorama.it - Mondo ha scritto:
[...] Clima: L’accordo sulle misure contro il cambiamento climatico è stato il più faticoso: Italia e Polonia hanno minacciato il veto più volte, la Germania ha fatto pesare le richieste del suo settore manufatturiero. Ma alla fine un documento è stato approvato:il pacchetto prevede che entro il 2020 l’Ue riduca del 20% delle emissioni di gas serra, aumenti del 20% dell’efficienza energetica e porti al 20% il ricorso alle fonti alternative nel mix energetico. Nessun cedimento dunque sugli obiettivi finali decisi nel 2007. Ma le concessioni sulle modalità di raggiungimento di quegli obiettivi sono molte: “l’Italia” ha detto il ministro Frattini, “ha ottenuto una clausola di revisione generale al marzo 2010 per l’intero pacchetto clima-energia dell’Ue estesa alla valutazione sull’impatto di competitività”. Previste anche “quote di emissioni gratuite al 100%’’ per le imprese manifatturiere italiane più esposte alla concorrenza internazionale. Si passerà, per le industrie giudicate non a rischio di delocalizzazione, dal 20% nel 2013 al 70% nel 2020, ma nel 2025 si arriverà al 100% dei diritti di emissione a pagamento. La Polonia e gli ex paesi del blocco comunista hanno ottenuto sostanziosi aiuti economici e agevolazioni per riconvertire il loro sistema energetico al momento prevalentemente a carbone. L’accordo lascia scontenti molti tra gli ambientalisti, ma è stato definito “Storico” e “d’avanguardia” da Sarkozy. “Non c’è nessun altro continente al mondo che si sia dotato di regole cosi’ vincolanti come quelle da noi adottate oggi all’unanimità’’ ha detto il presidente francese. “Adesso tocca agli altri fare la propria parte” ha aggiunto. Un richiamo a Usa e Cina, in vista della prossima conferenza sul clima di Copenaghen. “L’Europa non pagherà il conto da sola” ha dichiarato Berlusconi. [...]
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