
Definirli pirati, a questo punto, diventa riduttivo. Dopo mesi di silenzio, i corsari che imperversano nel Corno d’Africa, sequestrando decine di navi l’anno e mettendo in pericolo le forniture di petrolio via mare per l’Europa, cominciano a parlare. E a svelare che, a sostenere il fenomeno della pirateria, c’è una rete di collaboratori che si estende in tutto il mondo.
Agenti, traduttori, negoziatori per facilitare la presa di contatto con le compagnie delle navi sequestrate: sono solo alcune delle figure che gravitano attorno alla pirateria somala, secondo quanto emerso da un’inchiesta realizzata dall’Associated Press. “I pirati sono un’organizzazione criminale, e come tale attirano una miriade di gente che ne vuole approfittare”, spiega a Panorama.it Robert Middleton, ricercatore esperto di Africa orientale presso l’organizzazione Chatham House. “Sono persone che si definiscono consulenti legali o finanziari, ma spesso non hanno alcuna qualifica specifica. Ciò non toglie che possano tornare utili, soprattutto se basati all’estero”.
Man mano che il business dei rapimenti si allarga, crescono anche le capacità operative dei pirati. Buona parte dei “collaboratori esterni” farebbero parte della diaspora somala, e sarebbero stanziati in punti nevralgici per il traffico mondiale come gli Emirati Arabi Uniti, o in Paesi come il Canada dove la presenza somala è molto forte. Loro compito sarebbe il curare le relazioni esterne, ma anche riciclare il denaro dei riscatti e in alcuni casi riscuoterlo direttamente, grazie al sistema dell’hawala. Cresciuto esponenzialmente durante la guerra civile a causa della liquefazione dello stato somalo e delle banche, l’hawala è una specie di sistema bancario informale, in cui persone di fiducia all’estero ricevono o emettono pagamenti per conto dei somali ancora residenti in patria, salvo poi riscuotere (o consegnare) il denaro grazie a un agente di stanza in Somalia, che spesso è un parente o un amico fidato.
Un sistema in cui non si usano carte, transazioni su internet o altro, e che per questo motivo è estremamente difficile da contrastare. “La forza del fenomeno è proprio quella di essere informale”, prosegue Middleton. “I pirati non possono certo essere paragonati alla mafia come livello organizzativo, almeno per il momento. Ed è proprio il livello artigianale di questi aspetti che garantisce loro di non essere scovati”. Pagamenti in contatti e attraverso una rete di rapporti familiari e alleanze tra clan impossibili da monitorare. Per questo gli Emirati Arabi stanno tentando di contrastare il fenomeno regolamentando l’hawala (che dovrebbe essere segnalata in caso superi un certo ammontare) e limitando i pagamenti cash. Provvedimenti che, per il momento, hanno avuto un’efficacia limitata. Anche perché, dall’altra parte del Golfo di Aden, sulla costa somala, una pletora di ufficiali governativi corrotti è sempre pronta a sostenere la principale “attività economica” che il Paese ha avviato dallo scoppio della guerra civile ad oggi.
- Giovedì 11 Dicembre 2008

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