Democratici e repubblicani non sono riusciti a trovare un’intesa sul provvedimento che era passato facilmente alla Camera dei Rappresentanti, dove il partito della Speaker Nancy Pelosi ha una chiara maggioranza. Al Senato, invece, dove il Grand Old Party può ancora (in attesa che venga insediato il nuovo Congresso) condizionare ogni votazione, i democratici non sono riusciti a far valere le loro ragioni. Eppure il piano era stato deciso di concerto tra i leader di Capitol Hill e la Casa Bianca. Eppure, solo il giorno prima, c’era stata una dichiarazione di Barack Obama che definiva come “indispensabile” il via libera al pacchetto. Niente ha convinto i leader repubblicani.
Mitch McConnel, senatore del Kentucky, uno dei capofila della rivolta agli aiuti di stato è stato molto esplicito: “Nessuno di noi vuole il fallimento dell’industria americana, ma nessuno di noi ha niente a che fare con le politiche che hanno fatto cadere le Tre Grandi fino a questi livelli”. Così, nonostante le lunghe trattative notturne, il cerchio non si è chiuso. La mancata intesa al Senato di martedì, equivale alla bocciatura da parte del Congresso, nei mesi scorsi (ricordate?) del pacchetto di 700 miliardi di dollari che George W. Bush e il Segretario al Tesoro Henry Paulson.
Allora, dopo concessioni a destra e a manca, il piano venne ripresentato e approvato. Come allora, anche il no di oggi, è uno schiaffo al presidente uscente Bush (e uno al neo eletto Obama). Ma se allora, dopo il crollo di Wall Street, i negoziatori dell’amministrazione e della Camera dei Rappresentanti riuscirono a raggiungere la loro meta, questa volta, la via d’uscita sembra essere molto, ma molto più complicata. General Motors ha già fatto sapere che senza quei 14 miliardi di aiuti, sarà costretta a portare i libri in tribunale, a dichiarare bancarotta. La Chrysler potrebbe fare la stessa fine. Solo la Ford si è detta un poco più sicura della sua stabilità. Secondo i Top Manager delle Tre Grandi - e secondo i sindacati dell’auto - non c’è più tempo. Non si può aspettare l’insediamento di Barack Obama e del nuovo Congresso, il prossimo 20 gennaio. I soldi finiranno prima. La Speaker della Camera dei Rappresentanti, Nancy Pelosi ha chiesto un intervento ulteriore del Presidente Usa. Ha proposto a Bush di destinare all’auto parte dei 700 miliardi del pacchetto federale di aiuti per l’economia, ma dalla Casa Bianca hanno fatto sapere che il piatto piange, che i pochi soldi rimasti sono già stati destinati a altri progetti. Anche la strada di un intervento della Federal Reserve, della banca centrale Usa è stato scartato. La Fed ha già fatto sapere che non intende supportare le fabbriche di Detroit.
“Le conseguenze di ciò che è accaduto possono essere devastanti per la nostra industria. Il comportamento dei senatori è stato irresponsabile” ha sbottato Nancy Pelosi. Lo staff di Obama si è subito riunito, ci sono state telefonate tra il quartier generale di Chicago e Washington. Ma la soluzione, per ora sembra lontana. Se non che i senatori repubblicani facciano marcia indietro. Verranno convinti? I motivi della loro contrarietà sono noti. Il piano, di fatto, nazionalizzava l’industria automobilistica. Un passaggio epocale nella storia economica americana. Secondo l’intesa, George W. Bush avrebbe dovuto nominare uno Zar dell’Automobile, una sorta di super commissario governativo che avrebbe dovuto vegliare e controllare l’opera di ristrutturazione del settore, affidata ai vertici delle Tre Grandi. Non solo. Per garantire il rientro del prestito, Gm, Chrysler e Ford avrebbero dovuto cedere il 20% delle loro azioni alla Stato americano. Condizioni inaccettabili per coloro, come molti senatori del Grand Old Party, il mercato si “autoregoli” senza interventi pubblici. Ma, ora, in attesa di una soluzione, dopo il responso del Senato, l’inquietudine è sempre più forte e corre sull’asse Detroit, Chigaco, Washington, New York, dove si teme un altro crollo di Wall Street. Riuscirà Obama a trovare la via d’uscita?
- Venerdì 12 Dicembre 2008

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Commenti
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Il 14 Dicembre 2008 alle 5:36 bruno1946 ha scritto:
Le tre case automobilisitche hanno grosse responsabilita’ perche’ il primo segnale che il petrolio non sarebbe sempre stato disponibile come quantita’ e prezzo risale al 1973 alla guerra arabo-israeliana.
Poi hanno sempre continuato a costruire automobili senza considerazione per la qualita’, prezzo e consumi, mentre i giapponesi approfittando di queste aperture si sono presi una grossa fetta di mercato.
Un dettaglio che ha fatto innervosire alcuni senatori USA e’ stato quando i presidenti delle tre case automobilistiche sono andati a Washington a chiedere soldi al governo con l’aereo privato.
Poi il sindacato non ha voluto fare concessioni, quando un operaio a Detroit costa $72.00 all’ora, l’operaio per le case giapponesi costa $ 46.00 all’ora. I senatori repubblicani non hanno tutti i torti se si pensa che ci sono circa 2.000.000 di famiglie che rischiano di perdere la casa percge’ non riescono a fare il pagamento dei mutui.
Il 18 Dicembre 2008 alle 17:00 Chrylser, lo spettro della bancarotta » Panorama.it - Mondo ha scritto:
[...] Le “Three Bigs”, le Tre Grandi sono sull’orlo del fallimento (solo la Ford navigherebbe in acque un poco più sicure). E la casa automobilistica di Detroit ha spiegato la serrata con la necessità interrompere la produzione dopo un calo del 47% delle vendita nello scorso mese di novembre. Un modo, anche, per drammatizzare la situazione e fare pressioni sulle autorità, dopo che in Senato, settimana scorsa, i repubblicani hanno bloccato il piano di aiuti di 14 miliardi di dollari che i democratici volevano destinare a General Motors, Chrylser e Ford. Sette giorni fa, la bocciatura del piano anti chiusura, che era stato concordato con il presidente George W. Bush. Una settimana dopo, di fronte all’aggravarsi della crisi, la Casa Bianca è tornata in campo per tentare di trovare una soluzione. Tra il Segretario al Tesoro Henry Paulson e i Top Managers delle Tre Grandi sono iniziati serrati colloqui per arrivare a un nuovo piano di salvataggio. Prevede, come annunciato, che il prestito richiesto dalle società possa essere erogato, utilizzando il fondo di 700 miliardi per il salvataggio dell’economia. Ma non solo. Ci sarebbero ulteriori novità e l’amministrazione vorrebbe trovare un’intesa prima di Natale, in tempo utile per evitare il fallimento di una dei tre marchi di Detroit. [...]
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