Arriverà a Washington in treno, dopo un viaggio di tre giorni, con diverse tappe e altrettanti bagni di folla, come John Fitzgerald Kennedy, o Franklin Delano Roosevelt. Il suo discorso, per alcuni, sarà storico, indicherà la nuova frontiera americana, come quello tenuto da JFK nel giorno del suo insediamento.
L’insediamento di JFK
Sarà sofferto, conscio della delicatezza e dell’importanza del momento storico, come l’orazione di Abraham Lincoln, quando giurò da presidente. Sul Mall, sulla spianata alle spalle di Capitol Hill, tutti scommettono, ci saranno più del milione e mezzo di persone che assistette alla cerimonia di giuramento di Lyndon Johnson nel 1965. Sarà, per alcuni, una riedizione - in grande - della “Million Men March”, la manifestazione della Nazione dell’Islam del Reverendo Louis Farrakhan, nell’ottobre del 1995. Altri, invece, prevedono che quel 20 gennaio 2009 ricorderà un altro giorno, il 28 agosto 1963, quando si svolse un’altra imponente marcia, quella per il lavoro e la libertà, guidata da una altro reverendo: Martin Luther King. Qualsiasi paragone si voglia adottare, nessuno può avere dubbi sul fatto che la cerimonia di insediamento di Barack Obama entrerà nella Storia degli Stati Uniti. E non solo perché a giurare nelle mani del Presidente della Corte Suprema degli Usa ci sarà il primo inquilino afro-americano della Casa Bianca.
Ma anche perché la cerimonia che si terrà sulla scalinata di Capitol sarà un avvenimento, non solo “americano”, ma globale. A quel momento, dice il count down del sito obamainauguration.com, mancano 34 giorni e una manciata di ore, ma la febbre per l’evento è già alta da tempo. I servizi di sicurezza, le 60 agenzie federali, che dovranno vegliare sulla sicurezza dell’avvenimento hanno smentito le previsioni secondo cui almeno tre milioni di persone assisteranno all’insediamento. Ma - affermano fonti del controspionaggio - nella capitale degli Stati Uniti, in quelle ore, si troverà un numero impressionante di persone, come, probabilmente, mai si è visto prima, tra le strade tra il Lincoln Memorial e il Washington Monument. Da settimane, tutti gli alberghi sono sold out, una stanza viene affittata a prezzi stratosferici, come i 3000 dollari a notte chiesti da un importante albergo del centro città; da giorni, i biglietti per accedere all’area riservata agli ospiti sono esauriti, compresi quelli che erano a disposizione dei deputati e dei senatori. Un’attesa alimentata anche dalla scenografia decisa dallo staff di Barack Obama.
Il neopresidente arriverà nella capitale in treno. Salirà su di un convoglio speciale con la famiglia la mattina di sabato 17 gennaio a Filadelfia, per per poi far tappa a Wilmington, in Delaware. Lì ad attenderlo ci sarà il suo vice, Joe Biden. I due arriveranno a Washington la sera del 19, dopo un ulteriore tappa, a Baltimora. La mattina dopo, a mezzogiorno, inizierà la cerimonia. Giurerà con il suo nome per intero: Barack Hussein Obama, come ha spiegato in una recente intervista. Sepolto, per evitare polemiche e attacchi strumentali durante la campagna elettorale, Obama ha deciso di riesumare il terzo nome, Hussein “perché - ha spiegato - l’insediamento deve essere una buona occasione per ricostruire l’immagine degli Stati Uniti nel mondo, e in particolare nei paesi musulmani”. Ma Barack vuole mandare messaggi di apertura, per una nuova (e diversa) America. Così, per la prima volta, una banda musicale composta solo da elementi omosessuali dichiarati aprirà la tradizionale parata. Così come dovrebbero avere un posto di onore i piloti e gli avieri - tutti rigorosamente afro-americani - di una squadriglia della Air Force “chiusa” ai bianchi che servirono il loro paese durante la Secondo Guerra Mondiale. Tutti elementi di una storia che Barack Obama vuole ricordare. Il neopresidente eletto sta lavorando al discorso. Conterrà i temi a lui cari. In particolare, punterà sul concetto di unità di una paese che ha alle spalle anni di divisioni e lacerazioni. Noi siamo gli Stati Uniti, ha detto Obama la notte della vittoria a Chicago. È ciò che ripeterà davanti alla folla che assisterà alla cerimonia di insediamento, in un mattino freddo di gennaio, il figlio di un “immigrato” del Kenia e di un’idealista del Kansas, tenterà di convincere un paese in difficoltà, carico di paure, gravido di incognite che “niente è impossibile in America”. Per l’America.
Il discorso della vittoria a Chicago
- Martedì 16 Dicembre 2008

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