
L’ultimo treno per le compagnie dell’auto. A pochi giorni dal fallimento annunciato di General Motors e Chrysler, George W. Bush tenta l’ultima carta. Un prestito-ponte da 13 miliardi di dollari (9 a Gm e 4 a Chrysler) per salvare i posti di lavoro, rinnovare la produzione e tagliare i costi e i debiti. Entro marzo 2009. Una “mission impossibile” per i dirigenti delle disastrate corporation automobilistiche, ma sempre meglio della bancarotta “assistita” di cui si era parlato nei giorni scorsi. “Non sarebbe una scelta responsabile” ha detto il presidente Usa, “in questa congiuntura economica un collasso dell’auto aggraverebbe la crisi”. “In altri momenti forse sarebbe stato più giusto punire il management con il fallimento” ha aggiunto, cercando di salvaguardare un minimo della sua ideologia liberista. In cambio dei finanziamenti, il Tesoro riceverà warrants legati ad azioni senza diritto di voto.
Per aver accesso ai prestiti le due giganti dell’auto dovranno sottostare a una serie di concessioni anche simboliche, tra le quali forti limiti alle paghe dei dirigenti e la rinuncia ai jet privati aziendali. Entro il 30 marzo le aziende dovranno poi raggiungere gli accordi necessari con i creditori, i sindacati, i fornitori in modo da dimostrare di poter tornare finanziariamente e produttivamente sane. In caso contrario il governo (che sarà già presieduto da Obama) potrà richiedere l’immediata restituzione dei soldi.
Una settimana fa il Senato aveva bocciato il piano di sostegno all’industria dell’automobile passato invece alla camera. Decisiva era stata l’opposizione dei repubblicani, che si erano messi contro il loro presidente. Nella misura decisa oggi alcune delle loro richieste sono state accolte, dall’obbligo di ridurre il debito per Gm e Chrysler all’adeguamento salariale con i lavoratori delle industrie straniere, condizioni considerate necessarie e presenti nel piano “alternativo” del senatore Rob Corker.
La preoccupazione del presidente Usa George Bush, nell’ avviare subito un piano di aiuti per il settore auto, era anche quella di non lasciare il problema in eredità al suo successore, Barack Obama. “Ho pensato a cosa avrebbe significato per me” ha spiegato Bush “diventare presidente degli Stati Uniti in questo periodo. Credo che sia una buona politica non scaricargli una situazione ancora più catastrofica”. Per Obama, comunque, non sarà una prova facile: “Il senatore è stato eletto” scrive il NY Times, “anche grazie all’appoggio dei sindacati, bisogna vedere come reagiranno questi ai tagli delle paghe e dei benefit ai lavoratori”.
- Venerdì 19 Dicembre 2008
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