
“Questo è stato l’anno più produttivo nella storia della Corte internazionale di giustizia”. Rosalyn Higgins, 71 anni, baronessa, londinese, è abituata ai primati. È stata il primo giudice donna a essere nominata nel 1995 fra i 15 membri del massimo organo giurisdizionale dell’Onu. Undici anni dopo ne è diventata presidente facendo conquistare alla Corte fama di imparzialità ed efficienza. “Il mondo attraversa un periodo in cui gli Stati preferiscono rivolgersi a noi per risolvere le loro dispute piuttosto che fare le guerre” dice Higgins in esclusiva a Panorama. “I casi che oggi trattiamo non riguardano solo le frontiere marittime o quelle terrestri, ma anche l’uso della forza, i danni ambientali e le immunità dei capi di Stato”.
Con sede nel Palazzo della Pace all’Aia, Paesi Bassi, la Corte internazionale di giustizia ha emesso dalla fondazione, nel 1946, 97 sentenze. Ma svolge un ruolo ancor più decisivo: fornisce opinioni legali alle organizzazioni internazionali e alle agenzie Onu, che fanno poi testo.
L’ultima riguarda la dichiarazione unilaterale d’indipendenza del Kosovo. “Con meno dell’1 per cento del budget complessivo dell’Onu siamo sicuramente l’organo con il miglior rapporto costi-efficienza” si inorgoglisce Higgins, che nel 2007 ha vinto il premio Balzan.
La Corte è mai riuscita a prevenire o a fermare una guerra?
Ci sono conflitti che non si sono ancora trasformati in guerra aperta, dove comunque si combatte e la gente perde la vita. In tali casi la Corte è intervenuta con successo. Prendiamo la disputa territoriale fra Libia e Ciad. Noi abbiamo informato Tripoli che la regione a nord del Ciad non apparteneva alla Libia. In quattro mesi le truppe libiche hanno abbandonato la zona, dove si combatteva da 14 anni. Lo stesso è successo fra Camerun e Nigeria. E non è stato facile lo scorso agosto per il governo nigeriano cedere la penisola di Bakassi, che occupava da decenni.
Però in Africa i genocidi continuano. Anzi, si intensificano.
Non spetta alla Corte prevenire i genocidi: identifichiamo con precisione gli atti internazionali di guerra che si possono classificare come genocidio. Non è un gesto vuoto: la nostra è una notifica agli altri Stati affinché facciano il loro dovere, secondo la convenzione contro il genocidio.
In che modo intervenite a difesa dei diritti umani?
Chiariamo: noi ci occupiamo di casi che riguardano gli Stati, non gli individui. Ma, a volte, un individuo i cui diritti sono stati offesi in un altro Stato può essere difeso dal proprio Stato di appartenenza. È successo di recente fra Georgia e Federazione Russa. La Georgia si è rivolta a noi per porre un preciso interrogativo: la Russia rispetta i suoi obblighi o viola la convenzione contro la discriminazione razziale? Ecco come possiamo agire con le nostre sentenze (passate, presenti e future) anche sui diritti umani.
- Domenica 21 Dicembre 2008

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Commenti
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Il 22 Gennaio 2009 alle 1:16 200888 ha scritto:
Mi scusi se la disturbo, e se questo commento è off-topic, ma non sapevo in che altro modo contattarla, sign.Buongiorno. Questo è un suo articolo del 2002:
http://archivio.panorama.it/ho.....0001016572
Lei riporta questa dichiarazione: «Nei mesi scorsi il nostro presidente e quello siriano hanno stretto un patto segreto» ha raccontato un ufficiale dell’esercito iracheno, fuggito di recente in Europa attraverso la Giordania. «Bashar Assad ha aperto i suoi centri di ricerca ai chimici e ai fisici dell’Iraq e ha accettato di prendere in consegna i materiali più scottanti».
Potrebbe indicarmi dove ha letto questa notizia ? Chi è l’ufficiale in questione ? Grazie
Enrico Baria
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