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Archivio di Dicembre, 2008

Terreni coltivabili: corsa all’oro che cresce

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  • Tags: Fao, terre-coltivabili
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A guardarlo su una cartina pare un enorme Risiko, con i giocatori, i governi e le aziende private che corrono su e giù per il globo alla conquista di intere porzioni di altri paesi. Le armi per la caccia sono i soldi, lo scopo schierare aratri e mietitrebbie, la posta in palio è la terra agricola, che il terremoto finanziario e l’alto prezzo dei cereali hanno trasformato in oro.
La Fao prevede che entro il 2030 il mondo avrà bisogno di 1 miliardo di tonnellate in più di cereali per nutrire una popolazione che avrà superato gli 8 miliardi. E questo ha scatenato le paure di stati come Arabia Saudita, Emirati Arabi, Cina e Corea del Sud, ma anche India e Libia, che non dispongono di spazi e risorse sufficienti per coltivare il cibo per i propri abitanti. Ha inoltre stimolato gli appetiti dei fondi di investimento e delle multinazionali che nei campi di soia, grano e olio di palma vedono il business dei prossimi decenni. Complice la corsa ai biocarburanti.
Nel 2008 il ritmo dello shopping verde ha subito un’accelerazione straordinaria. L’ong spagnola Grain ha censito un centinaio di accordi per l’acquisto e l’affitto di terreni e risaie dal Pakistan al Kenya, dalle Filippine al Sudan, dal Kazakhstan al Brasile. La più vorace, stando alla classifica di Grain, è la Corea del Sud. Quarto importatore al mondo di mais, ha siglato intese su circa 2,3 milioni di ettari.
L’ultima è stata annunciata a novembre dalla Daewoo logistics. Il colosso sudcoreano ha dichiarato di avere ottenuto dal governo del Madagascar il diritto a coltivare per 99 anni 1,3 milioni di ettari a granoturco e palma da olio: prodotti da rispedire in Corea. In cambio, la Daewoo si impegnava a costruire infrastrutture e creare posti di lavoro: neanche 1 euro sarebbe entrato nelle casse dello stato malgascio.
Di fronte alla dimensione e alle condizioni dell’affare sono esplose le critiche di attivisti e istituzioni locali e internazionali, soprattutto perché nell’isola africana almeno 600 mila persone dipendono ancora dagli aiuti alimentari del World food programme. «L’arrivo di investitori stranieri non può avvenire senza che le popolazioni locali siano protette da eventuali crisi alimentari. Questo fenomeno deve essere regolamentato» ha tuonato Alain Joyadet, sottosegretario francese alla Cooperazione. Il governo del Madagascar si è affrettato a smentire che sia stato raggiunto un accordo. «Ma nella maggioranza dei casi ciò che si viene a sapere di questi contratti è davvero pochissimo» sottolinea Renée Vellvé, che ha curato il rapporto di Grain. «La Cina sta da tempo silenziosamente comprando o affittando terreni e costruendo fattorie dove arrivano scienziati e contadini cinesi per avviare la produzione di soia e riso ibrido».
Nei prossimi 50 anni la Repubblica Popolare investirà 5 miliardi di dollari nell’agricoltura in Africa, dove ha siglato una trentina di accordi che prevedono l’accesso a terreni fertili in cambio di strade, sistemi di irrigazione, formazione e tecnologia. Il dragone, che conta il 40 per cento dei contadini del mondo, ha solo il 9 per cento di terre coltivabili. Industrializzazione e inquinamento stanno mettendo a rischio l’autosufficienza alimentare, tanto che il ministero dell’Agricoltura di Pechino avrebbe già pronto un piano per delocalizzare la produzione di cibo.
C’è chi, però, ha ancora meno tempo e risorse della Cina: gli stati del Golfo Persico e l’Arabia Saudita. Il numero di abitanti di quest’area toccherà i 60 milioni entro il 2030, il doppio dall’inizio del secolo. Le fonti d’acqua dolce sono destinate a prosciugarsi entro 30 anni, la difficile e fortemente sussidiata produzione agricola locale non è più sostenibile.
Ancora più rischiosa la prospettiva di un’impennata nel prezzo dei cereali. Nel 2010 questi paesi importeranno dall’estero il 60 per cento del loro fabbisogno di cibo e l’aumento dei costi per le famiglie «rischia di provocare significative proteste sociali, soprattutto fra i lavoratori immigrati: la maggioranza della popolazione» avverte un rapporto del Gulf research center, che indaga sulle possibilità d’investimento dei petrodollari nel settore agrario in Africa e Asia Centrale.
A luglio il ministro dell’Economia degli Emirati Arabi ha annunciato l’intenzione di acquistare terreni in Africa, Cambogia, Vietnam, Kazakhstan e Sud America, un investimento massiccio è stato concluso in Sudan, dove sono attivi anche Arabia Saudita, Qatar e Giordania. In Pakistan gli Emirati hano comprato terra per coltivare cereali da rimandare in patria. Operazione per la quale hanno cercato di evitare le tariffe sull’export imposte da Islamabad, proprio per contrastare l’aggravarsi della crisi alimentare pachistana.
Il gruppo saudita Bin Laden ha sottoscritto un contratto da 4,3 miliardi di dollari per sviluppare 500 mila ettari di risaie in Indonesia. L’azienda sta considerando la possibilità di riservare parte del riso prodotto al mercato locale, «così la gente non crea problemi».
Il Gulf research center mette in guardia proprio dal pericolo che gli investimenti nei paesi in via di sviluppo provochino conflitti sociali innescati da dispute sui diritti di occupazione della terra e sull’uso dell’acqua. In Egitto i contadini del distretto di Qena hanno fatto lo sciopero della fame per riavere i 1.600 ettari di terra che gli amministratori locali avevano concesso a un’azienda giapponese per produrre cereali. In Tanzania 11 villaggi sono stati rasi al suolo per fare spazio a una piantagione di jatropha (arbusto tropicale) e palma da olio per biocarburanti. Episodi simili sono accaduti in Brasile, Colombia, Indonesia. Preludio di un sistema per regolare le controversie che allarma gli esperti.
«In Africa il diritto di proprietà è molto sfaccettato e non esistono spazi inutilizzati. I terreni incolti concessi agli stranieri sono spesso usati per la pastorizia e la raccolta di legna da piccoli contadini, tra i più poveri» osserva Michael Taylor di Land coalition, organizzazione che si occupa dell’accesso alla terra. «Nel concludere gli accordi i governi applicano leggi che non tengono conto delle consuetudini, ma in questi luoghi la terra è più di un bene materiale, è una questione di status e dignità. Se gli investitori vogliono evitare il diffondersi di conflitti, devono considerare questi aspetti».
Alla base di molti contratti come quello ideato dalla Daewoo in Madagascar c’è la promessa di realizzare infrastrutture e creare posti di lavoro. Il Qatar, per esempio, ha promesso al Kenya di finanziare con oltre 2 miliardi di euro la costruzione di un porto nell’isola di Lamu in cambio di 40 mila ettari da coltivare a cereali. «Si tratta di coltivazioni su larga scala, altamente meccanizzate. Le possibilità di occupazione per la gente del posto sono davvero scarse» obietta Renée Vellvé.
E se il direttore generale della Fao Jacque Diouf ha bollato questa corsa all’oro verde come «neocolonialismo», alcuni paesi la considerano un’occasione. L’Angola ha offerto la propria terra sul mercato internazionale, mentre il primo ministro etiope Meles Zenawi si è detto ansioso di accogliere aziende straniere.
«L’agricoltura, specialmente in Africa, è stata dimenticata per anni dagli stati donatori» ammette David Hallam, responsabile della Fao per l’interscambio commerciale. «Per questo c’è bisogno di qualsiasi investimento. Dobbiamo soltanto evitare gli effetti negativi».

  • froiatti
  • Sabato 27 Dicembre 2008

Gaza, continua l’attacco. Pronte le truppe di terra. L’Onu: “stop alle bombe”

OkNotizie

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  • Tags: Gaza, Israele, Qassam
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gaza

Colonne di fumo a Gaza city, colpita dai missili israeliani (Photo Ap)

Massacro a Gaza. Il 2008, anno della instabile tregua tra Hamas e Israele, si chiude con un pesante raid israeliano nella striscia controllata dal movimento islamista palestinese. Il più violento degli ultimi 20 anni: l’operazione rinominata “Piombo fuso”. Dopo il primo raid aereo di ieri mattina, anche oggi sono ripresi i bombardamenti mirati di F-16 ed elicotteri Apache alle strutture e ai depositi di Hamas, che si trovano in mezzo ad edifici cittadini. Le vittime, tra le quali molti civili, sono salite a 280 circa, secondo quanto si apprende da fonti mediche. Ma secondo Hamas sono più di 400. Oltre 600 sarebbero i feriti. Il ministro della difesa israeliano Ehud Barak non ha escluso un’operazione di terra, unità di riservisti sono state mobilitate e spostate vicino ai confini con la Striscia. Mentre il consiglio di Sicurezza dell’Onu ha lanciato un appello alla fine di tutte le attività militari. Le operazioni erano cominciate ieri mattina quando un attacco coordinato dell’aviazione ha colpito basi e impianti militari di Hamas, con bombe e missili. I palestinesi sono stati colti di sorpresa, molti sono morti nel bombardamento della caserma di polizia, dove si stava tenendo una cerimonia. L’attacco era stato annunciato in risposta ai numerosi lanci di razzi Qassam diretti da Gaza verso il sud di Israele ripresi nei giorni scorsi, senza fare vittime. Razzi che l’altroieri avevano causato la morte per errore di due bambine palestinesi. Negli attacchi aerei israeliani contro il quartier generale della polizia di Hamas è rimasto ucciso il suo capo, Tawfiq Jabber. Lo ha reso noto la radio di Hamas.“Quello in corso a Gaza è un massacro non è un bombardamento. È un crimine di guerra, ci sono molte vittime civili e ancora una volta nessuno lo dice”, così padre Manuel Musallam, parroco della Santa Famiglia, contattato dall’ agenzia missionaria Misna a Gaza città. Il movimento al potere a Gaza intanto ha già messo in moto la macchina dei “martirii” incitando i propri membri a compiere attacchi suicidi in Israele. Centinaia di razzi sono stati sparati verso Sderot, Ashkelon e Ashdod e un israeliano è morto, colpito nella propria abitazione.
Un portavoce militare dello stato ebraico ha riferito che l’operazione potrà essere “ampliata e approfondita” secondo le necessità. ”Gli obiettivi che sono stati attaccati erano stati individuati dai servizi informazione negli scorsi mesi e comprendono terroristi di Hamas che operavano da basi, comandi, basi di addestramento e arsenali bellici. “Il governo di Hamas” ha detto, “i suoi capi e i suoi miliziani attuano il terrorismo, agendo da tempo all’ interno della popolazione civile, hanno la sola responsabilità per la reazione militare israeliana, che è necessaria per tutelare le esigenze di sicurezza di Israele e dei suoi cittadini”. L’ operazione, ha dichiarato in serata il ministro della difesa Ehud Barak, ha lo scopo ”di cambiare radicalmente la situazione” a Gaza per ridare la quiete alla popolazione israeliana minacciata dai razzi. ”E’ giunta l’ora di combattere” ha aggiunto “non voglio illudere nessuno: l’operazione non sarà facile e nemmeno breve”.
”Non cederemo mai a Israele, non importa quale forza sia usata contro di noi” gli ha risposto il leader del governo di Hamas a Gaza Ismail Haniyeh “Noi non lasceremo la nostra terra, non alzeremo bandiere bianche e non ci inginocchieremo se non di fronte a Dio”. La situazione potrebbe quindi farsi ancor più critica nelle prossime ore, anche perché l’Iran ha già avvertito che manderà una nave di aiuti umanitari a Gaza, con l’intenzione di “violare il blocco sionista e arrivare in 12 giorni in Palestina con 2000 tonnellate di cibo, medicine e apparecchiature”. Intanto a Rafah, nel sud della Striscia, centinaia di palestinesi sono riusciti ad aprire un varco nel muro di confine con l’Egitto e sono penetrati nel Sinai superando le linee dei militari egiziani. La tensione nella zona è altissima, anche perché Hamas accusa i dirigenti egiziani di collusione con Israele. A Ramallah, sede del governo palestinese in Cisgiordania retto da Al Fatah e rivale di Hamas, il presidente Abu Mazen ha condannato “la vile aggressione” e ha chiesto l’intervento della comunità internazionale per fermare l’escalation di violenza. Dalla Casa Bianca alla Ue si moltiplicano le reazioni: l’alto rappresentante per la politica estera europea Javier Solana e la commissione Ue hanno chiesto un cessate il fuoco immediato ed un appello ad Israele e Hamas per la fine della violenza è stato lanciato da Francia e Russia. Il premier Silvio Berlusconi ha chiesto di cessare “le provocazioni e il lancio di razzi così come i bombardamenti”. Stop a missili e attacchi civili, dice la Casa Bianca per bocca di Condoleezza Rice, che però non condanna il raid. Dura la condanna dell’Egitto che ha convocato l’ambasciatore israeliano. Ma anche dal fronte arabo si sono levate critiche verso Hamas: in una conferenza stampa congiunta a Il Cairo con il ministro degli Esteri egiziano Abu Gheit, Abu Mazen ha dichiaratto che “Se le fazioni palestinesi avessero continuato il dialogo, si sarebbe potuto evitare il massacro di Gaza”, mentre Abu Gheit ha criticato gli islamisti perché non permetterebbero la fuga dei feriti verso l’Egitto.

  • redazione
  • Sabato 27 Dicembre 2008

Oltre l’era del petrolio: il risiko delle rinnovabili

OkNotizie

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  • Tags: amazzonica, benzina, Brasile, California, etanolo, India, Indonesia, pannelli-fotovoltaici, silicio, solare
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Statua di Cristo Redentore

San Paolo, Statua di Cristo Redentore

Acqua, sole, terra, vento: fonti di energia rinnovabile che diventano preziose con la progressiva diminuzione delle riserve di gas e petrolio. Ma la sfida per lo sviluppo di tecnologie pulite e per l’accaparramento di risorse utili al business verde apre nuovi scenari nell’immediato futuro. L’India ha appena comprato terreni in Brasile per 600 milioni di dollari che saranno coltivati a canna da zucchero per la produzione di bioetanolo, un carburante in grado di sostituire la benzina completamente o parzialmente. Finora la nazione che ospita la foresta Amazzonica è l’unica a produrlo a costi di mercato competitivi. Eppure la fame di etanolo sta accelerando il cambiamento di destinazione dei suoli coltivati verso le richieste internazionali, limitando i terreni destinati a colture alimetari. E, contemporaneamente, aumenta la pressione per la deforestazione. Sono tendenze che rischia di contrastare gli sforzi del governo brasiliano per tutelare la natura: il presidente Lula ha promesso che entro l’anno prossimo sarà ridotto del 20% il taglio indisriminato degli alberi. E in meno dieci anni si dovrebbe arrivare a una diminuzione del 72%. In Brasile, comunque, già circolano vetture con motore flex fuel (etanolo e benzina): una tecnologia che potrebbe diventare estremamaente competitiva se le riserve di greggio dovessero calare o diventare troppo costose. Ma, allo stesso tempo, la domanda per canna da zucchero e mai ha fatto lievitare i prezzi dei generi alimentari fino al 140 per cento, secondo la Banca mondiale.

Il sole, invece, continua a splendere in California, dove i fondi di “venture” capital investono sulle tecnologie verdi. E, in particolare, sui pannelli fotovoltaici. Quelli che sfruttano il sicilio garatiscono un rendimento del 15 per cento, ma sono ancora costosi. Proprio dal silicio prende il nome la Silicon Valley: è utilizzato nella maggior parte dei componenti di microelettronica, dai chip alle schede integrate. Multinazionali dell’hitech e piccole aziende hanno trovato sostegno nel governatore Arnold Schwarzenegger (le leggi californiane sono tra le più attente all’ambiente negli Stati Uniti, in materia di emissioni e di incentivi) e nelle potenti lobby ecologiste (come il Sierra club). Ora la tecnologia più promettente per i pannelli fotovoltaici sembra quella del “film sottile”, ma necessita di minerali e metalli rari di cui è ricco il sottosuolo di alcune nazioni dell’Africa centrale e orientale, teatro di guerre sanguinose negli ultimi anni.

Lo sfruttamente delle risorse idriche, invece, sta sollevando dubbi sulla gestione dello sviluppo in Indonesia: il Citarum è uno dei fiumi più inquinati al mondo, architrave di un ecosistema che garantisce la sopravvivenza di 28 milioni di persone. Ma alimenta anche una diga che da sola soddisfa il 20 per cento del fabbisogno nazionale. Per le comunità locali che vivono lungo le rive del fiume è una zona a rischio: se gli sbarramenti hanno cambiato i ritmi naturali per i raccolti, l’inquinamento rende difficile la pesca. E, ancora una volta, le fonti rinnovabili diventano un’opportunità concreta per tutti se legate a una gestione attenta delle politiche ambientali.

  • luca.delloiacovo
  • Venerdì 26 Dicembre 2008

Guerra ai talebani: per l’Afghanistan è l’anno decisivo

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  • Tags: Afghanistan, talebani, taliban
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Guerriglieri di Allah

Sono molte le ragioni per le quali il 2009 risulterà con ogni probabilità l’anno decisivo nel conflitto afghano iniziato alla fine del 2001 con l’attacco anglo-americano che fece cadere il regime talebano. Sul piano politico il nuovo presidente statunitense Barack Obama, dopo aver criticato la gestione della campagna militare dell’amministrazione Bush,
dovrà dimostrare di saper fare di meglio. Paradossalmente il programma varato dal Pentagono per inviare 20/30.000 rinforzi entro il 2009 è stato messo a punto durante gli ultimi mesi di presidenza Bush ed è reso possibile solo dalla sostanziale stabilizzazione dell’Iraq, un risultato ottenuto negli ultimi mesi che consentirà di ritirare truppe da Baghdad per
rinforzare Kabul. Oggi in Afghanistan sono schierati 52.000 militari della Nato   e 18.000 dell’operazione Enduring Freedom. In totale 70.000 soldati che saliranno ad almeno 100.000 nel 2009, lo stesso numero di soldati schierato in Afghanistan dai sovietici negli anni ‘80.  Per garantirsi lo stesso successo Obama conta sul generale David Petraeus, l’ex comandante delle forze Usa in Iraq ora responsabile del Central Command che da Tampa (Florida) gestisce le
operazioni in tutta l’area compresa tra il  Medio Oriente e l’Asia Centrale, Afghanistan incluso. Se Obama ha bisogno di un successo lo stesso può dirsi del presidente afgano Hamid Karzai   che nel 2009 cercherà di farsi rieleggere alla guida del paese nonostante le numerose e documentate accuse di corruzione a tutti i livelli che coinvolgono il suo governo e persino la sua famiglia. Una vittoria militare sul campo, considerata irraggiungibile da alcuni comandanti britannici, perseguita con l’applicazione della “dottrina Petraeus” che prevede il “surge”, cioè l’aumento delle truppe da combattimento da schierare nelle strade e nei villaggi afgani. Soldati alleati che affiancheranno quelli afgani per strappare il consenso popolare e il controllo del territorio ai talebani, “comprando” il supporto dei capi tribù e costituendo milizie  tribali sulla falsariga dei Comitati del risveglio sunniti che in Iraq contribuirono  sconfiggere insorti e milizie di Al Qaeda. Del resto la
vittoria militare o quanto meno la possibilità di esercitare il controllo su gran parte del territorio costituiscono l’indispensabile premessa per la ricostruzione economica e di infrastrutture sentita come una necessità
stringente da gran parte della popolazione, specie fuori dalle aree urbane.
Le difficoltà ad applicare questa strategia sono solo due ma non certo insignificanti. Gli alleati europei sembrano disponibili a inviare un po’ di rinforzi in Afghanistan ma non ad assegnarli a compiti di combattimento con l’obiettivo di ridurre il rischio di perdite. Perdite destinate a salire nella prima fase del “surge” e dell’acquisizione del controllo del territorio, come si è già visto in Iraq nel 2007. Anche per questo il 2009 sarà forse l’anno decisivo. In assenza di una vittoria molti governi europei potrebbero decidere di riturare i loro contingenti sotto la pressione dell’opinione pubblica.

  • gianandrea gaiani
  • Mercoledì 24 Dicembre 2008

Sarkò da Lula: il patto franco-brasiliano

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  • Tags: Amazzonia, Brasile, francia, Lula, Nazioni-Unite, nicolas sarkozy, sottomarino-nucleare
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Giappone

Data peggiore per il vertice-chiave tra Brasile e Unione Europea, giunto quest’anno alla sua seconda edizione, non ci poteva essere. Il 22 e il 23 dicembre, infatti è festa. Tanto più in Brasile , dove  l’estate è appena iniziata e chiunque ti spiegherà  che “qui siamo tutti in ferie sino a dopo il Carnevale ”.
Quest’anno, tuttavia, ad accendere i riflettori sull’evento che dovrebbe sbloccare l’impasse commerciale nei rapporti UE-Mercosur, organizzazione regionale di cui il Brasile ha la presidenza sino al prossimo primo gennaio, ci hanno pensato Nicolas Sarkozy e sua moglie Carla Bruni, protagonista sui giornali carioca per le sue visite in favela, per gli abiti e anche perché, proprio a San Paolo, vive il suo padre biologico. Il presidente francese dal canto suo teneva moltissimo a questo viaggio, lo aveva programmato da un anno, perché - come riferisce il direttore per il Mercosur del prestigioso Istituto di Studi Politici di Parigi, Alfredo Valladao -  “la Francia sta scoprendo che tra i paesi emergenti, il Brasile è  il socio più interessante”.
Un interesse rappresentato dall’accordo militare firmato da Parigi e Brasilia e che oltre alla collaborazione tecnica per la costruzione del primo sottomarino nucleare verde-oro entro tre anni prevede una partnership a 360 gradi nel settore. Ma anche dai tre patti sull’Amazzonia, che vedranno Francia e Brasile lavorare assieme per proteggere la biodiversità del più grande polmone verde del pianeta. La Francia sta dunque entrando con sempre maggior interesse in Brasile e, in cambio, Sarkozy ha fatto sapere che difenderà quella che, da sempre, è una delle maggiori aspirazioni della diplomazia verde-oro, ossia avere un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

  • paolo.manzo
  • Martedì 23 Dicembre 2008

Guinea: un altro colpo di Stato in Africa occidentale

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  • Tags: guinea
  • 2 commenti

Guinea

Stamattina, l’Africa si è svegliata al suono dell’ennesimo colpo di mano militare della sua storia. Stavolta, il protagonista è la Guinea, il poverissimo stato dell’Africa occidentale che, nella sua storia, ha conosciuto solamente due presidenti, entrambi provenienti dalle Forze Armate. A séguito della morte del 74enne capo di stato Lansana Conte, avvenuta ieri notte probabilmente per motivi di salute, l’esercito ha annunciato di aver preso il controllo del Paese e di aver sciolto Parlamento, governo, partiti e sindacati.

“Al momento la situazione nella capitale Conakry è tranquilla, la gente non è scesa per strada e attende gli sviluppi della situazione”, fa sapere a Panorama.it il giornalista Abdoulaye Conde, direttore del giornale locale La Nouvelle Tribune. “Il Comitato che ha preso il potere è composto da giovani ufficiali dell’esercito, che hanno accusato le istituzioni politiche di essere le responsabili dello stato disastrato della nostra economia. Finora, nessun leader politico ha reagito”. Intenzione del Comitato sarebbe quella di nominare un presidente militare e un premier civile, che saranno responsabili della transizione attraverso la nomina di un governo. Stanchi del malgoverno di Conte, colpevole di aver precipitato nella miseria il Paese primo produttore di bauxite al mondo, ricchissimo di risorse idriche e minerarie, i giovani militari avrebbero deciso di avviare un nuovo corso. Utilizzando però i vecchi sistemi della politica guineana.

Nonostante i progressi politici realizzati dall’Africa, alcuni Paesi non sono stati toccati dalla ventata di democrazia che ha investito il continente negli ultimi vent’anni. La Guinea è uno di questi: indipendente dal 1958, grazie a quel Sekou Toure che ebbe il coraggio di affrancare il Paese dalla madrepatria francese, la Guinea cominciò il suo calvario molto presto. Isolato a livello internazionale, Toure sposò il comunismo avviando una repressione sistematica degli oppositori politici e instaurando un regime del terrore. Alla sua morte, nel 1984, l’allora ufficiale dell’esercito Lansana Conte prese il potere grazie a un colpo di stato. E se da allora la macchina repressiva si è allentata consentendo ai guineani di respirare, l’economia non si è mai ripresa dai disastri del precedente regime. Oggi il Paese è al collasso, i servizi di base sono scadenti e la disoccupazione è alta.

Il colpo di mano di oggi sarà l’alba di un nuovo corso per il Paese? “Il Comitato ha annunciato di voler allestire un governo competente, ora bisognerà capire l’atteggiamento della comunità internazionale”, prosegue Conde. L’Unione Africana per ora tace, facendo solo sapere di seguire con interesse gli sviluppi politici. Ma dubitare dell’ennesimo colpo di mano dei militari è lecito, visti i precedenti. Fumatore incallito e malato da tempo di diabete, negli ultimi anni l’autoritario Conte aveva ridotto il Paese alla paralisi, licenziando primi ministri a suo piacimento e disattendendo con regolarità tutti gli accordi presi con l’opposizione e i sindacati. Nel febbraio 2007, le manifestazioni organizzate dall’opposizione contro la crisi economica e l’operato dello stesso presidente furono represse nel sangue, provocando più di 180 morti secondo le cifre fornite dalle locali associazioni dei diritti umani. Ora la popolazione attende, nella speranza che quello appena iniziato sia veramente un nuovo corso.

  • matteo.fagotto
  • Martedì 23 Dicembre 2008

Riaprono gli alberghi di Mumbai

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  • Tags: Bollywood, mumbai
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Mumbai

Con la riapertura parziale del Taj Mahal e dell’Oberoi, i due alberghi che il 26 novembre scorso sono stati colpiti da un commando di dieci terroristi, la vita a Mumbai sembra essere tornata alla normalità. Infatti, mentre India e Pakistan continuano a scontrarsi sulla nazionalità di Ajmal Ameer Kasab, l’unico attentatore catturato vivo (secondo il South China Morning Post, proprio questa notte Kasab avrebbe dichiarato in una lettera di essere pakistano, ma Islamabad continuerebbe a non riconoscerlo come proprio cittadino, ndr), le autorità di Mumbai preferiscono enfatizzare l’idea secondo cui l’essere riusciti in meno di un mese a ripristinare i due stabili alle stesse condizioni in cui erano prima dei tragici eventi denoti l’interesse, la volontà e il desiderio del Paese di guardare avanti.

“Sono convinto che la riapertura del Taj abbia dimostrato al resto del mondo che ci siamo risvegliati in tempi record. Possiamo essere colpiti, ma nessuno ci può affondare”, ha ribadito al Los Angeles Times il magnate Ratan Tata, presidente di quel Tata Group cui fa capo anche il Taj Mahal Palace & Tower hotel.

Diversa l’opinione di chi al Taj ci lavora, che racconta che le 268 stanze riaperte si trovano nella torre 1970, mentre l’ala del Palazzo Vittoriano, in cui vi è anche il ristorante dove si sono verificati scontri a fuoco tra terroristi e forze dell’ordine, i segni dell’assedio continuano ad essere difficili da ignorare, tanto da lasciar supporre che questa parte dell’hotel tornerà agibile solo tra un anno. Anche per l’Oberoi la riapertura è parziale e riguarda solo due palazzine dell’albergo. Le altre dovrebbero però tornare funzionanti entro la primavera del 2009.

Nonostante ciò, non si contano le star di Bollywood che hanno scelto di partecipare alle celebrazioni in occasione della riapertura natalizia parziale del Taj anche per ricordare le 170 vittime che hanno perso la vita il 26 novembre scorso. All’Oberoi, invece, è stata organizzata una funzione pomeridiana officiata da otto rappresentanti religiosi che hanno pregato per chiedere alle rispettive divinità che la pace ritorni in città.

  • claudia astarita
  • Martedì 23 Dicembre 2008

A ruba le scarpe anti-Bush. E il giornalista rischia 15 anni di carcere

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  • Tags: Bush, Muntader, scarpe
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Un giornalista iracheno tira le scarpe a Bush
L’ormai celebre lancio di scarpe contro Bush (Credits: AP)

Le originali sono state distrutte. E il loro possessore rischia fino a 15 anni di carcere per “aggressione contro capo di Stato straniero durante visita ufficiale”. Ma le scarpe che il giornalista Muntader Al Zaydi ha lanciato a George Bush si candidano a diventare uno degli oggetti più ricercati e desiderati sul mercato, almeno nel mondo arabo. Sebbene nelle riprese televisive le calzature schivate dal presidente americano fossero in movimento, un imprenditore di Istanbul sostiene che siano state prodotte nella sua officina. Ramazar Baydan, così si chiama l’artigiano intervistato dal New York Times, si è detto pronto a giurarlo: “Non posso dimenticarlo, è un modello che ho disegnato personalmente, l’abbiamo prodotto per 10 anni” sostiene “se sei un calzolaio ti basta uno sguardo per riconoscerle”. Sebbene la sua affermazione sia impossibile da verificare, le ordinazioni per le “Bush shoes”, come sono state prontamente rinominate, sono schizzate verso l’alto: un ordine di 15mila paia dall’Iraq, 95mila “in produzione per il mercato europeo” e addirittura “18mila per l’America”. Per la modica cifra di 40 dollari, ci si potrà allenare al lancio al presidente: “sono sorpreso dalla loro aerodinamicità” ha detto Baydan.
Effetti collaterali dell’odio per uno dei presidenti americani più impopolari di sempre. L’originale lanciatore, intanto, non se la passa molto bene: il processo per il suo atto partirà il 31 dicembre. Il giudice istruttore Dhiya Al Kenani ha confermato il capo d’accusa, per il quale la pena prevista va dai 5 ai 15 anni. Muntader Al Zaydi può però contare sull’appoggio delle migliaia di dimostranti che sono scesi in piazza nei giorni scorsi per esprimere la solidarietà nei suoi confronti. Brandendo le scarpe “anti-Bush”.

  • emanuele rossi
  • Martedì 23 Dicembre 2008
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