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Archivio di Gennaio, 2009

Più credito a famiglie e imprese: la ricetta di Obama contro la crisi

OkNotizie

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  • Tags: Barack Obama, Usa
  • 6 commenti

Barack Obama

Barack Obama, presidente degli Usa

Nel discorso di insediamento alla Casa Bianca Barack Obama aveva annunciato agli americani che la crisi si farà ancora sentire. E ora l’amministrazione Usa mette a punto un nuovo piano per scongelare il mercato del credito a stelle e strisce e ridare slancio all’economia. In cantiere misure che prevedono più credito alle imprese ed alle famiglie ed una stretta ai bonus per i manager. È quanto dichiarato, nel corso del tradizionale discorso settimanale, dal presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, che ha spiegato come il nuovo piano “aiuterà a ridurre i costi dei mutui e ad aumentare i prestiti alle piccole imprese, così che possano creare posti di lavoro”. Allo stesso tempo, il progetto a cui sta lavorando il nuovo ministro del Tesoro, Timothy Geithner, prevede che ”gli amministratori delegati non prosciughino i fondi che dovrebbero venire destinati alla ripresa”. Il riferimento, secondo quanto riporta Bloomberg, è ai 18,4 miliardi di dollari versati in bonus lo scorso anno ai propri dirigenti dalle società di Wall Street, nonostante la recessione sempre più incombente. Geithner “avrà qualcosa da dire” sulla pratica dei bonus già nella prossima settimana, ha promesso Obama.

“Abbiamo appreso questa settimana che, nonostante abbiano richiesto l’aiuto dei contribuenti, le società di Wall Street hanno versato in modo vergognoso circa 20 miliardi di bonus nel 2008″, ha detto Obama, sottolineando: “Sebbene io rimarrò impegnato a fare ciò che serve per conservare un adeguato livello di credito, il popolo americano non scuserà o tollererà più un livello simile di arroganza e ingordigia”. Obama ha quindi ribadito la sua intenzione di premere per “una trasparenza senza precedenti, una sorveglianza rigorosa e una contabilità chiara” per i fondi che sono stati stanziati per riportare il sereno sui mercati finanziari. Allo stesso tempo, Obama ha nuovamente ripetuto che “gli americani sanno che per la ripresa della nostra economia serviranno anni, non mesi”. Ma il pacchetto di stimoli varato dalla neo eletta amministrazione consentirà di salvare o creare almeno tre milioni di posti di lavoro “nei prossimi anni”.

  • redazione
  • Sabato 31 Gennaio 2009

Per processare i terroristi islamici servono tribunali militari

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  • Tags: Al Qaeda, Barack Obama, Guantanamo, Islam, islamismo, presidenziali-usa-2008
  • 2 commenti

Centro di detenzione di Guantanamo

Di Mario Sechi

Incontrare John Yoo significa entrare nel vasto mondo della guerra e del diritto, fare una lunga cavalcata nella storia americana e nei segreti del potere più grande (e temuto) del presidente degli Stati Uniti: quello di commander in chief, comandante in capo delle forze armate. Yoo è nato nel 1967 a Seul (Corea del Sud) e poi espatriato negli Stati Uniti. È stato il legal advisor dell’amministrazione Bush per il diritto di guerra, uno dei più stretti collaboratori del ministero della Giustizia. Portano la sua firma molti memorandum riservati per la Casa Bianca. Oltre a essere uno degli esponenti di punta del centro studi conservatore American enterprise institute, Yoo è professore all’Università di Berkeley, uno dei santuari liberal dell’istruzione americana, non proprio un covo di neocon. Tanto che il City council di Berkeley qualche settimana fa ha chiesto di istituire un corso alternativo per gli studenti. Richiesta respinta al mittente, non solo perché contro la libertà di pensiero e parola, ma perché a Yoo vengono riconosciuti un indiscutibile magistero e una grande apertura di pensiero.

Per comprendere seriamente cosa è accaduto alla Casa Bianca dopo l’11 settembre 2001 è necessaria la lettura dei suoi libri: The Powers of war and peace (University of Chicago Press, 2005) e War by other means (Atlantic Monthly Press, 2006). È qui che Yoo spiega le origini giuridiche della nascita del Patriot act e del carcere di Guantanamo, i decreti di George W. Bush sulle tecniche di interrogatorio, l’impossibilità di applicare la convenzione di Ginevra ai terroristi di Al Qaeda, l’eccezionale flessibilità della costituzione scritta e adottata dai padri fondatori a Filadelfia nel 1787 pensando a un’America non ancora superpotenza ma già allora bisognosa di essere “fortezza” capace di pensare e applicare la dottrina della guerra preventiva.

È con questo eccezionale testimone della “presidenza dell’11 settembre” che Panorama commenta i primi decreti di Barack Obama. Decisioni che sono coerenti con quanto dichiarato durante la campagna elettorale e segnano, se non un’inversione di rotta nella politica antiterrorismo (tutta ancora da verificare), una dichiarazione di principio e discontinuità sulla quale negli Stati Uniti si è acceso un intenso dibattito.

Professor Yoo, il presidente Barack Obama ha chiesto ai giudici dei tribunali militari di Guantanamo di sospendere per 120 giorni tutti i procedimenti in corso. La ritiene una buona iniziativa?
Il neopresidente deve avere la possibilità di stabilire proprie linee di indirizzo politico, ma alla fine si accorgerà che per processare i terroristi servono i tribunali militari.
Non pensa che sia possibile spostare i processi nei normali tribunali, seguendo procedure che sono già ben codificate nel tempo?
No. I normali processi non contemplano la necessità di proteggere le nostre fonti di intelligence, né i metodi che ci hanno permesso di catturare gli esponenti di Al Qaeda.
L’annunciata chiusura del carcere di Guantanamo rappresenta davvero un’opportunità per restaurare la credibilità internazionale degli Stati Uniti?

Beh, gli Stati Uniti dovranno continuare a tenere da qualche parte i capi terroristi. Se non sarà a Guantanamo, sarà da qualche altra parte. Non li si può certo liberare tra la popolazione civile.
La possibilità che altri paesi si prendano in carico questi detenuti è una soluzione praticabile per l’amministrazione Obama?

Sarebbe altamente auspicabile che altri stati si prendessero alcuni di questi detenuti, ma rimarrebbe comunque il problema dei duri, i più estremisti: quelli non li prenderebbero. Ci sarebbe il rischio di esportare il problema in altri paesi e si aprirebbe il conflitto fra la detenzione di questi terroristi e i diversi sistemi giuridici, che prevedono processi pubblici, aperti.
Questi detenuti a Guantanamo continuano a rappresentare una minaccia? E perché?

Come i tribunali militari americani hanno dimostrato, molti dei detenuti di Guantanamo non smettono di essere una minaccia: se rilasciati, tornerebbero a combattere gli Stati Uniti e i loro alleati.
Si possono applicare le norme della convenzione di Ginevra ai terroristi islamici?

Non ritengo che in questo caso valgano le norme della convenzione di Ginevra. Parliamo di trattati che regolano i conflitti fra nazioni e le loro forze armate. Al Qaeda è un non stato, che non ha firmato i trattati e non ha intenzione di seguire le regole della guerra.
Le regole per gli interrogatori decise dall’amministrazione Bush sono accettabili?

Ritengo che lo fossero e che fossero necessarie per raccogliere le informazioni necessarie a fermare i terribili attacchi contro gli Stati Uniti e i suoi alleati.
Questo però solleva problemi costituzionali. Quali?

Penso che la vera preoccupazione costituzionale sia che la nuova amministrazione, il Congresso e i tribunali vanifichino la capacità dei nostri servizi di intelligence e delle nostre forze armate di combattere Al Qaeda con la giusta aggressività.
Quali sono oggi i rischi per gli Stati Uniti?
Un eccesso di fiducia e passività, dal momento che, negli ultimi sette anni, siamo riusciti a prevenire qualsiasi attacco sul nostro territorio.
Qual è la sua speranza?

Spero che la nuova amministrazione manterrà la sostanza delle nostre politiche contro il terrorismo e, ora che la campagna elettorale è finita, metta da parte gli eccessi di partigianeria.

  • redazione
  • Sabato 31 Gennaio 2009

Allarme terrorismo in Germania: un’ondata di attentati

OkNotizie

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  • Tags: Berlino, germania
  • 2 commenti

Festeggiamenti a Berlino

Festeggiamenti a Berlino

La Germania trema. Hanno lanciato l’allarme i massimi dirigenti dei servizi di sicurezza tedeschi: il rischio è quello di un’ondata di attentati terroristici da parte di fondamentalisti islamici rischiano di scuotere la nazione in vista delle elezioni per la Cancelleria, in programma il 27 settembre prossimo. A rendere pubblico il pericolo sono stati i vertici degli apparati di sicurezza: come Heinz Fromm, presidente del servizio di protezione anti-terrorismo (Verfassungsschutz) e Joerg Ziercke, capo della Criminalpol federale (Bundeskriminalamt).

In un’intervista rilasciata al quotidiano Hamburger Abendblatt, Fromm afferma infatti come sussista “il grandissimo pericolo che gli integralisti islamici compiano un attentato terroristico in Germania”, poiché alcuni video contenenti minacce in tal senso, il contenuto dei quali è stato reso noto nei giorni scorsi, indicano che “si stanno preparando attacchi contro il nostro Paese”. Fromm precisa che sarebbe coinvolta direttamente ‘al-Qaeda’, uno dei cui obiettivi consisterebbe nel costringere Berlino a ritirare il proprio contingente dall’Afghanistan. Tra i terroristi che potrebbero essere impiegati sul suolo tedesco, precisa, figurano “molte persone che hanno ottenuto la cittadinanza tedesca, e anche diversi convertiti” alla religione musulmana.

  • redazione
  • Sabato 31 Gennaio 2009

Cercasi killer per uccidere Evo Morales. Su Facebook

OkNotizie

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  • Tags: Associated-Press, bolivia, evo-morales, facebook, killer, social-network
  • 2 commenti

Bolivia

Evo Morales (al centro), presidente della Bolivia
Non sono bastate le polemiche sui gruppi dedicati a Totò Riina o agli stupri collettivi perché Facebook, il social network più in voga del momento, fondato nel 2004 dallo statunitense Mark Zuckerberg, con 150 milioni di iscritti in tutto il mondo, vigilasse in modo più rigoroso all’interno di quella grande piazza virtuale che è. Adesso è dovuta addirittura intervenire la prestigiosa agenzia di notizie statunitense Associated Press per denunciare e far chiudere un gruppo aperto nell’agosto del 2008, il ”Colecta Mundial pa’ contratar a un francotirador que liquide a Evo Morales”, ovvero il gruppo per raccogliere nel mondo fondi per assoldare un killer che faccia fuori Evo Morales. Nel mirino, insomma, stavolta è finito il presidente della Bolivia, Evo Morales appunto, reduce dal referendum costituzionale di domenica scorsa in cui ha vinto seppure con uno scarto non eclatante. Il gruppo in questione, arrivato ad avere 8069 membri, è stato creato da un ventenne boliviano, Hony Piérola, che ha subito messo le mani avanti dichiarando che da parte sua non c’era stata nessuna intenzione cattiva ma solo tanta ironia verso un Presidente che secondo il giovane “non ha colpa se è nato così imbecille”.

A permettere tecnicamente la chiusura del gruppo sono stati 497 messaggi postati dai membri in cui di ironia non c’era proprio nulla, piuttosto incitazione all’odio e alla violenza, in chiara violazione dei principi del social network. Come nel caso di un post, datato 10 agosto, in cui qualcuno aveva scritto “non sono d’accordo sul farlo fuori a colpi di pistola. Piuttosto bisognerebbe torturarlo e farlo soffrire come sta facendo indirettamente con molti boliviani”. Dopo la denuncia di Associated Press il gruppo è stato immediatamente chiuso, con le scuse dei vertici di Facebook : “Abbiamo uno staff multilingue-fanno sapere dagli Stati Uniti-stiamo cercando di migliorare la nostra capacità di controllo e di scrematura”.

  • mariazuppello
  • Sabato 31 Gennaio 2009

Presidenziali in Afghanistan: gli Usa scaricano Ahmid Karzai

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  • Tags: Afghanistan, Ahmid-Karzai, iraq, kabul, Zalmay-Khalilzad
  • 5 commenti

Ahmid Karzai

L’Afghanistan voterà per eleggere il nuovo presidente il 20 agosto, lo ha annunciato la Commissione Elettorale di Kabul confermando il rinvio rispetto alla data inizialmente prevista del 22 maggio. Il voto, accolto con un plauso dalla missione Onu e dalla Nato che si appresta a mobilitare rinforzi per affiancare gli 80.000 soldati e 60.000 poliziotti afghani attorno ai seggi, potrebbe segnare il tramonto del presidente Hamid Karzai ormai sempre più isolato.

Oltre ai talebani, che sembrano rifiutare ogni negoziato con lui considerandolo un “burattino degli americani”, anche molti afghani che avevano contribuito ad eleggerlo nel 2004 con il 55 per cento delle preferenze esprimono delusione dal mancato decollo economico e della ricostruzione del Paese nonostante i 15 miliardi di dollari già donati dalla comunità internazionale. Scarsa credibilità, poco impegno nella lotta al narcotraffico e la corruzione endemica degli apparati governativi sembrano pregiudicare le possibilità di rielezione di Karzai, sempre più sgradito anche agli Usa, stanchi anche delle continue accuse rivolte alle forze alleate per le vittime civili provocate per errore dai raid aerei e che in realtà sarebbero molte meno di quante dichiarate dal governo afghano.

La visita a Kabul del vicepresidente Joe Biden e la nomina di Richard Hollbrooke a inviato della Casa Bianca in Afghanistan avrebbero lo scopo di esercitare pressioni su Karzai ma anche di verificare la possibilità di un cambio della guardia che punti a rafforzare il supporto alla lotta ai talebani da parte delle componenti etniche afghane. Un piano che si inserisce in una nuova strategia nella quale Washington persegue il successo militare inviando altri 30.000 soldati e lasciando agli europei, meno inclini a combattere, i compiti di ricostruzione e assistenza economica.

I giochi sono ancora tutti aperti ma, secondo indiscrezioni, l’amministrazione Obama punterebbe a favorire un “cartello” di leader etnici che potrebbero costituire un’alleanza politica intono al nome di Zalmay Khalilzad, americano nato in Afghanistan, a Mazar-i-Sharif dove il padre era funzionario durante la monarchia. Musulmano nato nel 1951 è stato ambasciatore statunitense in Afghanistan, in Iraq e poi alle Nazioni Unite durante l’Amministrazione Bush.  Non è un caso che nei giorni scorsi siano arrivati a Washington per consultazioni quattro rivali di Karzai.

Abdullah Abdullah, ex ministro degli esteri considerato il leader degli afgani tajiki; Ali Ahmad Jalal, pashtun ex ministro degli Interni protagonista della resistenza antisovietica e docente in alcune università americane; Ashraf Ghani, ex ministro delle finanze, alla Banca mondiale dal ‘91 al 2001, anche lui pashtun; Gul Agha Sherzai, attuale governatore della provincia di Nangharah e veterano della resistenza antisovietica e nel 2001 strappò Kandahar ai talebani con l’appoggio delle truppe statunitensi. E’ anche lui un pashtun e quando Obama si è recato in Afghanistan nel luglio scorso lo ha incontrato prima ancora di vedere Karzai. Nelle speranze di Washington l’alleanza di questi leader potrebbe raccogliere il voto della gran parte delle due principali etnie afghane consentendo maggiore stabilità e credibilità al nuovo governo che, con Khalizad presidente, non sarebbe più presieduto da “un burattino degli americani” ma da un americano.

  • gianandrea gaiani
  • Venerdì 30 Gennaio 2009

I pirati somali sequestrano una petroliera tedesca

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  • Tags: pirateria, somali, Somalia
  • 3 commenti

I pirati sono tornati in azione al largo della Somalia sequestrando ieri  una petroliera tedesca, la Longchamp, che trasportava oltre 3.415 tonnellate di greggio. Sulla nave era imbarcato un equipaggio di 13 marinai, in maggioranza filippini. L’attacco è avvenuto proprio mentre a Gibuti nove paesi dell’area stavano firmando un accordo per rafforzare la cooperazione regionale nella lotta alla pirateria. Nel 2008 nelle acque del Corno d’Africa sono state catturate 42 navi, nel 2007 erano 12, nel 2006, 7.

Quello più spettacolare era stato proprio l’attacco alla Sirius Star, la mega petroliera presa d’assalto il 16 novembre scorso a 750 chilometri dalla costa keniana. Per il rilascio, avvenuto il 9 gennaio, è stato pagato un riscatto di circa 3 milioni di dollari, ma «la sola notizia dell’avvenuto sequestro aveva provocato un aumento del prezzo del petrolio pari a un dollaro al barile» ha chiarito l’ammiraglio Luciano Callini direttore del Centro militare di studi strategici che il 28 gennaio ha presieduto a Torino una conferenza internazionale sulla pirateria organizzata dall’Unicri.

Da oltre 4 mesi è ancora nelle mani dei pirati, invece, la Faina, nave da carico ucraina che trasportava carri armati, munizioni e lancia granate destinati, forse, al Sudan, per la quale sono stati chiesti 20 milioni di dollari. L’attacco alla petroliera tedesca, smorza le speranze che l’intensa attività militare nel golfo di Aden potesse aver frenato il fenomeno, come i dati di gennaio dimostravano. In quel tratto di mare passa il 20 per cento del traffico commerciale del mondo e attualmente sono presenti navi della marina americana, cinese, russa, saudita e indiana, oltre a quelle della missione europea Atalanta lanciata a dicembre dell’anno scorso con il compito di contrastare la pirateria.

Modalità di attacco. I moderni bucanieri sono per lo più pescatori che usano pescherecci come nave madre e poi lanciano l’assalto a bordo di piccole e rapide imbarcazioni. La nave madre, che trasporta le armi e il carburante, segue come un’ombra la “preda” aspettando il momento migliore per entrare in azione. Quando il vento non è troppo forte, le correnti buone, e l’obiettivo selezionato viaggia a una velocità non troppo sostenuta, il commando a bordo di una o due piccole barche a motore, accosta la nave, spara colpi di avvertimento con il kalashnikov o il lanciarazzi per fermare la sua corsa e poi sale a bordo arrampicandosi su scale di legno. «La preda a quel punto viene scortata verso acque sotto il controllo dei pirati» spiega Callini «al largo delle coste somale». Nel tempo gli attacchi si sono fatti sempre più ambiziosi anche perché i commando si sono dotati delle più moderne tecnologie (satellitari, gps). «Uno scanner per le frequenze radar che permette di individuare le tracce dei mercantili si può acquistare a Mogadiscio per 2mila dollari» ha rilevato un esperto alla conferenza Unicri, «non è poco per quel paese, ma può essere un investimento davvero redditizio».

Operazioni Onu sulla terraferma? Le basi dei banditi sono concentrate per lo più a Boosaaso, Eyl e Haradere, ma per quanto la risoluzione dell’Onu che autorizza la missione contro la pirateria dia la possibilità di compiere operazioni anche sulla terraferma «si sta ancora discutendo dell’opportunità di una tale azione» ha affermato il vice ammiraglio Rober Moeller, numero due di Africom: «Troppi i rischi, poche le certezze di successo: come reagirebbe la popolazione locale alla vista di truppe straniere?». Il punto vero è che la Somalia da 18 anni è senza un governo centrale e questo rende difficile dal punto di vista legale molte decisioni. Non ultima quella su chi abbia la giurisdizione per processare i pirati che vengano eventualmente catturati. Alcuni sono stati consegnati al Kenya, altri sono stati rilasciati dopo il sequestro di armi e attrezzature. I francesi, dopo aver pagato il riscatto per il sequestro di un panfilo di lusso, il Ponant, sono andati a prenderli con un blitz e li hanno portati a Parigi (guarda il VIDEO).

E prendere di mira le navi madre? «Impossibile» ammette Nick Gibbons comandante della marina britannica, membro della missione europea nel golfo di Aden «bisognerebbe controllare ogni peschereccio, ma possiamo farlo solo se abbiamo sospetti fondati che sia coinvolto in atti di pirateria». Non resta che rafforzare le regole di sicurezza per i mercantili, migliorare il controllo con il satellite. «È necessaria una maggior collaborazione tra il settore privato, che detiene le tecnologie migliori, e gli Stati», dice Sandro Calvani, direttore di Unicri.  Ma la situazione non potrà risolversi finché in  Somalia non si insedierà un governo capace di affrontare l’emergenza. Possibilmente prima che ai terroristi islamici, a detta di molti, piuttosto attivi nell’area, venga in mente di sfruttare l’abilità dei pirati per far tanti soldi, abbastanza facilmente.


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  • froiatti
  • Venerdì 30 Gennaio 2009

Davos, al dibattito sulla pace va in scena la lite Erdogan-Peres

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  • Tags: davos, erdogan, Gaza, Israele, Peres
  • 4 commenti

erdogan
Doveva essere un tranquillo dibattito sulla possibilitá della pace in Medio Oriente. Invece si è sfiorato l’incidente diplomatico, con il presidente della Turchia Recep Tayyp Erdogan che ha abbandonato il palco in polemica con il moderatore e il presidente israeliano Shimon Peres. Dopo aver accusato quest’ultimo di non aver fatto abbastanza per evitare vittime civili a Gaza.
Tra i presenti, sul palco dell’Economic Forum di Davos, in Svizzera, dove in questi giorni si riuniscono alcuni tra i principali leader mondiali in campo economico e politico, c’era anche il segretario dell’Onu Ban Ki Moon, e il portavoce della lega araba Amr Mussa. A moderare, il giornalista del Washington Post David Ignatius. A scatenare la rabbia del presidente turco sarebbe stato proprio l’atteggiamento di quest’ultimo, rigoroso nel contare i minuti di intervento a tutti i leader fuorché a Peres. Nel suo intervento, il presidente della Turchia, uno dei paesi meno ostili a Israele in tutto il Medio Oriente, cruciale nei colloqui che hanno portato alla tregua, aveva criticato duramente l’operazione militare a Gaza, sostenendo che non si era fatto abbastanza per evitare un così alto numero di vittime civili. Dopo di lui aveva parlato Mussa, tutt’altro che conciliante verso lo stato ebraico. Poi è toccato al presidente israeliano, che si è lanciato in un discorso di venti minuti, alzando spesso la voce “Da tutta la vita lotto per la pace, ma cosa faresti tu” hadetto l’anziano politico indicando Erdogan “se ogni notte cadessero su Istambul 10 o 100 missili?” Alla fine dell’intervento, il presidente turco ha chiesto di poter replicare, ma il moderatore gli ha concesso solo un minuto, mandandolo su tutte le furie. Uscito in un’altra stanza, Erdogan ha improvvisato una conferenza stampa nella quale ha assicurato il proprio rispetto per Peres e gli sforzi della Turchia per la pace, anche se, ha aggiunto, “il presidente israeliano ha mentito. La storia rifiuta le sue parole”.

  • emanuele rossi
  • Giovedì 29 Gennaio 2009

Violenze e saccheggi in Madagascar

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  • Tags: Madagascar, Marc-Ravalomanana
  • 4 commenti

Almeno 68 morti, decine di arresti, altrettanti feriti e il centro della capitale Antananarivo ridotto a un cumulo di macerie, dove i pochi negozi risparmiati dai saccheggi preferiscono rimanere chiusi. Da lunedì scorso il Madagascar, la Grande Ile, una delle mete turistiche più selvagge e ambite del continente africano, sta vivendo una delle peggiori crisi  della sua storia. I manifestanti dell’opposizione, scesi per le strade della capitale per chiedere le dimissioni del presidente Marc Ravalomanana, hanno occupato sedi di radio e televisioni, distrutto negozi e dato alle fiamme decine di stabili. Dalle macerie la polizia continua ad estrarre corpi carbonizzati e spesso irriconoscibili, e il bilancio delle vittime si aggrava di giorno in giorno. Molti visitatori hanno disdetto le prenotazioni, e i turisti presenti sull’isola stanno cercando di evacuare il Paese di concerto con le rispettive ambasciate.

Secondo quanto riferito da testimoni e polizia a diverse agenzie di stampa, una manifestazione indetta lunedì dall’opposizione in Piazza 13 Maggio, nel centro della capitale, sarebbe degenerata a causa dell’assalto lanciato ai locali della radio nazionale e del canale privato Malagasy Broadcasting System, di proprietà di Ravalomanana, da parte di alcuni manifestanti. La maggior parte delle vittime avrebbero perso la vita durante i roghi sprigionatisi dai negozi saccheggiati, ma il leader dell’opposizione e sindaco della città, Andry Rajoelina, ha annunciato di non essere disposto a incontrare il presidente finché non sarà fatta luce sulle morti. “Ieri i manifestanti sono di nuovo scesi in piazza aderendo all’appello del sindaco, la televisione parla di 40.000 persone”, spiega a Panorama.it un negoziante della capitale, che preferisce rimanere anonimo per ragioni di sicurezza. “La polizia è in assetto antisommossa, ma per il momento non ci sono stati incidenti”. Oggi, la maggior parte dei negozi e degli uffici in città sono chiusi per protesta, ma la polizia ha dovuto comunque disperdere alcuni manifestanti con lacrimogeni e proiettili di gomma. Per sabato l’opposizione ha indetto uno sciopero generale e ha chiesto ufficialmente le dimissioni di Ravalomanana. Rientrato in gran fretta da un vertice in Sudafrica, il presidente continua a lanciare appelli alla calma, ma il rischio che nei prossimi giorni la situazione degeneri ulteriormente è reale.

Businessman di successo, il 59enne Ravalomanana è stato per anni il simbolo da emulare per gli abitanti dell’isola, la cui economia cresce al ritmo del 7 percento annuo ma dove buona parte della popolazione vive ancora sotto la soglia di povertà. Ravalomanana ha cominciato la scalata al successo vendendo yogurt per le strade della città quando aveva vent’anni, fino a diventare il presidente e fondatore della Tiko Madagascar, la principale industria alimentare del Paese con ramificazioni anche nel campo dei media. Eletto nel 2001 ma salito al potere solo l’anno successivo, dopo aver scalzato il decano Didier Ratsikara al termine di una breve guerra civile, ora Ravalomanana è accusato di perpetuare lo stesso sistema personalistico del suo predecessore, nonostante la decisa svolta data a livello economico.

L’ondata di privatizzazioni e l’entrata nel Paese di giganti stranieri come la Rio Tinto, attirati dalla presenza nel sottosuolo di nichel, cobalto e bauxite, hanno fatto decollare l’economia, cresciuta anche grazie alle esplorazioni petrolifere condotte sull’isola. Una crescita di cui però non hanno beneficiato vasti strati della popolazione, fomentati dalle denunce di malversazione e sprechi lanciate da Rajoelina, ormai ai ferri corti con il presidente: lo scorso dicembre, un’emittente radiotelevisiva vicina all’opposizione, Viva Tv, era stata oscurata per decreto dopo la trasmissione di un’intervista all’ex-presidente Ratsikara. La lotta politica tra Rajoelina e il presidente, sempre più aspra nonostante le elezioni presidenziali siano lontane tre anni, rischia di compromettere il miracolo economico malgascio e di allontanare i turisti. Un’eventualità che ad Antananarivo, almeno per il momento, non voglio nemmeno prendere in considerazione.

  • matteo.fagotto
  • Giovedì 29 Gennaio 2009
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