Dopo anni di stallo, nel 2009 lo snodo diplomatico per comprendere equilibri e prospettive dell’America Latina torna ad essere Cuba. Da quando infatti Barak Obama ha vinto le elezioni presidenziali negli Stati Uniti, i suoi consiglieri per la regione e alcuni tra i massimi dirigenti cubani hanno cominciato un fitto dialogo per l’eliminazione dell’embargo che, dal 1962, Washington impone all’Avana. Anche se nulla di ufficiale è trapelato, molti sono i segnali di questo riavvicinamento. Prima le dichiarazioni dello stesso Obama il quale in campagna elettorale aveva promesso che, se vittorioso, avrebbe “favorito una diplomazia diretta” e avrebbe conversato con le autorità cubane senza porre precondizioni. “Qualcosa su Cuba dobbiamo fare”, hanno confermato dopo il 4 novembre i suoi consiglieri sull’America latina. Infine è stato lo stesso presidente cubano Raúl Castro a dirsi disposto a riunirsi “in un luogo neutrale” con Obama per risolvere mezzo secolo di scontri con Washington, suggerendo che l’incontro si realizzi a Guantanamo, nella zona orientale di Cuba dove gli Usa hanno una base navale che i cubani considerano una violazione alla loro sovranità. Guantanamo, la cui prigione Obama ha detto di voler chiudere, è solo una parte, quella più simbolica, dei problemi tra Stati Uniti e Cuba. Tra le priorità che Castro vorrebbe inserire in agenda, infatti, c’è quella di “normalizzare i commerci e anche le petroliere Usa potrebbero partecipare alle trivellazioni nelle acque territoriali cubane. Possiamo negoziare anche questo”, lasciando intendere come la disponibilità cubana nel senso del business sia totale.
Dal canto loro anche gli Stati Uniti hanno tutto l’interesse affinché la situazione si sblocchi. Innanzitutto perché già oggi, nonostante l’embargo contro Cuba, gli Stati del sud che si affacciano sull’isola caraibica lo scavalcano allegramente come dimostrano i dati delle importazioni dell’Avana nel settore agroalimentare, il 30% delle quali arriva proprio dagli Usa. Grano dall’Iowa, bestiame dalla Florida, riso dal Texas, mele dallo stato di Washington. La lista delle derrate alimentari statunitensi acquistate in contanti da Cuba negli ultimi due anni è troppo lunga per potere essere esposta esaustivamente. Inoltre, in questo periodo di crisi economica, crescono ogni giorno le pressioni da parte degli agricoltori statunitensi affinché il commercio da e verso Cuba venga liberalizzato.
Non meno importante ad accrescere l’interesse degli Stati Uniti affinché l’embargo finisca è la motivazione geopolitica. Dopo il crollo dell’Urss, infatti, negli ultimi anni sia la Russia che la Cina, hanno ripreso intensi rapporti commerciali e militari con l’isola. Senza contare le nuove politiche commerciali del Venezuela di Hugo Chávez - il primo partner economico dell’Avana con un interscambio annuale di 7 miliardi di dollari - e l’interesse mostrato di recente dal Brasile affinché Cuba rientri a far parte degli organismi multilaterali della regione. Proprio a tal proposito il presidente verde-oro Lula da Silva ha ricevuto a metà dicembre Raúl Castro - al suo primo viaggio ufficiale all’estero da quando, due anni e mezzo fa prese il posto del fratello Fidel e, nella stessa occasione, il suo omologo messicano Felipe Calderón ha annunciato l’ingresso ufficiale di Cuba nel Gruppo di Rio, organizzazione che riunisce tutti i paesi latinoamericani e dei Caraibi. Un primo passo per garantire, forse già nel 2009, il rientro dell’Avana anche nell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) che, a differenza del Gruppo di Rio, include anche Stati Uniti e Canada.
Tutto facile, dunque? Niente affatto perché, in base alle informazioni raccolte da Panorama.it chi dimostra maggiore ritrosia nell’eliminare da subito l’embargo statunitense verso Cuba non sono gli statunitensi ma, paradossalmente, gli stessi negoziatori cubani. Se, ipoteticamente, il blocco fosse eliminato il prossimo 20 gennaio, quando Obama si insedierà ufficialmente alla Casa Bianca, il timore inconfessato di Castro è quello di una cura shock peggiore del male che rischierebbe di uccidere il paziente. Se, infatti, venissero tolti tutti i veti introdotti dall’amministrazione Bush e fosse consentito ai 50 stati che compongono la federazione statunitense di investire senza vincoli a Cuba, si stima che nell’arco di dodici mesi arriverebbero all’Avana 4,5 milioni di nuovi turisti statunitensi. Per un’isola di 11 milioni di abitanti dove solo qualche settimana fa è stata concessa dal governo Castro la possibilità alle famiglie di aprire agriturismi, l’afflusso turistico porterebbe ad un collasso delle strutture cubane. Per questo i negoziatori di Castro spingono per un’“eliminazione graduale dell’embargo”, per “un percorso condiviso”, per una sorta di “Road Map” che dopo decenni di socialismo reale consenta di “ricalibrare il tutto”. Al di là delle dichiarazioni ufficiali di Raúl Castro, dunque, è questo il vero busillis per una transizione non traumatica nella perla dei Caraibi che, proprio oggi, celebra i 50 anni della sua rivoluzione.
- Venerdì 2 Gennaio 2009
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