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Ma se gli Hezbollah aprissero un secondo fronte? Se la guerra si estendesse, e gli israeliani fossero a combattere anche nel nord del paese, oltre che a Gaza? I servizi di sicurezza di Gerusalemme da tempo sono in allerta. E mandano rapporti su rapporti al Premier Ehud Olmert e al ministro della Difesa Ehud Barak. Ma l’ipotesi di un attacco dei miliziani del Partito di Dio, protagonisti del conflitto contro Israele del 2006, è concreta? Il ministro degli Esteri italiano, in contatto con il primo ministro libanese Fouad Siniora, non crede all’ipotesi che, almeno nell’immediato, Hezbollah stia per sferrare l’attacco. A sua volta il quotidiano arabo Al Hayat ha raccontato che, subito dopo l’avvio dell’offensiva di terra nella Striscia, il comandante della Forza delle Nazioni Unite in Libano, il generale italiano Claudio Graziano ha telefonato allo stesso Siniora per fargli una semplice richiesta: facciamo di tutto per evitare che il sud del Libano diventi una rampa di lancio per i missili diretti contro obiettivi in Israele.
Fronte Nord. “Certo, il rischio è reale e la minaccia di un intervento dal Libano Meridionale aleggia nell’aria fin da quando Israele ha iniziato la campagna aerea contro Gaza. Mi risulta che ci sia stata anche una riunione tra un alto ufficiale del regime iraniano e i vertici degli Hezbollah durante la quale si è discusso di una possibile offensiva contro di noi. Alla fine, credo, sia stato deciso di aspettare, seguire il corso degli avvenimenti e entrare in guerra solo nel caso in cui Hamas vada verso una sicura sconfitta. Alla fine, però dubito che Hezbollah faccia veramente quel passo”. Jonathan Spyer è un esperto britannico da tempo residente a Gerusalemme. E’ un analista del Centro Studi Internazionali di Herzliya, scrive sul Jerusalem Post e viene spesso interpellato dai grandi network televisivi statunitensi sul tema su cui da anni si concentrano i suoi studi: i partiti fondamentalisti religiosi filoiraniani in Medioriente. Spyer dubita che il conflitto possa essere allargato al nord di Israele. Perché? “Per due motivi: la capacità militare delle milizie Hezbollah è stata fortemente indebolita dalla guerra di due anni fa. E poi, la fazione guidato da Hassan Nasrallah, dopo di allora, ha deciso di giocare le sue carte nella partita politica in Libano. Tra poco, ci saranno le elezioni generali a Beirut e i dirigenti della formazione integralista non vogliono perdere consenso, o terreno, impegnandosi in uno scontro armato aperto con Israele. Certo è, come dicevo, che se Hamas si trovasse sull’orlo di una disfatta, un intervento militare delle milizie fondamentaliste per aiutare gli alleati di Gaza, per alleggerire la pressione, può diventare un fatto concreto”. In questo caso, il governo di Ehud Olmert dovrebbe impiegare l’esercito su due fronti. Come è avvenuto - parzialmente - nel 2006. Con i risultati (non buoni, per Israele) che si conoscono. La guerra, ora, sarebbe condotta in modo diverso? “Penso proprio di sì. La lezione è stata imparata. E poi, l’esercito con la Stella di David è in grado di affrontare un conflitto di tale portata. I soldati impiegati nell’operazione a Gaza sono solo una piccola parte degli effettivi a disposizione. Migliaia di riservisti sono stati mobilitati e altri possono essere richiamati in poche ore, in caso di necessità”.
Metodi e addestramento di Hezbollah
Il ruolo dell’Iran. Se il conflitto si ampliasse, se diventasse regionale, uno spettro - che finora è sullo sfondo - si staglierebbe in piena luce: l’Iran del presidente Mahmud Ahmadinejad. Secondo alcuni analisti, l’offensiva israeliana a Gaza è, in realtà, una guerra (indiretta) contro Teheran. “Non possiamo ignorare l’influenza, direi quasi, l’impronta iraniana sulla Striscia. Hamas vive grazie agli aiuti finanziari e militari iraniani. Ma se lei mi chiede: sono stati loro, in questo preciso momento, a voler provocare lo scontro, io le posso rispondere che Hamas non è un pupazzo nella mani di Teheran. Ha una certa autonomia di decisione”. Un possibile allargamento del conflitto potrebbe dunque arrivare se l’offensiva militare israeliana continuerà a lungo? Jonathan Spyer sembra suggerire questa interpretazione. Le operazioni a terra dureranno almeno un paio di settimane, dice l’esperto britannico. A meno che le pressioni diplomatiche dell’Europa e dell’Egitto non aumentino di intensità e costringano il governo di Olmert a uno stop. “Per ora, l’obiettivo di distruggere la maggior parte delle infrastrutture militari di Hamas è stato parzialmente raggiunto. Dopo avergli dato una lezione, Israele potrebbe decidere di aprire alla possibilità di proporre una tregua al partito fondamentalista, imponendo condizioni draconiane”. L’indebolimento di Hamas passa attraverso la conquista (temporanea) di una parte della Striscia. La possibilità che i soldati israeliani vengano coinvolti una guerriglia urbana, strada per strada, casa per casa, è sempre più probabile. E’ la trappola in cui Hamas vorrebbe far cadere Thasal, per battere l’esercito con la Stella di David. L’unico modo per evitare la sua sconfitta.
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- Lunedì 5 Gennaio 2009
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