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Il quesito, alla vigilia della sua audizione, era: l’America di Barack Obama parlerà con una sola voce al mondo? Hillary Rodham Clinton ha dato la risposta che il “suo” presidente si aspettava: non ci saranno divisioni tra lei e lui nella conduzione della politica estera statunitense. L’ex senatrice di New York, il Segretario di Stato designato, è apparsa davanti alla Commissione Esteri del Senato per essere sottoposta all’esame di Capitol Hill. Fin dalla prima seduta, è sembrato evidente che la sua nomina dovrebbe essere ratificata senza difficoltà e che l’ex First Lady diventerà la terza donna nella storia (dopo Madeleine Albright e Condoleezza Rice) a guidare la diplomazia Usa.
Supportata alla figlia Chelsea, seduta alle sue spalle, tra il pubblico dell’aula del Senato, ma non dal marito Bill - il quale ha preferito rimanere defilato - la Clinton ha risposto per ore alle domande dei membri della commissione, presieduta dall’ex candidato democratico alla Casa Bianca, John Kerry. Con tono pacato e sicuro, il futuro segretario di stato ha esposto la sua visione di quello che dovrà essere il ruolo degli Stati Uniti a livello globale. Ma soprattutto ha voluto mandare un chiaro messaggio: le mie idee e quelle di Barack Obama coincidono. Sul fronte più caldo, sulla crisi mediorientale, Hillary Clinton ha parlato al plurale. “Il presidente eletto e io - ha dichiarato - pensiamo che Israele abbia il diritto alla sicurezza e a difendersi dai continui lanci di razzi da parte di Hamas. Ma, allo stesso tempo - ha aggiunto - dobbiamo ricordarci delle sofferenze dei civili di entrambi gli schieramenti. Per questo dobbiamo aumentare la nostra determinazione nel raggiungere un accordo di pace duraturo”.
Questione israelo-palestinese. L’ex First lady ha voluto rimarcare questo concetto: deve esserci una soluzione pacifica del conflitto; si deve seguire la strada già tracciata dai precedenti presidenti statunitensi, tra cui, ha citato Bill Clinton. “La speranza di trovare un accordo israeliani e palestinesi non deve essere abbandonata”, ha dichiarato con tono solenne. Per raggiungere l’obiettivo, dovrà essere usata la diplomazia. Con tutte le parti in causa. E anche se ci saranno trattative ufficiali con Hamas, come ha ripetuto Hillary, da tempo si sa dell’intenzione della nuova amministrazione di avere contatti informali con i rappresentanti della formazione fondamentalista islamica. In questo ambito, e in linea con le ultime dichiarazioni di Barack Obama, anche Hillary Clinton ha parlato di un nuovo approccio con l’Iran e la Siria. Devono abbandonare la loro “politica irresponsabile nella regione”, e l’opera di convinzione passare prima di tutto attraverso il dialogo.
Iran. Sul delicato dossier iraniano, a differenza del passato, in questa occasione, il futuro numero uno della diplomazia statunitense, ha dato risposte simili a quelle fornite da Barack Obama. Se una volta sembrava preferire il bastone alla carota, nei confronti di Teheran, davanti alla Commissione del Senato, la Clinton ha voluto usare toni più morbidi. Senza però lasciare dubbi sulla determinazione americana. Così, quando John Kerry le ha chiesto se considerasse “inaccettabile” o semplicemente “non desiderabile” che l’Iran sviluppasse il suo programma nucleare, Hillary è stata netta: “Useremo tutta la nostra capacità di persuasione diplomatica, ma nessuna opzione (compresa quindi quella militare) è stata tolta dal tavolo”. Noi, ha aggiunto, “riteniamo non accettabile che l’Iran entri a far parte del novero di paesi dotati di armi atomiche”.
Russia, Cuba e Cina. Nel corso dell’audizione, mandata in onda in diretta da alcune reti televisivi americane, la Clinton ha anche spiegato che cambierà l’atteggiamento nei confronti della Russia e della Cina, con le quali Washington intenderà collaborare più che in passato. Ci saranno novità anche nel rapporto con Cuba. L’amministrazione Obama sarà impegnata a rimuovere le restrizioni sui viaggi a l’Avana per famiglie di esuli cubani che dall’America vogliono visitare parenti sull’isola, ha detto l’ex First Lady. La politica estera americana - ha specificato - sarà basata su di un mix di principi e di pragmatismo, ma non più ( e qui è stata esplicita la critica alla passata amministrazione Bush) sulla rigida ideologia: “Sarà condizionata dai fatti, non dalle emozioni o dai pregiudizi”. L’obiettivo è quello di riconquistare una leadership mondiale apparsa offuscata negli anni di George W. E verrà raggiunta, usando uno “smart power”, una potenza intelligente, basata su di una gamma di strumenti disposizione degli Usa: diplomatici, militari, economici, politici, legali e culturali. Parole ascoltate con soddisfazione in un consesso, la Commissione Affari Esteri del Senato Usa, a maggioranza democratico. Ma, contrariamente ai suoi timori della vigilia, il futuro segretario di stato è stato accolto senza acrimonia anche dai repubblicani. Il Senatore dell’Indiana Richard G. Lugar ha tirato fuori un vecchio cavallo di battaglia del Grand Old Party: ha chiesto che ci fosse trasparenza sulle donazioni private alla Fondazione guidata dal marito Bill. Ma la richiesta è stata avanzata con tono pacato. Segno che anche per gli “acerrimi nemici”, la conferma di Hillary Rodham Clinton alla guida della politica estera americana sembra ormai un fatto ineluttabile.
- Mercoledì 14 Gennaio 2009
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