Petrolio venezuelano: la giravolta di Chavez

Hugo Chavez, presidente del venezuela

Prima, erano “cani, porci, rapaci e malvagi capitalisti” da cacciare, perché depredavano il Venezuela della sue ricchezze. Ora, le compagnie petrolifere occidentali sono le benvenute a Caracas: Chevron, Royal Dutch/Shell e Total, dopo essere state messe in un angolo con tasse e royalties sempre maggior man mano che il prezzo del greggio che saliva, avranno di nuovo accesso ad alcune delle riserve petrolifere più grandi del mondo.
Già, perché coi prezzi del petrolio in picchiata fino a 35 dollari al barile e con la produzione nazionale in declino, il presidente del Venezuela Hugo Chavez ha optato per una decisa quanto pragmatica marcia indietro. «Se trattare nuovamente con le multinazionali dell’energia è necessario per la sua sopravvivenza politica, Chavez lo farà – ha spiegato al New York Times Roger Tissot, membro di Gas Energy, una società di consulenza brasiliana –. Non bisogna dimenticare che è un militare che capisce quando è necessario perdere una battaglia per vincere la guerra».
La posta in palio per il presidente socialista è riuscire a mantenere in piedi, nonostante la crisi finanziaria mondiale, tutti quei progetti sociali e di welfare che in questi anni sono stati finanziati con i proventi della vendita del greggio, che nel 2008 ha rappresentato circa il 93 per cento dell’export venezuelano. E siccome proprio su questi progetti Chavez ha costruito buona parte della sua popolarità e del suo appeal sulle masse, ora, a circa un mese dal referendum costituzionale che potrebbe garantirgli la possibilità di nuovi mandati presidenziali, il leader venezuelano è deciso a giocarsi il tutto per tutto.
Così, dopo anni in cui i suoi partner privilegiati erano le compagnie statali di Paesi come Bielorussia, Iran o Cina, è arrivata questa nuova e per ora timida apertura alle multinazionali private, che dovrebbero, grazie all’esperienza accumulata altrove, essere in grado di far crescere nuovamente la quota di produzione petrolifera di Caracas, calata dopo gli ultimi anni. Anche se le fonti ufficiali parlano di 3,3 milioni di barili al giorno, infatti, altre fonti, come l’Opec, di cui il Venezuela è membro, ritengono più verosimile una cifra vicina ai 2 milioni e mezzo.
«Ma un accordo su un pezzo di carta non vuol dire nulla, finché Chavez non cambierà le regole del gioco – ha chiosato un petroliere venezuelano, che ha richiesto di restare anonimo per paura di rappresaglie –. Non è un caso che da quando è al potere, ovvero negli ultimi dieci anni, in Venezuela non sia stato avviato nessun nuovo progetto di largo respiro».

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