di Marco De Martino
Ora i suoi consiglieri cercano di abbassare le aspettative. Ai giornalisti amici fanno sapere che la promessa del cambiamento verrà mantenuta, ma a tappe. La grande riforma sanitaria per cui è stato creato un nuovo zar, Tom Daschle, che lavorerà a pochi passi dallo Studio ovale? Sarà fatta, forse solo rimandata di qualche mese. E l’imposizione di un tetto sulle emissioni di anidride carbonica che rappresenta il primo passo verso la conversione alle energie rinnovabili e l’emancipazione dal petrolio mediorientale? È ancora tra le priorità, tanto è vero che nella nuova planimetria dell’ala ovest della Casa Bianca è stato ricavato un altro ufficio, che sarà occupato dalla nuova zarina energetica Carol Browner. Ma anche lei dovrà pazientare.
La rivoluzione, persino quella obamiana, può attendere. Neppure l’uomo del destino che il 20 gennaio metterà la mano sulla Bibbia diventando il 44esimo presidente della storia americana è infatti in grado di creare da solo il mondo nuovo che i suoi discepoli si aspettano. Secondo loro Barack Obama dovrebbe non solo affrontare la peggiore crisi finanziaria dai tempi della Grande depressione, ma anche trovare un nuovo modello capace di dare un futuro al capitalismo. Dovrebbe trasformare Washington nella capitale dell’economia nazionalizzata mentre salva l’industria dell’auto e ne riconcepisce la strategia. E poi trovare un nuovo ruolo per l’America nel mondo mentre sono ancora in corso due guerre, in Iraq e in Afghanistan, e riprendere il processo di pace tra israeliani e palestinesi mentre esplode la polveriera di Gaza.
«Che cosa succede se ora non ce la fa?» si chiede la copertina del mensile Foreign policy, condensando i dubbi di molti. Forse anche quelli di Obama: non a caso l’uomo che ha conquistato il cuore degli americani promettendo il cambiamento ha cominciato ad accentuare nelle sue dichiarazioni pubbliche gli elementi di continuità che la sua amministrazione avrà con quella di George W. Bush.
Quando il vicepresidente Dick Cheney lo ha invitato ad aspettare di avere tutte le informazioni sulla lotta al terrorismo prima di tagliare i programmi più controversi, Obama ha risposto: «È un ottimo consiglio». E quando gli è stato chiesto se la sua politica estera si distaccherà da quella di Bush, il nuovo presidente ha detto: «Se guardate non solo a Bush ma anche a Bill Clinton avrete un’idea dell’approccio che prenderò».
Anche per questo Christian Brose, consigliere e speechwriter di Condoleezza Rice e prima ancora di Colin Powell, ha coniato un nuovo soprannome: «George W. Obama». «La vera cesura nella politica estera americana si è avuta alla fine dei primi quattro anni della presidenza Bush» spiega Walter Russell Mead, che è tra gli esperti più autorevoli del Council on foreign relations. «Il suo secondo mandato, improntato a un approccio molto più prudente e multilaterale, segna chiaramente la direzione anche per Obama. Dopotutto è stata l’amministrazione Bush a negoziare con il governo iracheno i termini del ritiro americano dall’Iraq di cui Obama si prenderà il merito».
Dall’Iraq il nuovo presidente intende spostare la sua attenzione su Pakistan e Afghanistan, dove cercherà di applicare i principi della strategia del «surge» elaborata durante la seconda amministrazione Bush, con un aumento di truppe e negoziati con le fazioni talebane disposte a schierarsi contro Al Qaeda e gli estremisti.
Lo stesso Obama, che pure aveva promesso risultati rapidi, ora avverte che la strategia non punta al successo, ma solo a guadagnare tempo prima di un riesame generale della strategia americana nella lotta al terrorismo: «Quello afghano è un problema molto diverso da quello iracheno, a partire dal fatto che in Afghanistan la maggior parte della popolazione vive nelle zone rurali» dice il generale David Petraeus, che da poco ha preso il comando del Centcom da cui dipendono i teatri di guerra mediorientali. Che poi sottolinea anche la differenza maggiore: «Nella lunga guerra, come è stata chiamata la battaglia contro il terrorismo, il capitolo afghano è sicuramente destinato a essere il più lungo».
Un monito condiviso da quanti pensano che gli Stati Uniti facciano male a impegnarsi proprio ora dove altri, a partire dai sovietici, hanno fallito. Brent Scowcroft, consigliere per la sicurezza nazionale nella Casa Bianca di Bush padre, a Obama suggerisce di affrontare immediatamente il problema della convivenza fra israeliani e palestinesi, evitando l’errore dei precedenti due presidenti americani che alla questione hanno dedicato solo gli ultimi mesi della loro amministrazione. Come Bush figlio Obama è per il diritto di Israele a difendersi, anche per lui Hamas è una organizzazione terroristica. Quanto all’Iran, Obama aggiungerà l’arma dei negoziati diretti a quella che è stata la ricetta di George W. Bush: trovare una soluzione diplomatica all’emergenza della costruzione dell’atomica iraniana. E se i negoziati dovessero fallire il nuovo presidente non escluderebbe il ricorso alla forza.
Quanto all’economia, Obama ha criticato Bush sulla gestione dei primi 350 miliardi del programma anticrisi. Lui punta su un intervento di stimolo da 775 miliardi, di cui 300 in tagli temporanei delle tasse (favoriti dall’opposizione repubblicana) e il resto in investimenti nelle infrastrutture (che i democratici vorrebbero aumentare). Ai molti che sostengono si tratti di un investimento non sufficiente a fronteggiare la vastità della crisi, Obama risponde che, se necessario, la cifra verrà aumentata.
Però neppure il neopresidente può giurare che la sua ricetta funzionerà. Christina Romer, che sarà il principale consigliere economico, ha scritto in una ricerca pubblicata nel 1994 che gli stimoli fiscali di solito producono scarsi risultati e che la migliore ricetta anticrisi sta nei tagli dei tassi d’interesse. La storia insegna poi che la spesa pubblica per le infrastrutture funziona solo quando la ripresa è già iniziata, quando cioè le aziende private sono più disponibili ad affiancare con investimenti propri quelli del governo.
Obama spinge per la riparazione di strade e ponti, altri sostengono che gli investimenti in infrastrutture sarebbero più proficui altrove, per esempio nella costruzione di una rete ferroviaria ad alta velocità.
Altro tema chiave della campagna elettorale è l’energia. Il gruppo messo assieme da Obama, a partire dal premio Nobel Steven Cho, spingerà verso l’adozione di misure drastiche per fronteggiare il cambiamento climatico. Però nessuno può assicurare che, avendo perso il lavoro, gli americani vogliano investire in pannelli solari.
Il programma di Obama sembra segnare solo una strada: «Ancora prima di iniziare a lavorare Obama ha costruito una bellissima macchina» commenta William Galston, uno degli esperti del Brookings institute. «Il problema è che nessuno sa se cammina». Molto dipenderà dai rapporti dentro la nuova amministrazione. Come Bush anche Obama si è circondato di veterani della politica Usa. La squadra economica include un ex segretario del Tesoro e un ex direttore della Federal Reserve (Lawrence Summers e Paul Volcker). Nella squadra di politica estera un generale che è stato comandante delle truppe alleate in Europa (il consigliere per la sicurezza nazionale James Jones) dovrà cercare di mediare fra titani che spesso sono stati in disaccordo con il nuovo presidente: Hillary Clinton (che per esempio ha votato a favore dell’intervento in Iraq) e Robert Gates (che ha applicato la strategia del surge).
Una squadra che a un osservatore acuto come Zbigniew Brzezinski, ex consigliere per la sicurezza nazionale di Carter, lascia presagire molti guai: «Le personalità sono talmente forti che tutto dipende dalla capacità del presidente di imporre un senso di direzione».
Ecco una grande differenza con George W. Bush: lui delegava, mentre nella nuova Casa Bianca tutte le strade portano a Obama. Che questo sia un vantaggio è tutto da vedere.
LEGGI ANCHE: Parte il viaggio di Obama, a Washington sulle orme dei grandi presidenti
- Domenica 18 Gennaio 2009

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Commenti
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Il 18 Gennaio 2009 alle 18:02 wargame ha scritto:
Questa invece una opinione fatta da un Ebreo Israeliano, opinionista sul giornale Haaretz, pubblicato in data di oggi.
http://www.haaretz.com/hasen/s.....56270.html
[b]Titolo originale:
01:54 18/01/2009
[u]“The war as warm-up act for Obama”[/u]
La guerra come atto di preriscaldamento per Obama
Di Gershom Gorenberg, giornale “Haaretz”[/b]
[img http://www.themarker.com/media.....haaretz...[/img]
[b]La programmazione diplomatica per la guerra è sembrata bella.
Il presidente degli Stati Uniti che amava l’azione militare era ancora nel potere, pur sbiadicendosi nelle ombre.
Il nuovo presidente, dinamico e popolare, ancora non si è insidiato.
Nessuno da interferire, farli pressione per arrestarsi.
Non sappiamo se il triumvirato di Olmert-Livni-Barak selezionasse deliberatamente quel ventaglio di opportunità.
In caso affermativo, già assomiglia ad un altro degli errori della guerra - forse l’unico errore di calcolo al benvenuto di Obama.
Invece di impedire la partecipazione americana, la loro decisione per andare alla guerra alla vigilia dell’inaugurazione di Barack Obama, può forzarla bene ad intervenire nell’arena israelo-palestinese e spingere per una soluzione diplomatica.
Negli ultimi mesi, gli esperti in politica straniera di Obama hanno dibattuto se ci sia un qualsiasi punto in una nuova iniziativa di pace.
Robert Malley, conosciuto come la maggior parte del veterano della squadra di pace del Bill Clinton, ha scritto - sorprendente - che un tal sforzo è disperato.
In un articolo nella Rivista dei libri di New York (scritto con Hussein Agha), Malley sostiene che la debolezza della direzione politica d’Israele e della spaccatura politica palestinese impedirà la soluzione di 2 stati attualmente.
Oppositamente argomentata la posizione dell’ ex ambasciatore Martin Indyk - che è probabile farà parte della gestione di Obama - scrive negli affari esteri “dell’esigenza urgente di uno sforzo diplomatico.„ il Medio Oriente non può essere ignorato, dice Indyk ed il co-auttore Richard Haass.
“Si forzerà sull’ordine del giorno del presidente degli Stati Uniti.„
La guerra di Gaza dimostra la tesi del Indyk.
Dopo anni di negligenza sotto Bush, il conflitto israelo-palestinese è scoppiato ancora, sul gradino della porta di Obama.
Le foto di orrore compaiono nei media.
I rapporti fra Israele e la Turchia, entrambi gli alleati dell’america, stanno sbriciolando.
Mentre attenta non condurre le relazioni estere prima dell’inaugurazione, Obama ha promesso la settimana scorsa che la sua squadra sarebbe stata “immediatamente agganciata nel processo di pace in Medio Oriente.„
Alla sua udienza di conferma per il ministro, Hillary Clinton ha parlato “dei costi umanitari tragici„ sopportati da i cittadini di Gaza e della determinazione della gestione ricevuta “per cercare un accordo di pace.„
Tutta l’iniziativa americana seria richiede una pressione da entrambi i lati.
La saggezza popolare dice che un nuovo presidente non rischierà il confronto pubblico con Israele - specialmente non un presidente del Democratico, che dipende dai voti ebrei.
Ma la saggezza popolare può più non essere valida.
Malgrado i tentativi di tutti i politici di verniciare Obama come anti-Israeliano, ha ricevuto il 78% dei voti delle comunità ebraiche.
Il voto Democratico è da considerare semplicemente come parte dell’identità ebrea.
Mentre gli aiuti pubblici per Israele continuano, il contributo dei ciechi alle politiche israeliane che sostiengono la linea dura può più non essere presupposta, anche fra gli ebrei.
Gli ebrei sono fra quelli che richiedono un metodo americano più equilibrato.
Il cronista Roger Cohen del New York Times ha scritto recentemente della sensibilità scoraggiata e vergognosa della guerra a Gaza.
Matthew Yglesias, un giovane blogger influente, ha richiesto una pressione americana pubblica ad Israele per congelare gli insediamenti.
La squalifica dei partiti politici arabi probabilmente faranno aumentare il disagio degli ebrei liberali.
Così il primo ministro si vanterà della sua capacità di cambiare il voto americano nel Consiglio di Sicurezza, che apparentemente confermano le accuse, che Israele controlla la politica degli Stati Uniti.
In tali circostanze, Obama può ragionevolmente sperare di sviluppare il contributo politico ad un’iniziativa diplomatica assertiva.
Poiché la pressione esterna è necessaria da districare l’Israele dai territori, questo è uno sviluppo positivo - anche se il triumvirato non ha pensato per un momento che sia stato una conseguenza della sincronizzazione meravigliosa della guerra.”[/b]
Il 19 Gennaio 2009 alle 10:53 Quanto reggerà la fragile tregua a Gaza? » Panorama.it - Mondo ha scritto:
[...] Quanto reggerà la fragile tregua a Gaza? È la domanda che gli stessi protagonisti delle ultime tre settimane della crisi mediorientale si fanno, dal premier israeliano Ehud Olmert, ai vertici di Hamas, dal presidente egiziano Hosni Mubarak ai governanti europei che hanno partecipato al vertice di Sharm el Sheikh – Nicolas Sarkozy e Silvio Berlusconi, in prima fila; da Barack Obama al segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon. [...]
Il 19 Gennaio 2009 alle 13:05 Troppe aspettative, Obama ora frena » Panorama.it - Mondo ha scritto:
[...] Quando il senatore Barack Obama sbarcò a Washington nel gennaio del 2005, dopo aver vinto la gara per il seggio, sbaragliando il suo avversario repubblicano in Illinois, era già una celebrità nazionale. Ma era al suo primo impatto con Capitol Hill. E con il Potere. Così i suoi più stretti collaboratori David Axelrod e Robert Gibbs, la coppia che ha contribuito a portarlo alla Casa Bianca, gli dissero che per “acclimatarsi” avrebbe dovuto “inabissarsi” per un po’ di tempo, almeno un anno, per studiare l’ambiente, imparare cosa significa stare a Washington. [...]
Il 20 Gennaio 2009 alle 10:54 Obama day: il giorno dell’insediamento e “la fine del razzismo” » Panorama.it - Mondo ha scritto:
[...] LEGGI ANCHE: Obama celebra Luther King. Inauguration Day: 150 milioni di dollari — George Walker Obama: la rivoluzione può attendere – Il viaggio verso l’incoronazione - Così la città si prepara a festeggiare Obama - I libri preferiti di Obama - Troppe aspettative, Obama ora frena [...]
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