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Quando il senatore Barack Obama sbarcò a Washington nel gennaio del 2005, dopo aver vinto la gara per il seggio, sbaragliando il suo avversario repubblicano in Illinois, era già una celebrità nazionale. Ma era al suo primo impatto con Capitol Hill. E con il Potere. Così i suoi più stretti collaboratori David Axelrod e Robert Gibbs, la coppia che ha contribuito a portarlo alla Casa Bianca, gli dissero che per “acclimatarsi” avrebbe dovuto “inabissarsi” per un po’ di tempo, almeno un anno, per studiare l’ambiente, imparare cosa significa stare a Washington.
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Tre anni dopo, Barack Obama torna nella capitale da presidente, con la certezza che sarà impossibile sottrarsi ai riflettori (anzi), ma soprattutto con la consapevolezza che su di lui esiste un carico di aspettative negli Stati Uniti (e anche nel mondo) alle quali difficilmente potrà dare un piena risposta. Non è un caso che nelle ultime dichiarazioni e interviste, il prossimo inquilino della Casa Bianca abbia voluto ricordare che molte delle promesse della campagna elettorale non potranno essere subito realizzate. Per tutto il week end, durante il viaggio sul treno speciale che lo ha portato a Washington, Obama ha alternato discorsi ad appelli, tutti però contenenti richiami alla gravità della situazione, alla necessità che l’America si unisca, lasciandosi alle spalle pregiudizi e divisioni per vincere le drammatiche sfide davanti alle quali si trova, prima di tutte la crisi economica. Nei venti minuti dello stesso discorso inaugurale, martedì davanti a milioni di persone - ha rivelato in una intervista al programma televisivo Meet the press il futuro capo dello staff della Casa Bianca Rahm Emanuel - Obama esorterà gli americani a dare vita a una nuova”. Era di comportamento responsabile”. A tutti i livelli, dal semplice cittadino, al grande manager, dall’amministratore locale al governo nazionale. Un nuova missione per gli Usa, una sorta di “Nuova Frontiera”, come indicò John Fitzgerald Kennedy nel suo discorso di insediamento. Un invito a “riscrivere una rinnovata Dichiarazione d’Indipendenza, non solo per la nostra nazione, ma per le nostre singole vite”, come ha detto il neo presidente a Filadelfia, alla partenza del suo viaggio per Washington.
Meet the press: parla Rahm Emanuel
Un’esortazione collettiva a rimettere gli Usa sulla “giusta carreggiata”, sotto la sua guida. E l’America - sulla scorta di questi messaggi - sembra essere disposta ad avere pazienza con Barack Obama. Tutti i sondaggi pubblicati tra domenica e lunedì indicano come, accanto alle fortissime aspettative per la sua opera, il paese sembra volere concedergli tempo. Secondo una rilevazione del New York Times\CBS, il 75% degli intervistati pensa che la recessione durerà almeno due anni e che difficilmente nei prossimi 24 mesi Barack Obama sarà in grado di raggiungere risultati concreti sul fronte economico, sulla riforma sanitaria e sul ritiro delle truppe dall’Iraq, i suoi tre cavalli di battaglia elettorali. Nonostante ciò, la stessa percentuale di intervistati crede che Obama potrà creare un significativo numero di posti di lavoro, mentre il 79% guarda con ottimismo ai futuri cinque anni della presidenza democratica. E tra di loro ci sono molti dei 58 milioni di elettori che il 5 novembre scorso votarono per il candidato repubblicano John McCain.
Obama sente la pressione su di lui. Vuole evitare che tanto entusiasmo si trasformi presto in disillusione. Per questo ha gettato acqua sul fuoco delle attese dei suoi concittadini. Ma allo stesso tempo, deve cercare di dare uno scossone, dimostrare di agire con rapidità. Per questo - ha annunciato il futuro portavoce della Casa Bianca Robert Gibbs - mercoledì riunirà i suoi consiglieri per valutare le prime decisioni sui fronti più caldi: il piano di salvataggio dell’economia da 800 miliardi di dollari, la situazione militare in Afghanistan e in Iraq, la crisi mediorientale, con la nomina di un inviato speciale, probabilmente Martin Indyk, ex ambasciatore in Israele durante il mandato di Bill Clinton. C’è anche grande attesa per gli ordini esecutivi del primo giorno: tra di questi anche la chiusura della base di Guantanamo. Tutti segnali che Obama vuole mandare a una nazione che si aspetta molto da lui, forse troppo. Per questo, il neopresidente chiede tempo. Sarà sufficiente quello che gli americani sono disposti a dargli?
- Lunedì 19 Gennaio 2009

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Il 20 Gennaio 2009 alle 10:53 Obama day: il giorno dell’insediamento e “la fine del razzismo” » Panorama.it - Mondo ha scritto:
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