- Tags: Afghanistan, Gaza, Hillary Clinton, Holbrooke, Iran, iraq, Mitchell
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Hillary Clinton parla al Dipartimento di Stato, dietro di lei Joe Biden e Barack Obama
Nel suo secondo giorno (e dopo il secondo giuramento) da presidente Barack Obama e il neo Segretario di Stato Hillary Clinton hanno voluto subito mettere il loro segno sulla prossima diplomazia americana. Dopo l’atteso annuncio della chiusura di Guantanamo e delle carceri della Cia, la nuova amministrazione ha proceduto a rendere ufficiali due nomine chiave, due inviati speciali per gli scenari più critici del mondo: l’Afghanistan e il Medio Oriente. I loro nomi sono stati annunciati da Hillary Clinton al dipartimento di Stato. Per lo scenario israelo-palestinese il nome è quello dell’ex senatore George Mitchell. Mitchell, 75 anni, ha partecipato ai negoziati di pace in Irlanda del Nord. Di origine libanese, si è già occupato di Medio Oriente in passato ed è apprezzato sia dagli israeliani sia dai palestinesi. Mitchell è stato leader della maggioranza democratica al senato dal 1988 al 1995 e vanta un triennio da presidente della Walt Disney nel 2004-07. Nel suo intervento odierno, l’inviato ha ribadito la propria convinzione che ”non esiste un conflitto che non si possa chiudere, visto che a crearlo sono stati gli uomini e che può essere interrotto dagli uomini”.
Per l’Afghanistan invece è stato nominato inviato speciale Richard Holbrooke. Professionista della diplomazia, Holbrooke è già stato inviato Usa per i Balcani ai tempi della guerra in ex Jugoslavia, ed è stato anche ambasciatore all’Onu. Indicato sette volte per il Premio Nobel per la pace, protagonista degli accordi di pace di Dayton, era uno dei candidati di primo piano al posto di Segretario di Stato, poi andato alla Clinton, moglie di quel presidente con il quale il diplomatico raggiunse le vette della propria carriera. Nel suo breve intervento, ha confermato la sua intenzione di recarsi presto nella regione e ha sottolineato le difficoltà del lavoro che lo attende in Pakistan nelle aree tribali.
Dopo le nomine, il presidente americano ha lanciato messaggi importanti, per inaugurare la sua azione diplomatica. Obama è intervenuto su Gaza: “Israele deve ritirare completamente le truppe” ha detto, “e aprire i valichi per permettere l’ingresso agli aiuti umanitari” e “Hamas deve cessare ogni lancio di razzi” ha aggiunto. Il presidente ha detto che l’inviato speciale per il Medio Oriente George Mitchell ‘ha un mandato totale” per negoziare con le due parti, e che l’obiettivo, a termine, è di giungere ad una soluzione a due stati, Israele e quello palestinese. Il nuovo inquilino della Casa Bianca ha anche sostenuto che la cornice per un “cessate il fuoco duraturo” è ormai chiara: “Hamas deve porre fine al lancio di razzi. Israele deve ritirarsi completamente da Gaza. Gli Usa e i nostri partner sosterranno un sistema affidabile per bloccare il contrabbando (per l’enclave costiera) cosi’ che Hamas non possa riarmarsi”.
Ma il fronte più caldo che la diplomazia americana dovrà affrontare nei prossimi anni è probabilmente quello iraniano. Il sito della Casa Bianca già da oggi dà conto del cambiamento radicale promesso rispetto all’approccio di George W. Bush. Nella parte che illustra il programma (”agenda”) della nuova amministrazione, sul sito c’è scritto che il presidente “sostiene una diplomazia dura e diretta con l’Iran senza precondizioni. Ora è il momento di usare il potere della diplomazia americana per fare pressioni sull’Iran perché ponga fine al suo programma nucleare illegale, cessi di sostenere il terrorismo e di minacciare Israele”. Obama e Biden offriranno una scelta al regime iraniano: “Se l’Iran accetterà di abbandonare il suo programma nucleare e di sospendere ogni sostegno al terrorismo, noi offriremo incentivi come l’ingresso nell’Organizzazione mondiale del commercio, investimenti economici e l’avvio di un percorso che porti alla ripresa delle relazioni diplomatiche (interrotte nel 1979 dopo l’assalto all’ambasciata Usa a Teheran). Se invece l’Iran - si legge nel testo - insisterà nel suo atteggiamento preoccupante, noi rafforzeremo la nostra pressione economica e l’isolamento politico. Nel portare avanti tale linea, ci coordineremo con i nostri alleati e procederemo dopo attenta preparazione”. L’ Iraq sembra un ricordo lontano. Al momento l’unico leader del mondo arabo a commentare le prime mosse della nuova amministrazione è stato Muhammar Gheddafi, che ha detto “è un’America nuova” e ha definito “segnali positivi” la chiusura di Guantanamo e il futuro ritiro dall’Iraq.
- Giovedì 22 Gennaio 2009
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Commenti
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Il 23 Gennaio 2009 alle 11:32 shift ha scritto:
Le prime mosse di Obama e della Hillary nella loro azione di Stato sembra più il festival dell’idealismo e delle buone intenzioni, che le azioni di capi di Stato responsabili.
Ad un Presidente e a un Segretario di Stato non gli si chiede di solito di realizzare le favole e di immedesimarsi in esse contro qualsiasi pragmatismo e opportunità reale.
Gli si chiede di fare quello che realmente e’ fattibile in base a ciò che hanno in mano come dati del problema, dati i fatti essenziali trovare la soluzione adeguata in base a tali realtà.
Ne’ più ne’ meno che un qualsiasi problema in mano a qualsiasi studente o studioso, che devono attenersi ai punti salienti, non inventare soluzioni basate sulla fantasia e sull’irrealtà.
Come e’ abituale per il modo di fare occidentale offrono la trattativa dopo la bastonatura fatta dagli israeliani, distruggendo irrimediabilmente l’effetto salutare di questa con la loro disponibilità eccessiva.
Per il mondo arabo la cosa viene intesa, viceversa, come una resa e la richiesta di un patto temporaneo da cui potersi riprendere e riniziare la lotta violandolo appena possibile, cosa del tutto ovvia che gli detta la sua cultura.
Il fatto stesso che Gheddafi si sia lanciato immediatamente rilanciando sulle proposte di Obama salta agli occhi, gli altri stati arabi lo faranno in maniera più prudente di Gheddafi, ma sostanzialmente proporranno la stessa cosa e si sentiranno liberi di agire di conseguenza.
La linea adottata sull’Iran sostanzialmente rimane la stessa, di pressione economica e rimanere a guardare alla finestra, cosa che all’Iran fa comodo per terminare il loro programma atomico che potrà minacciare non solo l’intero Medio Oriente, ma anche l’Europa e forse anche gli USA stessi.
Se gli USA e l’Europa pensano che un’eventuale azione militare si svolgerà come da manuale di guerra, allora hanno le pigne in testa.
L’Iran invierà qualche kamikaze integralista in occidente o altrove, con atomica nello zaino o spedita altrimenti e dopo il disastro negheranno qualsiasi loro coinvolgimento, come fanno d’abitudine gli islamici che normalmente preferiscono farsi passare per vittime, d’altronde quali prove sono possibili trovare dopo un esplosione atomica che le avrà distrutte tutte?
Oppure dopo qualche spargimento di virus o similare?
In quanto all’Iraq e all’Afghanistan abbandonarle a se stesse significa regalarle al terrorismo internazionale, anche perché la democrazia imposta nelle nazioni arabe non potrà mai funzionare, dato che tutto il loro credo politico si poggia sul Corano.
Al più ci potranno essere lotte tribali di potere, ma nessuna forma democratica.
Il 14 Marzo 2009 alle 16:27 Incubo nucleare: come uscirne » Panorama.it - Mondo ha scritto:
[...] Per fermare l’orologio dell’apocalisse la Casa Bianca ha cambiato linea: Barack Obama è il primo presidente Usa a proporre negoziati diretti con gli ayatollah dai tempi della crisi degli ostaggi del 1979 (era Carter). E ha coinvolto l’Italia. Una svolta diplomatica vista con sospetto da Israele, che pur invocando sanzioni più dure contro l’Iran mantiene aperta l’opzione militare. Anche se il no degli Stati Uniti al sorvolo dell’Iraq rende impossibile, per ora, un attacco aereo ai siti nucleari iraniani. In compenso il governo israeliano ha già intrapreso una guerra segreta, fatta di sabotaggi, appoggio ai dissidenti armati e operazioni con tro le centrali nucleari. Ma se Israele dovesse colpire, ora che Benjamin Netanyahu si appresta a diventare premier, i pasdaran sarebbero pronti alla rappresaglia missilistica. [...]
Il 14 Marzo 2009 alle 16:46 Incubo nucleare: come uscirne - GREG NOTIZIE ha scritto:
[...] Per fermare l’orologio dell’apocalisse la Casa Bianca ha cambiato linea: Barack Obama è il primo presidente Usa a proporre negoziati diretti con gli ayatollah dai tempi della crisi degli ostaggi del 1979 (era Carter). E ha coinvolto l’Italia. Una svolta diplomatica vista con sospetto da Israele, che pur invocando sanzioni più dure contro l’Iran mantiene aperta l’opzione militare. Anche se il no degli Stati Uniti al sorvolo dell’Iraq rende impossibile, per ora, un attacco aereo ai siti nucleari iraniani. In compenso il governo israeliano ha già intrapreso una guerra segreta, fatta di sabotaggi, appoggio ai dissidenti armati e operazioni con tro le centrali nucleari. Ma se Israele dovesse colpire, ora che Benjamin Netanyahu si appresta a diventare premier, i pasdaran sarebbero pronti alla rappresaglia missilistica. [...]
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