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Forte scossa in Emilia, paura in tutto il Nord Il sindaco di San Felice: "Ci sono vittime" - Torna la paura in tutto il Nord: una fortissima scossa di terremoto (magnitudo 5.8) ha colpito le zone già in ginocchio per il terremoto del 20 maggio scorso. Evacuate molte scuole da Milano a Modena (nella foto)  - Una scossa di terremoto è stata avvertita distintamente in tutto il Nord Italia, dalla Lombardia a Veneto all'Emilia Romagna. A Milano e hinterland alcuni palazzi, sede prevalentemente di uffici, sono stati fatti evacuare per motivi di sicurezza. La scossa ha avuto una magnitudo 5.8, con epicentro nel Modenese. Linee interrotte nel Ferrarese, si temono nuovi crolli nelle zone già colpite dal sisma. Paura in tutte le grandi città del Nord.

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Archivio di Gennaio, 2009

Più aiuti per lo sviluppo dai Paesi emergenti

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  • Tags: aiuti, Brasile, Cina, donazioni, India, sviluppo
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Campagna per la sanità in Africa

Campagna per la sanità in Africa

Conoscenze. Prestiti. Istruzione. I paesi emergenti iniziano a investire sugli aiuti per i paesi in via di sviluppo: un passo ancora incerto che, però, rivela come cambiano gli equilibri globali. È stata l’associazione canadese Idc a valutare le politiche internazionali di tre Paesi: Cina, india e Brasile (qui il report). La parte del leone spetta alla Cina: versa alle nazioni povere un miliardo di dollari in aiuti. E, includendo anche i prestiti, si arriva fino a dieci miliardi: accanto alla Banca mondiale si affacciano all’orizzonte anche il ministero degli Esteri e il ministero del Commercio di Pechino. Secondo Idc, i punti chiave dell’intervento umanitario cinese sono la cooperazione scientifica e l’istruzione.  Soprattutto, la via della cooperazione internazionale diventa anche una strada commerciale. Anzi, una fitta ragnatela: gli scambi con l’Africa (dove il primo partner commerciale è l’Angola) hanno raggiunto i massimi storici, superando i cento miliardi.

L’india, invece, ha un orizzonte più ristretto: l’intervento internazionale non supera la spesa di un miliardo di dollari. Anche se l’unica fonte documentata in modo trasparente resta il ministero degli Esteri che stacca assegni per 420 milioni di dollari. Quella del Brasile, invece, è una politica meno globale dei due giganti asiatici, ma più coordinata. Se da un lato lo Stato sudamericano preferisce collaborare con nazioni vicine, dall’altro il suo supporto è prevalentemente nella fornitura di strumentazioni tecnologiche. A guidare le iniziative sono istituzioni come Prosul, Proafrica e il Consiglio nazionale per lo sviluppo scientifico e tecnologico.

Ma il peso degli gli ex Paesi in via di sviluppo potrebbe crescere presto. Il 2007 è stato un anno record per i microprestiti: un sistema di piccoli pagamenti rivolto prevalentemente ai poveri e inventato dal premio Nobel per la Pace, Muhammad Yunus, con la sua Grameen Bank. L’intensificarsi della crisi economica potrebbe rendere più costoso il credito: un rischio che metterebbe in difficoltà il microcredito. Aprendo nuovi scenari per l’intervento diretto delle nazioni emergenti.

  • redazione
  • Giovedì 29 Gennaio 2009

La Camera Usa approva il maxi-pacchetto per l’economia

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  • Tags: Barack Obama, presidenziali-usa-2008
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Barack Obama
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Che cosa prevede il piano Obama

Barack Obama registra la sua prima vittoria legislativa - 244 voti favorevoli, 188 contrari - con il varo da parte della Camera del pacchetto di stimolo per l’economia da 825 miliardi di dollari. Non riesce però ad ottenere l’auspicato voto bipartisan: la maggior parte dei repubblicani hanno votato contro perché hanno giudicato insufficienti i tagli alle tasse ed eccessive le spese previste nel provvedimento. In una dichiarazione diffusa poco dopo il voto, Obama ha auspicato una rapida approvazione anche da parte del Senato, lasciando intendere di essere pronto a nuove concessioni nei confronti dell’opposizione. “Non possiamo permetterci di perdere tempo - ha detto il presidente - lasciando che le dispute ideologiche blocchino il nostro cammino”.

Le parole del capogruppo repubblicano alla Camera John Boehner, secondo cui “i miei compagni di partito pronti ad approvare il piano sono molto pochi” sono state quindi confermate. Il suo collega John Pence dell’Indiana aveva riassunto con una frase ad effetto come la vedono la maggioranza dei repubblicani: “I democratici non stimoleranno nulla se non una presenza maggiore del governo e un debito sempre grande”. Al Senato, le discussioni dovrebbero iniziare lunedì. Visto che ci saranno emendamenti, il testo tornerà poi alla Camera, perché i testi approvati nei due rami del Congresso devono essere identici. Obama spera di firmare la legge entro metà febbraio.

Ieri, dopo avere ricevuto alla Casa Bianca 14 grandi imprenditori, tra cui Eric Schmidt di Google e Sam Palmisano della Ibm, Obama aveva detto sperare che il programma di stimolo verrà “varato nelle prossime settimane”. All’inizio dell’incontro il presidente si era detto convinto che comunque andranno le cose il pacchetto otterrà l’ok del Congresso, perché tutti sono convinti e consapevoli ormai che occorre fare in fretta, visti i licenziamenti ormai quasi quotidiani. Ad Obama ha fatto eco il suo portavoce Robert Gibbs, ricordando che l’obiettivo è di creare (e salvaguardare) 3/4 milioni di posti di lavoro e che oggi la Camera “fa un importante primo passo verso il rilancio, verso una economia che riprende a muoversi”.

Il neo segretario al Tesoro Thimothy Geitner ha dal canto suo confermato che ci sarà la massima trasparenza, con la possibilità di verificare passo a passo, sul web, come sono stati spesi i fondi. Lunedì, con una mossa inedita, Obama si era recato al Congresso per fare pressioni sui repubblicani, e spiegar loro quali concessioni e’ disposto a fare. Il presidente ha chiesto ai leader, sia democratici sia repubblicani, di Camera e Senato, di recarsi a fine giornata alla Casa Bianca, per fare il punto della situazione, dopo il voto alla Camera. Attualmente il piano di stimolo ha un valore complessivo di 825 miliardi, due terzi dei quali consistono in investimenti, un terzo in sgravi fiscale: una percentuale insufficiente agli occhi dei repubblicani.

Obama ha già accettato una serie di concessioni, ultima delle quali la soppressione della ‘Alternativa Minimum Tax’, una imposta forfettaria creata per penalizzare i più ricchi ma che con l’inflazione grava in realta’ sulla classe media. Se ne occuperà il Senato. Secondo il Wall Street Journal il costo del piano di stimolo rischia di lievitare ancora, superando i 900 miliardi. Miliardi che andrebbero ad aggiungersi ai 700 già varati per le banche. E’ una somma che a sua volta potrebbe crescere, avvicinandosi ai mille miliardi, se verra’ creata una nuova banca pubblica per gli asset ‘tossici’. A titolo di paragone, i costi fino ad oggi della guerra in Iraq sono stimati in circa 700 miliardi di dollari. Wall Street ha concluso ieri sera euforica le contrattazion. Il Dow Jones ha chiuso le contrattazioni con un rialzo di 200,72 punti - pari al 2,46 per cento, mentre il Nasdaq ha guadagnato 53,44 punti - pari al 3,55 per cento per attestarsi a quota 1.558,34.

  • redazione
  • Giovedì 29 Gennaio 2009

Il Papa spegne le polemiche: “Solidarietà ai fratelli ebrei”

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  • Tags: ebrei, Lefebvre, papa, Shoah, Williamson
  • Un commento

papa19
“Piena e indiscutibile solidarietà con i nostri fratelli destinatari della prima alleanza”. La frase che molti aspettavano dal Papa. Quella che spegne un focolaio di tensione intorno alla Chiesa e al suo rapporto con l’ebraismo, arriva al termine dell’udienza vaticana. Il giorno dopo il 27 gennaio dedicato alla memoria delle vittime dell’Olocausto nazista, con il montare delle polemiche sulla riabilitazione degli scismatici lefebvriani, incluso il negazionista Williamson, Benedetto XVI decide di mettere le cose in chiaro: “auspico che la memoria della Shoah induca l’umanità a riflettere sulla imprevedibile potenza del male quando conquista il cuore dell’uomo”, ha detto Ratzinger, ”La shoah - ha proseguito - sia monito contro l’oblio, la negazione o il riduzionismo, perché la violenza fatta contro un solo essere umano è violenza contro tutti”.
E ai rapporti con i lefebvriani il Papa ha dedicato il secondo di tre brevi messaggi fuori programma letti alla fine dell’udienza, il primo dedicato all’elezione del patriarca di Mosca e di tutte le Russie Kirill, il terzo alla memoria dell’Olocausto.
Ricordando la parabola della pesca miracolosa, riferita alla costante ricerca di unità della Chiesa, il Pontefice ha detto di aver concesso ”la remissione della scomunica in cui erano incorsi i quattro vescovi ordinati nel 1988 da mons. Lefebvre senza mandato pontificio”, ”proprio in adempimento di questo servizio all’unità”. Ma poi ha aggiunto una frase che è un monito chiaro agli ex scismatici: “Auspico che a questo mio gesto faccia seguito il sollecito impegno da parte loro di compiere gli ulteriori passi necessari per realizzare la piena comunione con la Chiesa, testimoniando così vera fedeltà e vero riconoscimento del magistero e dell’autorità del Papa e del Concilio Vaticano II”. Il richiamo al Concilio rivolto a chiudere anche le polemiche sulla strada intrapresa dal suo pontificato, secondo alcuni commentatori segnato da molte revisioni di quanto stabilito dalla Chiesa negli anni ‘60.
Le parole del Pontefice sono arrivate poco dopo la decisione del rabbinato di Israele riportata dal Jerusalem Post sulla sospensione dei rapporti con la Santa Sede nel caso in cui non ci fosse stata una presa di distanza esplicita dalle opinioni di Williamson. Poco dopo l’udienza vaticana, il direttore generale del rabbinato Oded Wiener intervistato dall’Ansa esprimeva la propria soddisfazione per la dichiarazione del Papa e ha parlato di “Grande passo avanti” in vista della riunione della Commissione inter-religiosa presieduta dal cardinale Walter Kasper. Intanto la diocesi di Ratisbona ha messo al bando il vescovo lefebvriano britannico Richard Williamson, che da oggi non potrà più frequentare i luoghi di preghiera della Chiesa cattolica della città bavarese.
La decisione, confermata dalla stessa diocesi, è stata presa dal vescovo di Ratisbona, Gerhard Ludwig Mueller, e vale anche per gli altri tre vescovi ultra-conservatori ai quali il Papa ha revocato la scomunica la settimana scorsa.

  • redazione
  • Mercoledì 28 Gennaio 2009

Gaza: partita a scacchi sulla pelle di Gilat Shalit

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  • Tags: Gaza, Gilat-Shalit, Hamas, Israele, Khaled-Meshal
  • 5 commenti

Gilat Shalit
Il soldato israeliano rapito a Gaza due anni e mezzo fa

Gilat è vivo ed è in discrete condizioni di salute. Gilat attende e spera, si chiede quando tornerà a casa. Attorno al destino, alla salvezza di (Gilat) Shalit, il caporale israeliano rapito sul confine della Striscia di Gaza nell’estate di due anni e mezzo fa da un gruppo di miliziani palestinesi e poi tenuto in ostaggio da Hamas, si gioca un complicata partita a scacchi a cui prendono parte i protagonisti del conflitto mediorientale: non solo le due parti in causa, ma anche la Siria e l’Iran. E la sua sorte sembra essere sempre più collegata al cessate il fuoco a Gaza.

Dopo giorni di incertezza, dopo il silenzio seguito alla sospensione delle trattative per la sua liberazione, Noam Shalit, il padre del soldato, nell’incontro che ha avuto martedì sera con Nicolas Sarkozy ha avuto la rassicurazione che voleva: suo figlio è ancora vivo. Nel colloquio all’Eliseo, il presidente francese ha spiegato al genitore che produrrà ogni sforzo per giungere a una felice conclusione di questa lunga, drammatica vicenda. La Francia da tempo si muove in questa direzione. Gilad possiede il doppio passaporto e la sua nazionalità francese ha convinto Parigi a intraprendere una decisa azione per arrivare alla sua liberazione. Nello scorso mese di settembre, grazie agli uffici dell’Eliseo, Noam e Aviva Shalit riuscirono a fare arrivare una lettera al figlio nella sua prigione a Gaza.

Nel faccia a faccia con il padre, Sarkozy ha rivelato di aver parlato della vicenda direttamente con il presidente siriano Bashar Assad. Gli ha chiesto di fare pressioni su Hamas per rilasciare il soldato rapito. Fonti vicine alla famiglia Shalit confermano a Panorama.it che il destino di Gilad è legato allo scontro tra l’ala politica e quella militare di Hamas; un apparente duello tra falchi e colombe, che rispecchia anche gli schieramenti all’interno dei regimi siriano e iraniano sull’opportunità di compiere un gesto “diplomatico”, di pragmatico dialogo nei confronti di Israele, ma che soprattutto può essere inteso come un passo verso una più ampia trattativa sui futuri assetti del Medioriente, ora che Barack Obama ha preso il posto di George W. Bush alla Casa Bianca. La situazione è delicata e fluida, ripetono le fonti — che vogliono rimanere rigorosamente anonime, foriera - forse - di novità nei prossimi giorni. Positive? “Lo speriamo. E preghiamo” - è la laconica risposta. Dopo l’operazione “Piombo Fuso”, Hamas sembrava essere intenzionata a discutere del rilascio di Gilad Shalit.


Contatti indiretti, attraverso gli egiziani, si erano tenuti al Cairo nell’ambito delle trattative sul cessate il fuoco a Gaza. Il governo di Ehud Olmert aveva fatto sapere di essere disposto a pagare quello che le stesse fonti dell’esecutivo avevano definito un “prezzo terribile”: la scarcerazione di centinaia e centinaia, quasi un migliaio di detenuti palestinesi in cambio della libertà per il caporale di Tsahal; una decisione alla quale, in precedenza, si era sempre opposto proprio il primo ministro israeliano, il quale poi aveva cambiato idea. Nella riunione del gabinetto Olmert, convocata apposta per discutere del caso, a favore di un ammorbidimento delle posizioni nei negoziati si erano espressi anche il capo dei servizi segreti interni dello Shin Bet, Yuval Diskin, e il ministro degli Esteri - e futura candidata premier del partito Kadima alle prossime elezioni del 10 febbraio - Tzipi Livni. Palestinesi e israeliani ne avevano discusso al Cairo. Poi, però, è successo qualche cosa. I negoziati si sono arenati sulle reciproche chiusure rispetto agli altri punti dell’accordo riguardante il cessate il fuoco. Due giorni fa, una dichiarazione del portavoce del partito fondamentalista islamico al Cairo: Hamas non avrebbe più discusso della sorte di Gilat Shalit nelle trattative sulla tregua con Israele. La meta -  la liberazione del figlio - che sembrava così vicina a Noam e Aviva Shalit, improvvisamente si è allontanata. I falchi sembrano avere avuto il sopravvento. Ma il filo della speranza non è stato ancora tagliato. Nell’incontro con Sarkozy, il padre di Gilad ha ricevuto però qualche segnale incoraggiante. Riuscirà il soldato Shalit a tornare a casa?

  • michele.zurleni
  • Mercoledì 28 Gennaio 2009

Lo scrittore ebreo Marek Halter: Hamas è pronta a riconoscere Israele

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  • Tags: Gaza, Hamas, Israele, Khaled-Meshal
  • 2 commenti

meshal
Il plenipotenziario di Hamas all’estero Khaled Meshal e il segretario della Lega araba Amr Moussa

Il movimento di Hamas sarebbe pronto a rivedere il suo statuto e riconoscere, come chiede Gerusalemme, il diritto all’esistenza dello Stato di Israele: lo avrebbe rivelato, durante un incontro avvenuto in Siria a metà dicembre con lo scrittore ebreo francese Marek Halter (guarda l’intervista), il leader del movimento islamico in esilio a Damasco, Khaled Meshal. “Mi ha detto che Hamas è pronto a riconoscere il diritto di esistenza di Israele all’interno dei confini del 1967. Me lo ha ripetuto più volte”. Dichiarazioni che Halter avrebbe poi riportato al primo ministro israeliano e al ministro degli Esteri Tzipi Livni proprio nei primi giorni dell’offensiva israeliana. La sua speranza era contribuire a far terminare la guerra. “Eravamo al secondo giorno dell’offensiva - ha ricordato lo scrittore - ma loro non hanno reagito”. Nel corso di quello stesso incontro il leader di Hamas, oltre ad aver raccontato a Halter di aver tentato più volte di uccidere Benjamin Netanyahu (leader del partito di destra ‘Likud’), ha sottolineato di essere “il garante a livello personale” dell’incolumità del soldato franco-israeliano Gilad Shalit, nelle mani del movimento islamico dal giugno del 2006. “Mi ha detto anche di dire ai suoi genitori di scrivergli una lettera e che l’avrebbe fatta avere lui stesso a Shalit. Ha detto anche di comprendere, come genitore, il dramma che stanno vivendo. Ma, ha aggiunto, siamo in guerra e lo consideriamo un prigioniero di guerra”. Lo scrittore ebreo ha descritto Meshal come “un leader pragmatico, come Arafat, ma anche un uomo molto religioso”. Quanto alle speranze che Hamas riconosca effettivamente Israele, lo scrittore ha spiegato: “Il protettore di Meshal è Bashar al Assad, il presidente siriano. E da quando Assad, con la mediazione turca, ha intavolato la trattativa con Israele per la restituzione del Golan, qualcosa sta cambiando nello scacchiere mediorientale. Questo Meshal lo sa perfettamente. E ora vuole contribuire a riscrivere la mappa del futuro Medioriente”.

  • redazione
  • Mercoledì 28 Gennaio 2009

Così l’Iran riarma Hamas

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  • Tags: Gaza, Hamas, Israele, Palestina
  • 2 commenti

Ad una settima dalla conclusione dell’operazione Piombo Fuso il riarmo di Hamas è già diventato la principale fonte di preoccupazione per Israele e per la comunità internazionale.

Mentre la Marina di Gerusalemme ha bloccato una nave iraniana diretta a Gaza ufficialmente carica di aiuti umanitari, l’intelligence militare ha reso noto che navi noleggiate dall’Iran (sponsor politico, finanziario e militare di Hamas) ormeggiate nel Mediterraneo orientale a breve distanza dalla città palestinese di Rafah, all’estremità sud della Striscia di Gaza, hanno sbarcato di notte contenitori stagni carichi di armi condotti da alcuni subacquei verso pescherecci palestinesi in attesa nelle vicinanze. Questi battelli hanno infine trainato i contenitori verso la costa di Gaza dove sono state prese in consegna da Hamas.

L’intensità dei traffici clandestini di armi organizzati dall’Iran per rimpinguare gli arsenali di Hamas (distrutti per il 60 per cento secondo fonti israeliane) di armi e razzi da lanciare contro il territorio israeliano è confermata anche dalla mobilitazione della 5a Flotta statunitense che ha mobilitato la Task Force 151, ufficialmente impegnata a contrastare i pirati somali nel Golfo di Aden, per intercettare i cargo iraniani

La settimana scorsa, la San Antonio, nave da assalto anfibio e unità comando e centro di controllo della task force, ha abbordato un cargo russo battente bandiera cipriota. La nave è stata dirottata in un porto egiziano sul Mar Rosso dove è stata setacciata e secondo fonti non confermate, a bordo c’erano armi provenienti dal porto iraniano di Bandar Abbas, base logistica dei pasdaran (i Guardiani della Rivoluzione Iraniana) dalla quale salpano le armi dirette a Gaza attraverso i rifornimenti diretti navali o seguendo una rotta che vede il carico sbarcare in Somalia e risalire il Sudan e poi l’Egitto affidate a trafficanti che raggiungono via terra il Sinai e utilizzano i tunnel di Rafah.

Nonostante Israele abbia annunciato di aver distrutto con i bombardamenti l’80 per cento dei tunnel, i trafficanti hanno rapidamente riparato i danni e le autorità di Hamas hanno accompagnato i giornalisti a Rafah per mostrare l’efficienza delle gallerie utilizzate per contrabbando e traffico di armi. Per questo Gerusalemme preme sull’Egitto affinché raddoppi la presenza di polizia sul versante occidentale del confine con Gaza bloccando i traffici illeciti che si sviluppano sotto il Philadelphia Corridor, la strada che corre lungo il confine tra Gaza ed Egitto.

Anche alla luce di queste considerazioni Hamas ha proclamato la vittoria su Israele al termine di 23 giorni di guerra e al di là della propaganda potrebbe non avere tutti i torti. Sul campo di battaglia le truppe israeliane hanno avuto buon gioco a sgominare, con perdite limitate a dieci soldati, i miliziani di Hamas che però hanno cercato in ogni modo di evitare il confronto diretto e oggi Hamas non solo mantiene il controllo politico e militare sulla Striscia di Gaza ma le sue milizie sono quasi intatte. Se poi riuscirà a rifornirsi di nuovi razzi inclusi i pesanti Fajr iraniani con gittata di circa 80 chilometri la minaccia per Israele potrebbe ingigantirsi già nelle prossime settimane.

  • gianandrea gaiani
  • Mercoledì 28 Gennaio 2009

Il Rabbinato di Israele rompe i rapporti con il Vaticano

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  • Tags: Israele, Oded-Weiner, Richard Williamson, Vaticano
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Papa Benedetto XVI
Il Rabbinato d’Israele ritiene “difficile proseguire il dialogo con il Vaticano” se non vi sarà un atto di pubbliche scuse e di ritrattazione delle dichiarazioni sulla Shoah del vescovo lefebvriano Richard Williamson, coinvolto nel recente provvedimento di annullamento della scomunica contro i tradizionalisti deciso dal Papa. Lo sostiene oggi il giornale Jerusalem Post citando una fonte anonima interna all’autorevole istituzione ebraica. Secondo tale fonte, il direttore generale del Rabbinato, Oded Weiner, ha inviato in questi giorni una lettera al cardinale Walter Kasper, presidente del Pontificio consiglio per l’unità dei cristiani, nella quale si afferma che “sarà difficile proseguire il dialogo senza un atto pubblico di scuse e di ritrattazione” delle affermazioni negazioniste di Williamson.
Stando al giornale, il Rabbinato d’Israele, ha intanto già deciso, per dare un primo segnale, di non partecipare a un incontro in Vaticano con lo stesso Kasper fissato dal 2 al 4 marzo prossimi.

LEGGI ANCHE: Il Vaticano e la protesta ebraica - Fini all’attacco del vescovo negazionista e partecipa al FORUM

  • redazione
  • Mercoledì 28 Gennaio 2009

Sharia in Somalia: gli islamisti conquistano anche Baidoa

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  • Tags: Baidoa, Corti-islamiche, Mogadiscio, Somalia
  • 2 commenti

Somalia

Baidoa, penultima fermata. Approfittando del ritiro delle truppe etiopi, che fino a pochi giorni fa sostenevano il governo di transizione somalo (Tfg), le milizie islamiche di al Shabaab hanno occupato Baidoa, sede delle istituzioni e una delle due sole città ancora controllate dal governo, costringendo ministri e parlamentari a rifugiarsi a Gibuti. Ora, gli islamisti puntano a chiudere la partita, conquistando la capitale Mogadiscio e imponendo la legge islamica all’intera Somalia.

“Al momento la situazione in città è tranquilla, anche se la gente rimane chiusa in casa e aspetta di vedere gli sviluppi”, riferisce a Panorama.it un responsabile Onu che preferisce rimanere anonimo perché non autorizzato a parlare con i media. “Al Shabaab ha imposto la sharia, ma ha rilasciato ministri e politici e ha assicurato che non farà nulla a chi ha appoggiato il governo o gli etiopi. Per il momento, però, giudici e pubblici ufficiali non vanno più al lavoro”. L’imposizione della sharia è arrivata ieri pomeriggio, a poco più di 24 ore dall’entrata in città delle milizie: per bocca di uno dei suoi leader sul campo, Sheikh Mukhtar Robow Mansur, al Shabaab ha annunciato l’imposizione a Baidoa della sharia, la legge islamica. Cosa significa, gli abitanti lo sanno bene: lo scorso ottobre, nei territori meridionali già sotto il loro controllo i miliziani uccisero una ragazza di 23 anni, lapidata perché accusata di adulterio (ma secondo l’Onu la donna era stata violentata); un mese dopo, 32 ballerini, maschi e femmine, furono frustati per aver danzato assieme. Una pratica severamente proibita dalla sharia, così come andare al cinema, guardare dvd, ascoltare musica o vedere una partita di calcio. Incuranti degli appelli al dialogo, i miliziani ora puntano su Mogadiscio (250 chilometri a est di Baidoa), dove il governo mantiene ancora una fragile presenza in alcuni quartieri, anche grazie ai 2.600 peacekeepers dell’Unione Africana di stanza nella capitale.

Ma al Shabaab, nato dall’ala più radicale delle vecchie Corti islamiche, non significa solo violenze ed esecuzioni pubbliche. Finora, i miliziani islamici si sono rivelati gli unici in grado di pacificare la Somalia, mettendo ordine in un Paese distrutto da 17 anni di guerra civile. Tre anni fa, durante i sei mesi in cui furono al potere prima di essere scacciate dalle truppe etiopi sostenute dagli Usa, le Corti islamiche erano riuscite a unificare la Somalia, sconfiggendo e disarmando i signori della guerra e le milizie claniche che si spartivano il territorio. Due giorni fa, la storia si è ripetuta: entrati a Baidoa dopo un breve scontro a fuoco, gli islamisti hanno posto fine agli scontri tra poliziotti, soldati e milizie, che si contendevano il diritto di saccheggiare i palazzi governativi dopo la fuga all’estero dei parlamentari. In un Paese dove qualsiasi forma di Stato si è liquefatta, avere qualcuno che riesca a imporre un’autorità politica e a far rispettare l’ordine non è cosa da poco.

Delegittimato dalle lotte intestine e abbandonato da una comunità internazionale troppo distratta dall’emergenza pirateria, per sopravvivere il governo ha un’unica speranza: l’alleanza con gli islamici moderati guidati da Sheikh Sharif Sheikh Ahmed, ex-leader delle Corti islamiche e prossimo candidato alle elezioni presidenziali che si terranno tra cinque giorni. Dopo aver firmato a giugno un accordo di pace con il Tfg, nei prossimi giorni gli uomini di Sharif entreranno a far parte del Parlamento, che per l’occasione sarà allargato da 275 a 550 membri. Ex-ribelle convertitosi al dialogo, Sharif sembra l’unica personalità in grado di trattare con gli islamisti radicali senza suscitare i sospetti della comunità internazionale e degli Usa. L’obiettivo, molto ambizioso dopo il fallimento delle quindici precedenti iniziative di pace, è quello di cessare una guerra che dura dal 1991. Solo dalla fine del 2006, quando le Corti furono cacciate dal Paese, gli scontri tra insorti da una parte ed eserciti somalo ed etiope dall’altra hanno provocato almeno 16.000 morti e un milione di sfollati, svuotando la capitale Mogadiscio di più di metà della sua popolazione.

  • matteo.fagotto
  • Mercoledì 28 Gennaio 2009
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