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Archivio di Febbraio, 2009

Obama sfida i lobbisti: “So che sono pronti alla lotta. Anch’io”

OkNotizie

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  • Tags: economia
  • 2 commenti

Barack Obama
“Sono pronto”. Barack Obama prende in prestito da Bush il linguaggio aggressivo e di sfida. Ma a differenza del suo predecessore, il presidente degli Stati Uniti non si rivolge ad Al Qaeda, ma ai lobbisti di Washington.
L’ingente piano di spesa pubblica messo a punto dalla sua squadra economica e le riforme promesse in campagna elettorale sono già finite sotto il fuoco dei repubblicani e dei media conservatori, ma anche alcuni esponenti democratici e media “liberal” hanno storto il naso: “Il crollo della crescita economica mette in pericolo le previsioni dell’amministrazione Obama” scrive oggi Peter Goodman sul “New York Times”. Per i repubblicani invece le riforme di Obama sono “la fine del sogno americano” e dell’ “economia reaganiana”. Il GOP attacca l’aumento delle tasse ai redditi superiori ai 200mila dollari e la previsione di crescita monstre del debito pubblico.
Oggi, nel suo messaggio del sabato postato anche su Youtube, il presidente ha deciso di reagire, facendo leva sul forte consenso popolare (anche se in calo) e sulla retorica del “cambio” che lo ha portato alla Casa Bianca. E ha contrattaccato su tutta la linea: “Il mio bilancio rappresenta una minaccia allo status quo di Washington” e che “non sarà facile far passare”. Allo stesso tempo, con il suo messaggio settimanale, lancia una chiara sfida a chi è pronto a votargli contro: “Io sono cosi” e “questo è il cambiamento che ho promesso sin da quando mi sono candidato alla presidenza. E’ il cambiamento che gli americani hanno votato a novembre ed è proprio il cambiamento quello che rappresenta il bilancio che questa settimana ho presentato al Congresso”. “So - ha detto Obama - che l’industria assicurativa non amerà l’idea di dover diventare più competitiva per continuare a offrire la copertura medica”. “So anche - ha aggiunto - che le banche e i grandi creditori agli studenti non ameranno lo stop agli enormi sussidi a loro accordati, ma così abbiamo salvato circa 50 miliardi di dollari per rendere i college più finanziariamente accessibili”. Allo stesso modo, ha detto Obama, “le compagnie petrolifere non ameranno l’interruzione delle facilitazioni fiscali per 30 miliardi di dollari, ma è così che possiamo permettere all’economia delle energie rinnovabili di creare nuovi progetti e posti di lavoro”.
Obama ha quindi ribadito le promesse fatte in campagna elettorale, un mix “che permetterà di tagliare le tasse del 95% agli americani che lavorano”, “di eliminare gli aiuti fiscali a chi guadagna oltre 250mila dollari l’anno e alle corporazioni che portano oltreoceano i nostri posti di lavoro. E’ questo che farà questo bilancio”. Un messaggio audace, lanciato ai repubblicani che rialzano la testa dopo la batosta elettorale, ma anche ai democratici del Congresso, tutt’altro che insensibili alle pressioni delle varie lobby.

  • emanuele rossi
  • Sabato 28 Febbraio 2009

Sommosse: gli effetti collaterali della crisi europea

OkNotizie

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  • Tags: crisi-economica, europa, rivolte
  • 3 commenti

thessaloniki

Franca Roiatti

Il premier lettone ha gettato la spugna venerdì 20, seguendo le orme del collega islandese che i suoi concittadini, armati di mestoli e uova, avevano costretto ad andarsene a gennaio. Entrambi sono vittime della crisi economica che sta diventando sempre più politica e infiamma le piazze. A migliaia hanno manifestato nei paesi del Baltico, contadini e camionisti bloccano a ripetizione le autostrade e le frontiere in Grecia, studenti e agricoltori bulgari hanno preso a sassate la sede del parlamento, in Ucraina si marcia a favore della Russia, a Mosca contro il governo.
Pil in caduta, valute in picchiata, deficit abnormi (dati a pagina 120), emorragie di posti di lavoro stanno spingendo la gente arrabbiata sulle strade. E fanno crescere le preoccupazioni di una deriva violenta. A suonare l’allarme è stato il numero uno del Fondo monetario internazionale, Dominique Strauss-Khan, che a dicembre ha dichiarato: «Se i governi non si daranno da fare, disordini sociali potranno verificarsi in molte parti del mondo». Un avvertimento rilanciato dal ministro dell’Economia francese, Christine Lagarde, al World economic forum di Davos e ribadito dall’Organizzazione internazionale del lavoro, che stima in 50 milioni i posti di lavoro a rischio nel mondo.
Primi a mostrare la loro rabbia sono stati, a novembre, gli islandesi. Centinaia di persone hanno assediato a più riprese il parlamento, dopo un brusco risveglio dalla sbornia finanziaria che aveva proiettato alle stelle il pil della piccola isola e convinto le banche locali di essere onnipotenti. La ciambella di salvataggio lanciata dall’Fmi al governo di Reykjavik non ha fermato i dimostranti, che dopo scontri con la polizia sono riusciti a far dimettere il primo ministro Geir Haarde.
«Mi ha colpito vedere in piazza islandesi di mezza età, perfino anziani. Temono che le loro pensioni finiscano in fumo» osserva Robert Wade, professore di politica economica alla London school of economics. «Questa sensazione di paura che attanaglia l’Europa può sfociare in varie forme di protesta, dallo sciopero selvaggio a tumulti simili a quelli che hanno scosso le banlieue parigine nel 2005».
L’Islanda come la Grecia e sei paesi dell’Europa dell’Est, tra cui l’Ungheria, gli stati baltici e la Slovacchia, sono stati declassati dalla società di riassicurazione Aon: la stabilità politica oltre che economica è ora più a rischio. «Sono paesi dove la conquista del benessere sociale è stata velocissima, aziende e famiglie si sono indebitate, spesso in euro, e ora che le valute nazionali sono precipitate diventa difficilissimo ripagare i debiti» riassume Uberto Ventura, condirettore della Aon Italia.
La Romania è un caso da manuale. Quasi il 60 per cento dei prestiti erogati è in euro, in 3 mesi gli stipendi sono calati del 20 per cento, altrettanto ha perso il leu nei confronti dell’euro: una situazione esplosiva.
Josef Pröll, ministro delle Finanze dell’Austria, a metà febbraio è stato ancora più esplicito: «Se sull’Ucraina si abbatte una catastrofe economica o politica, non potremo evitare l’effetto domino sull’Europa». Kiev è intrappolata in una spirale mortale: il prezzo dell’acciaio, la voce più pesante nelle esportazioni, è in caduta libera, quello del gas importato dalla Russia è triplicato, il debito verso l’estero è salito da 29 miliardi di dollari del 2004 a 105 miliardi. Il sindaco della capitale ucraina non è più in grado di pagare medici, conducenti di autobus, riscaldamento nelle scuole, e in piazza i filorussi hanno chiesto la testa del presidente filoccidentale Victor Yushcenko.
La Lettonia è un altro malato gravissimo. Nel 2006 l’economia viaggiava velocissima, più 12 per cento, poi la bolla immobiliare è scoppiata, con essa le banche, spingendo il paese sull’orlo del baratro: le previsioni per quest’anno parlano di un pil in rosso del 10, forse addirittura 13 per cento. I lettoni, giura una diplomatica del paese baltico, sono tranquilli, eppure il 13 gennaio 10 mila persone si sono raccolte davanti alla cattedrale medioevale di Riga per lamentarsi di come il governo stava affrontando la crisi. Nella notte la protesta è degenerata: 40 feriti, di cui 14 agenti. Oltre 100 persone sono finite dietro le sbarre.
«Ci sono giorni in cui si contano perfino 1.000 licenziamenti» snocciola Iveta Kazoka, ricercatrice al centro studi Providus di Riga. «Il Fondo monetario ha chiesto al nostro governo severi tagli al bilancio e nessuno ha ancora chiarito dove cadrà la scure. Ma a giugno ci saranno le elezioni amministrative ed europee. E si discute già della possibilità di vietare altre manifestazioni nella capitale».
Nella vicina Lituania il 16 gennaio i dimostranti hanno attaccato il parlamento con fumogeni, uova e palle di neve: erano 7 mila, mobilitati dai sindacati contro i tagli ai salari nel pubblico impiego e l’aumento delle tasse. Ottantasei persone sono state arrestate e il presidente Valdas Adamkus ha puntato il dito contro il nemico di sempre: la Russia.
Mosca però ha già abbastanza guai in casa propria: centinaia di persone hanno protestato in tutto il paese nelle ultime settimane e a poco sono valse le tradizionali contromisure del Cremlino, come quella di affiancare manifestazioni filogovernative. «Il potere teme che le proteste possano degenerare fino a mettere in discussione l’autorità di Vladimir Putin e Dimitri Medvedev» ha dichiarato un alto funzionario. «La crisi non si può più nascondere». Per questo il presidente Medvedev ha rilasciato, a sorpresa, una lunga intervista alla tv statale Rossiya, promettendo ai russi che li avrebbe tenuti costantemente informati sull’evolversi della situazione. Nel frattempo si prepara il piano per fronteggiare i licenziamenti di massa, soprattutto nelle città monoimpresa, che impiegano 25 milioni di persone.
John Levy, della società di consulenza Eurasia group, smorza i timori: «Non credo che assisteremo a episodi di guerriglia. Piuttosto il rischio è che molti di questi paesi colpiti dalla crisi non siano capaci di prendere le necessarie misure».
Ma Scotland Yard rilancia: «Ci aspettiamo un’estate calda, gli attivisti e gli estremisti che finora avevano poco seguito troveranno una sponda nella classe media». Quella che di solito tace.
(ha collaborato Francesca Mereu da Mosca)

  • redazione
  • Sabato 28 Febbraio 2009

Via dall’Iraq entro l’agosto 2010. Obama annuncia il ritiro

OkNotizie

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  • Tags: Barack Obama, presidenziali-usa-2008
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obama_iraq

LEGGI ANCHE: Obama: più tasse ai ricchi per pagare la riforma sanitaria -
La luna di miele è finita

Presso la base dei Marines di Camp Lejeune, in North Carolina, Barack Obama ha presentato oggi in dettaglio il piano americano per il ritiro dei soldati americani dall’Iraq (al momento 142 mila). Il ritiro avverrà entro l’agosto 2010. Dopo di allora resterà un numero di militari tra i 35 mila e i 50 mila” (come previsto dal ‘Sofa’, l’accordo stipulato con Baghdad dalla precedente amministrazione di George W. Bush) che sarà portato a zero entro il 31 dicembre 2011. Chi rimarrà, hanno puntualizzato le fonti riservate, assumerà comunque “una nuova missione, più limitata, che si concentrerà su tre specifici punti”: 1) Addestramento, equipaggiamento e consulenza a favore delle forze di sicurezza irachene 2) Protezione del personale civile statunitense in servizio nel Paese arabo 3) Operazioni anti-terrorismo mirate, in proprio o di concerto con le truppe irachene. Sul piano di ritiro Obama ha incassato ieri l’appoggio del senatore repubblicano John McCain che pure aveva duellato pesantemente con lui sulla questione del ritiro da Baghdad. Ora, per l’ex senatore dell’Illinois, le priorità sono altre: “Dobbiamo concentrarci di nuovo su Pakistan e Afghanistan; alleviare il peso sulle nostre forze armate; ricostruire la nostra economia in crisi: queste sono sfide in cui dobbiamo riuscire”.

Fattore violenze in Iraq. Si registra invece dissenso proprio tra le file dei democratici sull’intenzione di mantenere ancora un certo numero di uomini nel Paese cui saranno affidati compiti di addestramento e di partecipzione a un numero limitato di operazioni anti-terrorismo: i parlamentari democratici sia alla Camera che al Senato considerano eccessivo il tetto indicato di 50mila soldati. Un esponente repubblicano, John McHugh, ha inoltre riferito di aver ricevuto rassicurazioni da Obama che i piani per il ritiro saranno rivisti se le violenze nel Paese mediorientale dovessero nel frattempo aumentare.

  • redazione
  • Venerdì 27 Febbraio 2009

Esclusivo: la lettera integrale di Battisti al Tribunale Supremo brasiliano

OkNotizie

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  • Tags: Brasile, cesare-battisti, giustizia, Italia, Supremo-Tribunale-Federale, terrorismo
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Cesare Battisti
Partecipa al FORUM - Leggi tutte le tappe della vicenda - Leggi la LETTERA originale (in portoghese) di Cesare Battisti

Non ai giornalisti, che non ha voluto incontrare a fine gennaio perché “spossato”, né al popolo brasiliano o a quello italiano come nelle sue sue lettere precedenti. Nella terza missiva scritta in una ventina di giorni, 19 pagine fitte fitte lette ieri sera nel Senato brasiliano dall’onorevole Eduardo Matarazo Suplicy, questa volta Cesare Battisti si è rivolto direttamente ai “Signori Ministri del Supremo Tribunale Federale”, che dal prossimo 3 marzo, quando riprenderanno i lavori in quello che è il massimo organo giuridico verde-oro, decideranno se estradarlo in Italia dove è stato condannato per 4 omicidi o se potrà godere dello status di rifugiato politico concessogli lo scorso 13 gennaio dal ministro della Giustizia verde-oro Tarso Genro. Panorama.it ha avuto accesso all’originale della lettera e, dopo averla tradotta, la propone integralmente al vaglio dei suoi lettori. Perché giudichino e si facciano da soli un’opinione. Per la cronaca sempre ieri in Italia la Camera dei deputati ha approvato con 412 voti a favore e nessun voto contrario una mozione per riaffermare con forza al Brasile la richiesta di estradizione dell’ex terrorista.

Eccellentissimi Ministri del Supremo Tribunale Federale
Gilmar Mendes-Presidente
Cesar Peluso-Vice Presidente
Celso de Mello
Marco Aurélio
Ellen Gracie
Carlos Britto
Joaquim Barbosa
Eros Grau
Ricardo Lewandowski
Carmen Lucia
Menezes Direito
Signori Ministri, mi permetto di rivolgermi alle Vostre Eccellenze con la convinzione del fatto che per la prima volta posso avere l’opportunità di essere ascoltato appieno dall’alta Corte di questo paese, anche per esporre le ragioni per le quali mi è stato impedito di difendermi in modo adeguato nelle precedenti occasioni in cui sono stato giudicato.
Voglio dire la verità sul mio caso e chiarire gli episodi relazionati alle terribili accuse lanciate contro di me. Non ho mai avuto la possibilità in Italia di difendermi. Mai un giudice o un poliziotto mi ha fatto una sola domanda sugli omicidi commessi dal gruppo a cui appartenevo, i Pac, Proletari armati per il Comunismo. Mai la giustizia italiana ha ascoltato la mia testimonianza. Mai un giudice mi ha chiesto: “lei ha ucciso?” (il motivo, semplicissimo, è perché era latitante, ndr). Oggi, trenta anni dopo, per la prima volta nella mia vita ho l’occasione di spiegarmi davanti ad una giustizia, la giustizia del Brasile. E credo sinceramente nella serietà e nella coscienza di questa giustizia. Ringrazio molto le Vostre Eccellenze per la disponibilità, Signori Ministri, di ascoltare la mia parola.
Sono cresciuto in una famiglia comunista molto militante. Mio padre e i miei fratelli mi hanno portato molto giovane all’azione politica. A dieci anni mio padre già mi portava a scandire slogan di rivolta nelle strade. Ma a diciassette anni ho capito che l’uomo il cui è ritratto era appeso in casa era Stalin e l’ho buttato dalla finestra. Questo aprì una crisi politica con mio padre e lasciai la mia famiglia per unirmi alla strada con le centinaia di migliaia di persone in rivolta dal ’68 contro il binomio della politica italiana: “Democrazia Cristiana-Partito Comunista Italiano, DC-PCI”. Appartenevo all’epoca ad un gruppo di giovani autonomi che viveva in una comunità. Erano militanti non armati. E’ altresì vero che per finanziare la nostra attività militante, volantini, ecc. raccoglievamo risorse attraverso i furti. Per abbellire questi delitti che sono stati estremamente numerosi in questa epoca in Italia tutti i giovani chiamavano queste azioni non “furti” ma “espropri proletari”. E devo confessare che io detestavo queste azioni semplicemente perché avevo paura. Questa paura è continuata durante tutta la mia militanza, un tema su cui tornerò.
Fu a causa di una di queste “espropriazioni proletarie” che venni incarcerato per la prima volta ma realmente ciò fu dovuto alla nostra vita di militanti senza soldi. In prigione ho incontrato un uomo più anziano, Arrigo Cavallina, appartenente ad un gruppo di lotta armata, i Pac. Non mi piaceva la sua personalità fredda e al tempo stesso febbrile ma mi impressionavano la sua cultura e le sue teorie rivoluzionarie anche se non capivo tutto ciò che diceva. Quando sono stato liberato nel 1976, sono tornato alla mia comunità: si era trasformata in un deserto. Alcuni compagni erano morti, morti per mano della polizia nelle manifestazioni. Gli altri erano devastati dalle droghe. A quell’epoca grandi quantità di droga a buon mercato furono distribuite massicciamente in tutte le grandi città per distruggere il movimento di rivolta. Immediatamente le consegne vennero sospese e tutti i giovani che erano caduti nella trappola dell’”eroina” si erano trasformati in fantasmi, in stato di “necessità”, preoccupati solo di trovare la droga e non più votati all’azione politica. Amareggiato da questo spettacolo feci il grande errore della mia vita: presi un treno per Milano ed entrai nel gruppo armato dei Pac. Senza comprendere a quel tempo che, anche là, sarei caduto in una trappola fatale.
Il capo militare di questo gruppo era Pietro Mutti. Ma era importante anche Arrigo Cavallina. Ho descritto a lungo la strana personalità di Pietro Mutti nel libro che ho scritto in Brasile durante la mia fuga. “La mia fuga senza fine”. Questo lavoratore aveva avuto gravi problemi con la droga e ne era uscito grazie all’azione politica. Questo faceva di lui un fanatico, una vera macchina da guerra. Al di là del suo carattere molto timido diventammo amici. Ma Pietro Mutti mi supervisionava incessantemente per vedere se ero all’”altezza” e io cercavo di esserlo. I Pac erano specializzati in azioni sociali e nel miglioramento delle condizioni in carcere. Il gruppo commetteva regolarmente azioni di esproprio contro le banche per garantirsi il proprio finanziamento e anche azioni contro luoghi di “lavoro nero”, cioè lavoro senza carta di lavoro. Quello sì, io l’ho fatto. Tutto questo attivismo militante non l’ho mai negato. Pietro Mutti aveva sentito perfettamente la mia paura durante queste “azioni obbligatorie” che ho sempre detestato. Eravamo armati anche se una buona parte delle armi non funzionava. Avevo sempre paura che uno dei compagni sparasse ad una guardia della banca nel caso in cui questa guardia avesse alzato la mano con l’arma in pugno. Avevo sviluppato una tecnica per evitare questo timore: mi lanciavo a mani nude sulla guardia e la spingevo a terra di sorpresa. Perché sapevo che una volta a terra nessuno le avrebbe sparato. Ho fatto queste numerose volte. Racconto questa piccola storia che può sembrare aneddotica per assicurarvi, Signori Ministri, che non sono in nessun modo “un uomo sanguinario” come è stato scritto continuamente ma è vero il contrario. Vostre Eccellenze, potete anche chiedere informazioni ai miei fratelli Vincenzo e Domenico su come reagivo quando ero giovane mentre uccidevano un animale nella nostra piccola proprietà agricola, anche se era un pollo. Questa avversione al sangue non scema mai nella vita di un uomo. Anzi aumenta. E non ho mai ucciso né ho mai voluto uccidere nessuno.
Voglio chiarire alle Vostre Eccellenze ciò che so sui quattro omicidi per i quali sono stato accusato in mia assenza con diverse accuse. Le accuse sono state che io avrei commesso gli assassini di Santoro e Campagna, che sarei stato complice nel caso della morte di Sabbadin e che avrei organizzato l’azione che uccise Torregiani, morto lo stesso giorno di Sabbadin. Sappiano, Signori Ministri, che sono stato arrestato nel 1979 con altri militanti clandestini e che sono stato giudicato in Italia nel primo processo dei Pac cui ero presente. Ci sono stati numerosi casi di tortura durante questo processo, con il supplizio dell’acqua ma io non sono stato torturato. In nessuna occasione durante questo processo mi hanno fatto una sola domanda in relazione agli omicidi. I poliziotti sapevano perfettamente che non li avevo commessi. Di conseguenza fui condannato nel 1981 per “sovversione contro l’ordine dello Stato” che corrispondeva a verità e che io non negai durante il processo. Sono stato condannato a 13 anni e 6 mesi di prigione, perché all’epoca le pene d’accordo con le allora nuove leggi d’urgenza venivano moltiplicate per tre per gli attivisti. Questo tempo fu poi ridotto a 12 anni. Il mio processo, l’unico vero processo al quale ebbi diritto in Italia fu così concluso. Mi trovavo in una delle “prigioni speciali” che erano state costruite per noi che venivamo definiti “terroristi”. Come prova del fatto che la giustizia italiana riconosceva in quell’epoca la mia innocenza riguardo alle accuse di omicidio, fui trasferito in un carcere per “coloro i cui atti non causarono morte”. Ma il procuratore Armando Spataro che capeggiava il sistema di torture nell’area di Milano, continuava a darmi fastidio e bloccò la mia corrispondenza con la mia famiglia. Seppi con tre mesi di ritardo da una visita di mia sorella che mio fratello Giorgio era morto in un incidente di lavoro. Lo choc per me è stato immenso. Quello e il fatto che ogni giorno nell’ora d’aria i prigionieri sparissero senza motivo, per ritornare in seguito mesi dopo abbrutiti e muti o addirittura senza far ritorno, mi fece prendere coscienza del fatto che le leggi per noi non sarebbero mai state normali. A causa di questo e solo per questo presi la decisione di fuggire. E non per “fuggire dalla giustizia” dato che il mio processo era terminato. Sono evaso il 4 ottobre del 1981 e lasciai fogli in bianco firmati ai miei vecchi compagni per il processo alla mia evasione. Me ne andai in Francia.
Prima di andare, nel 1982, in Messico. E perché ignoravo completamente che la giustizia italiana stava muovendo un nuovo processo contro i Pac, questo famoso processo in mia assenza in cui sono stato condannato all’ergastolo. Appresi la notizia con stupore quando tornai in Francia, nella stessa data in cui seppi della morte di mio padre risalente a due anni prima. Questo fatto, la perdita di mio padre, fu più importante di qualsiasi decisione della Giustizia, poiché pensai che nessun giudice coscienzioso avrebbe potuto considerare con serietà un processo così.
Devo ricominciare la mia storia nel 1978 quando ancora ero membro dei Pac. Chiedo scusa se mi sto prolungando, Signori Ministri, ma è la prima volta, ripeto, che posso spiegarmi davanti ad una giustizia degna di questo nome e desidero dire alle Vostre Eccellenze tutto ciò che so. Nel maggio del 1978, appresi, come tutti gli italiani e il mondo intero del sequestro e dell’assassinio di Aldo Moro da parte delle Brigate rosse. Guardavo con orrore questa immagine del portabagagli dell’auto in televisione e posso dire che quel giorno diventai un altro uomo. C’è nella mia vita un “antes Aldo Moro” e un “post Aldo Moro”. Quel giorno sentii due cose: l’orrore che quell’azione mi ispirava e la nausea di fronte a tutto quel sangue schizzato da tutte le parti. Compresi anche che l’uso delle armi era una trappola nella quale l’estrema sinistra era caduta. Quel giorno decisi di rompere con la lotta armata definitivamente. In tutta Italia la morte di Aldo Moro suscitò enormi discussioni in tutti i gruppi armati. Per quanto riguarda i Pac decidemmo per una nuova parola d’ordine, in base alla quale saremmo stati armati per difenderci ma mai per attaccare le persone. Stupidamente mi tranquillizzai per questa decisione votata dalla maggioranza. Ma un mese dopo, nel giugno 1978, un gruppo autonomo dei Pac, diretto da Arrigo Cavallina e comandato da Pietro Mutti, senza consultare la totalità dei membri responsabili, uccise il capo degli agenti penitenziari, Santoro. Ci fu immediatamente una riunione, molto agitata, Pietro Mutti e Arrigo Cavallina difesero questo omicidio con grande vigore. Quello stesso giorno lasciai il gruppo come una buona parte dei vecchi membri che si opponevano ad ogni attacco contro le persone. Pietro Mutti divenne furibondo con me, mi considerava un traditore. Mi unii dunque a quello che era chiamato “un collettivo di gruppi territoriali”.  Ugualmente armati ma non offensivi. Vivevo come molti altri clandestini in un vecchio edificio di Milano. Sapevamo quasi tutto quello che accadeva e che si diceva in quella città ed è così che all’inizio dell’anno 1979 abbiamo saputo che i Pac stavano preparando un’azione contro uomini di estrema destra che praticavano autodifesa, che andavano sempre armati (una specie di milizia). Io non sapevo quale era la persona presa di mira e non sapevo che realmente i Pac avevano deciso di uccidere due di questi giustizieri di estrema destra, Torreggiani a Milano e Sabbadin nella regione di Venezia (l’avere reagito a due rapine a mano armata, questo il motivo alla base dei due omicidi, nella spiegazione di Battisti al Supremo Tribunale Federale trasforma un gioielliere e un macellaio, le due vittime, in giustizieri
“di estrema destra”, ndr).
Volevo impedire queste azioni, sanguinose, stupide e controproducenti per la resistenza (per la storiografia la resistenza finisce il 25 aprile del 1945, con la fine della Seconda Guerra Mondiale. Per lo meno ardito definire “resistenza” il terrorismo degli anni Settanta, ndr). Un vero suicidio politico oltreché indifendibile. Chiesi autorizzazione, a nome del “gruppo territoriale”, di poter partecipare ad una riunione dei Pac a casa di Pietro Mutti. Vi andai con altri due compagni. Lì c’erano molti membri nuovi che non conoscevo e che avevano sostituito quelli che l’anno precedente se ne erano andati. Spiegai a Pietro Mutti e agli altri la stupidità e la follia del suo progetto. Molto rapidamente la riunione volse al peggio e il tono si alzò moltissimo. I membri del Pac dissero che io non avevo più diritto di dare il parere dato che non appartenevo più al gruppo e la riunione terminò con molta tensione. Io non sapevo chi doveva essere ucciso. Circa un mese dopo, o meno, seppi dai giornali che Torreggiani era stato assassinato e che durante un attacco una pallottola del revolver di Torreggiani aveva colpito il figlio giovane Alberto. Ricordo che rimasi di sasso sul marciapiede nel vedere il giornale. Seppi anche che un altro membro della milizia era rimasto ucciso nello stesso giorno nella regione di Venezia, Sabbadin. Rimasi scioccato e anche pieno di vergogna, molto scosso, perché io avevo fatto parte di questo gruppo che si era trasformato in (un commando ndr) assassino. E due mesi dopo, in aprile –ma non ricordo la data- un poliziotto della Digos, Campagna, morì anche lui. Il senatore Suplicy mi ha interrogato per sapere se avevo alibi nelle date di questi omicidi. Ma penso che possiate comprendere, Signori Ministri, che proprio perché non li ho commessi sono incapace di ricordare le date di questi crimini. Oltretutto vivevamo nascosti negli appartamenti e i giorni erano vuoti, interminabili e molto simili. Mi è impossibile ricordare 30 anni dopo dove mi trovavo in quelle date, sicuramente nell’appartamento che non lasciavamo mai. In seguito d’estate ci fu una grande operazione nel Nord dell’Italia e fui catturato con tutti gli occupanti del palazzo. Sì, è esatto che lì ci fossero armi ma la stessa giustizia italiana stabilì, attraverso una valutazione balistica, che erano nuove, che nessuna di queste era stata usata per sparare un solo tiro.
Molti dei fatti che sto per raccontare non li ho vissuti, dato che stavo in Messico. Seppi di essi nel 1990 in Francia, quando fui informato del contenuto del secondo processo che cominciò con la detenzione di Pietro Mutti nel 1982. Seppi, in Francia, che Pietro Mutti era stato torturato e che si era costituito come “pentito”, che accettava collaborare con la giustizia italiana in cambio della sua libertà e di una nuova identità. Seppi che lui stava per essere accusato, sulla base di indagini della polizia, di essere colui che aveva sparato su Santoro e che mi accusò al suo posto. Durante questo lungo processo Pietro Mutti fece tante accuse che molte volte inciampò nelle sue dichiarazioni impossibili o contraddittorie. Per esempio per salvare la sua fidanzata ha accusato un’altra donna, Spina, di essere complice nell’attentato contro Santoro. Ma nel 1993 la giustizia fu obbligata a riconoscere l’innocenza di Spina e a liberarla. Non ho i documenti con me e devo dire che la scrittrice e ricercatrice francese Fred Vargas conosce molto meglio il mio processo di quanto non lo conosca io. Ma io so che nel 1993, la stessa giustizia ha percepito, a mio avviso per i suoi atti e le sue parole, che Pietro Mutti era “abituato ai giochi di prestigio” e che frequentemente dava il nome di una persona al posto di un’altra. A parte la tortura l’unica discolpa che si può dare a Pietro Mutti per essersi assoggettato a fare le sue terribili e false accuse è che seguiva una regola:proteggere gli accusati presenti gettando la colpa sulle spalle degli assenti come quando ha accusato Spina, fino a quando non si riconobbe la sua innocenza nel 1993. Mutti non è stato l’unico pentito accusatore. Voglio spiegare ai Signori Ministri che a quell’epoca, durante i processi negli anni di piombo, il sistema delle torture e dei “pentiti” fu utilizzato correntemente (guardare il rapporto di Amnesty International e della Commissione Europea) e con un’intensità specifica dal procuratore Spataro. Tutti sapevamo che era terribile avere Spataro come procuratore. Il sistema dei “pentiti” non funzionava sull’unica testimonianza di un solo uomo. Era necessario ottenere altre “testimonianze” di pentiti in modo che l’accusa fosse “ confermata” e sembrasse solida. Ci furono di conseguenza altri membri dei Pac che mi hanno accusato assieme a Pietro Mutti come Memeo, Masala, Barbetta, eccetera. Tutti erano pentiti o “dissociati” e tutti hanno guadagnato  riduzioni di pena o libertà immediata o hanno evitato l’ergastolo. Così per esempio Memeo, quello che ha ucciso Torregiani e Campagna, Cavallina “l’ideologo” dei gruppi dei duri, Fatone, Grimaldi, Masala che hanno fatto parte del commando contro Torreggiani, Diego Giacomini che uccise Sabbadin. Tutti questi hanno ottenuto la loro libertà in cambio delle conferme (delle accuse ndr) di Pietro Mutti.
Per quanto concerne la morte di Santoro ho già parlato della riunione che seguì e che decise la mia uscita dal gruppo. So solo che Arrigo Cavallina e Pietro Mutti difesero con ardore questo crimine durante quella riunione e che la polizia li accusava di averlo commesso. Non appartenevo più al gruppo quando furono commessi gli altri tre omicidi, di conseguenza le mie conoscenze precise sono limitate. Ma i media che mi accusano incessantemente di avere volontariamente “sparato su Torreggiani” e persino “di avere sparato su suo figlio” sanno effettivamente che questo è totalmente falso (Nessuno in Italia ha mai accusato Battisti di avere partecipato fisicamente all’azione ma di averla organizzata, ndr). La giustizia italiana ha riconosciuto che i quattro uomini del commando erano Grimaldi, Fatone, Masala e Memeo il quale sparò sul gioielliere. E fu anche la giustizia a confermare che il proiettile che ferì il figlio Alberto proveniva dalla pistola di suo padre (anche questo è risaputo in Italia, ndr). Credo che all’inizio Mutti mi accusò di questo crimine. Ma dal momento che mi accusava anche dell’omicidio di Sabbadin commesso lo stesso giorno a centinaia di chilometri (da Milano a Mestre la distanza è di circa 260 Km, percorribili in meno di tre ore di auto, ndr), disse che io ero “l’organizzatore”. Ho già detto ciò che accadde nella riunione quando tentati di impedire questa azione. Quanto a Sabbadin, Giacomini “vicecapo per la regione di Venezia” confessò di avergli sparato. Visto che Mutti in un primo momento aveva fornito il mio nominativo come “killer” mi trasformò, dopo le confessioni di Giacomini, nell’autista di supporto. Solo che nemmeno così funzionò dal momento che poi risultò che “l’autista” era una donna. Signori Ministri, non so nemmeno dov’è questa città in cui è stato ucciso Sabbadin (Mestre, ndr). In ultimo so che Mutti mi ha anche di aver sparato a Campagna. All’epoca non seppi nulla sulla preparazione di questo crimine, non più di quanto sapessi di Sabbadin. Ciò che so è che una testimone oculare descrisse l’aggressore come un uomo molto alto, di 1 m 90 mentre io sono 20 cm più basso. Il resto me l’ha spiegato la scrittrice e ricercatrice Fred Vargas: la balistica ha provato che il proiettile proveniva dall’arma di Memeo, lo stesso che sparò a Torreggiani. E che una testimone disse che le era parso di capire dalle parole di Memeo che era lui ad avere sparato. Ma questa testimone è forse un pentito e non ho la certezza sul responsabile della morte di Campagna.
Non sono responsabile di nessuno degli omicidi di cui sono accusato Signori Ministri. Sono stato usato continuamente nel processo come un capro espiatorio per i pentiti. La prova migliore del fatto che dico la verità è che sono state prodotte delle false procure come ha comprovato la perizia grafologica, affinché gli avvocati Gabriele Fuga e Giuseppe Pelazza “ mi rappresentassero” nel processo in mia assenza. Perché? Di sicuro non per difendermi, di sicuro non per il mio bene, dato che sono stato condannato all’ergastolo. Ma certamente per trasformare l’accusa contro di me più accettabile e creare uno scenario favorevole per una pena più rigorosa. Fino a molto tempo dopo la farsa del processo io non sapevo che esistessero false procure. Questa scoperta la devo a Fred Vargas e alla mia avvocatessa francese Elisabeth Maisondieu Camus. E’ stata Fred Vargas che mi ha dato l’informazione quando venne a visitarmi in carcere in Brasile nel 2007. Un vecchio compagno (chi? Pietro Mutti? Bergamini? ndr) diede agli avvocati i fogli bianchi che avevo firmato nel 1981 prima della mia fuga. Due di questi fogli sono stati riempiti dopo, nel 1982, con “apparentemente la mia firma”. Fred Vargas mi ha spiegato che lo stesso testo, quello della vera procura che firmai nel 1979, venne copiato due volte e che i due testi sono sovrapposti in trasparenza dal momento che furono scritti con l’intervallo di due mesi, “datati” maggio e luglio 1982.
Una perizia francese ha provato nel gennaio 2005 che le tre firme delle tre procure sono state apposte nello stesso momento e che, ad esempio, il testo della procura del 1990, ipoteticamente inviato dal Messico (ma la busta non esiste) fu dattilografato sopra una mia firma di 9 anni prima. La perizia ha provato anche che le date non sono state scritte di mio pugno così come quanto scritto nelle buste delle due prime “procure”. Quando i miei avvocati francesi hanno saputo questo lo hanno immediatamente comunicato nel gennaio 2005 al consiglio di stato francese. Hanno fatto questo perché la Francia non ha diritto di estradare un condannato in contumacia che non è stato informato del suo processo. Queste tre false procure hanno provato che io non ero stato informato (in caso contrario avrei scritto io stesso le procure). Purtroppo il Consiglio di Stato sottomettendosi alla volontà del Presidente Jacques Chirac si è rifiutato di esaminare la falsità delle procure. Accettarono l’estradizione affermando che “ero stato informato e rappresentato come se le procure fossero vere”. Subito i miei avvocati francesi presentarono la prova dei tre documenti falsi alla Corte Europea ma anche là fu inutile perché certamente per interferenza del governo francese come chiarirò di qui a poco, la Corte Europea chiuse gli occhi, ignorò la prova della perizia e sostenne che le procure erano vere. Il mio avvocato francese Eric Turcon mi ha informato a Brasilia che questa “Corte Europea” era costituita solamente da magistrati francesi molto legati a Jacques Chirac. Già solo questo fatto, Signori Ministri, prova che il mio processo italiano è stato falsato, essendo questo uno degli elementi riconosciuti dal Ministro Tarso Genro. E che l’approvazione del dell’estradizione dei tre Tribunali francesi e subito dopo della Corte Europea è sempre stata basata sull’esistenza di quelle procure che sono assolutamente false, cosa evidente anche ad un esame ad occhio nudo. Perché questi Tribunali, informati della falsificazione di questi documenti, si sono rifiutati di considerare questo punto di massima rilevanza?
Il Segretario Nazionale della Giustizia del Brasile, Romeu Tuma Jr., sollecitato dal Ministro della Giustizia Tarso Genro, ha avuto l’opportunità di esaminare nel dettaglio i documenti presentati dalla storica e archeologa Fred vargas, durante un dialogo di due ore, in compagnia del senatore Eduardo Suplicy, documenti nei quali si evidenzia che c’è stata una falsificazione delle procure, in conformità con l’analisi tecnica riconosciuta ufficialmente fatta dalla responsabile per gli studi sulla grafologia in Francia, la signora Evelyn Marganne. Sarà molto importante che anche le Vostre Eccellenze possano esaminare con attenzione queste prove, che hanno contribuito molto per dare fondamento a quanto espresso nella decisione del Ministro Tarso Genro. Per questo motivo allego qui i documenti portati dalla ricercatrice Fred Vargas al Dottor Romeu Tuma Jr. e inoltrati al Ministro Tarso Genro, dal momento che mostrano l’evidenza della falsificazione delle procure e confermano le spiegazioni dettagliate dei giornali nelle conclusioni della Giustizia italiana riguardo il sottoscritto.
Segnalo che tutti i testimoni raccolti che hanno raccontato che io avrei partecipato ai quattro omicidi sono stati beneficiati dalla “delazione premiata” con conseguente diminuzione delle loro pene e/o della loro liberazione. Il signor Walter Fanganiello Maierovitch afferma nei suoi articoli che la giustizia italiana non accetta la deposizione di un “pentito” che usi la delazione premiata se per caso non dicesse la verità. Comunque, la stessa giustizia italiana non ha invalidato la denuncia contro di me fatta da Pietro Mutti, nonostante le contraddizioni qui segnalate. Osservo anche che nell’intervista concessa da Pietro Mutti alla rivista Panorama sulla quale si è basata la “Rivista Veja” (il più importante settimanale brasiliano, ndr)  per concludere che io sono colpevole dei quattro omicidi, a differenza di quanto si è dato a intendere non c’è una foto recente di Pietro Mutti. La foto pubblicata da Panorama è dei tempi in cui vivevamo assieme e le sue parole sono esattamente le stesse che pronunciò all’epoca della denuncia (Battisti lascia intendere che Panorama si è inventato l’intervista a Mutti perché non ha pubblicato una sua foto recente e perché questi ha confermato quanto già detto anni fa, aggiungendovi tra l’altro dei dettagli inediti “di colore”, ndr). Da parte mia sono disposto a confermare personalmente, di fronte alle Vostre Eccellenze, tutto quanto sto dicendo. Così come sono disposto ad affermare ai famigliari delle quattro vittime, occhi negli occhi, che non ho ucciso i loro cari. So che la giustizia del Brasile terrà conto di tutti gli elementi che, messi assieme, provano la mia innocenza e il modo tremendo con cui sono stato usato a mo’ di capro espiatorio durante questo processo pieno di così tanti errori in Italia. La collera sproporzionata di alcuni settori in Italia (ieri la Camera ha votato all’unanimità una mozione che non lascia dubbi sull’aggettivo “alcuni, ndr) discende, in gran parte, dal fatto che non vogliono o non gli conviene riconoscere che il mio processo fu totalmente falsato, come tanti altri di quello stesso periodo.
Spero, Signori Ministri, che mi abbiate capito, nonostante l’attacco irrazionale e vergognoso di settori molto influenti di un paese – l’Italia – contro la mia persona. Sulla mia vita e sul mio onore posso affermare che ho sempre lottato contro la violenza fisica durante la rivolta italiana e che non ho mai attentato contro la vita delle persone. Questa è la verità, che nessuna prova ha smentito.
Sollecito alle Vostre Eccellenze, Signori Ministri, di ricevere le espressioni del mio rispetto e della mia più alta considerazione.
Cesare Battisti 

  • mariazuppello
  • Venerdì 27 Febbraio 2009

Hamas e Al Fatah verso un governo di “unità nazionale” in Palestina

OkNotizie

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  • Tags: Al-Fatah, governo, Hamas, Israele, Palestina
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Un miliziano di Hamas nel palazzo del presidente Abu Mazen all’epoca dello scontro per il controllo di Gaza
(Credits: Ansa)

Vista l’incertezza  post-elezioni in Israele, forse i palestinesi avranno un nuovo governo prima dei loro odiati “vicini”. Questa sera 13 gruppi dei territori, compresi Hamas, Al Fatah, Jihad islamica, riuniti al Cairo, hanno annunciato a giornalisti e a tv di tutto il mondo, in un clima di grande cordialità e (almeno apparente) armonia, di aver ”messo fine alle divisioni, girando una pagina dolorosa”: hanno concordato tutti insieme di formare un governo di intesa nazionale per la Palestina entro la fine di marzo, attraverso sei commissioni di lavoro che dovranno cominciare a lavorare il 10 marzo. Sembra incredibile, se si pensa che solo due anni fa Hamas e Al Fatah, i due partiti principali, erano in guerra aperta per il controllo di Gaza e che durante i bombardamenti israeliani nella Striscia dello scorso gennaio in molti tra i dirigenti islamisti avevano criticato la reazione non troppo calorosa dei politici connazionali in Cisgiordania. Ma forse proprio l’esito delle elezioni di Tel Aviv, ormai avviata ad un governo con esponenti dell’ estrema destra, può aver ricompattato i litigiosi movimenti palestinesi.
L’annuncio arriva poi a quattro giorni dalla conferenza di Sharm el Sheikh, dove per iniziativa dell’Egitto si riuniranno i paesi che doneranno aiuti umanitari alla popolazione di Gaza. Saranno presenti oltre al padrone di casa Hosni Mubarak, anche Hillary Clinton, Nicolas Sarkozy e Silvio Berlusconi. Segnale della riconciliazione tra i palestinesi è che a rappresentare tutti loro - lo hanno confermato durante la conferenza stampa - sarà il contestato (fino a oggi) presidente palestinese Abu Mazen. Che avrà il compito di convincere i partner internazionali a finanziare le ingenti spese per la ricostruzione di Gaza, semidistrutta dai bombardamenti israeliani. La necessità di mostrare un profilo unitario e “presentabile” in campo internazionale per raccogliere più aiuti possibile è stata la molla che ha spinto i vari gruppi palestinesi all’accordo. Secondo il piano le sei commissioni nominate, il cui lavoro inizierà il 10 marzo, si occuperanno della formazione del ”governo di consenso”, della ricostruzione delle istituzioni, dell’organizzazione di elezioni presidenziali e legislative (entro possibilmente la scadenza di legge del 25 gennaio 2010), di ricostituire i servizi di sicurezza su base professionale e non di appartenenza e di continuare il processo di riconciliazione.
Una ”commissione superiore” composta da esponenti egiziani, della Lega Araba e di tutti i gruppi, avrà il compito di affrontare eventuali problemi che le altre commissioni incontreranno e di appianarli. ”In caso di una nuova aggressione - ha spiegato l’indipendente Mustafà Barghouti - saremo un solo pugno di forze insieme, e non consentiremo ad Israele di dividerci, come è successo in passato”.

  • emanuele rossi
  • Giovedì 26 Febbraio 2009

Pyongyang nucleare: sale la tensione tra le due Coree

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  • Tags: Corea del Nord, Pyongyang
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Kim Yong Il

“In Corea del Nord è in corso la preparazione di un test di lancio per scopi di comunicazione satellitare”, si legge in una nota diffusa dalla Kcna, l’agenzia di stampa del regime. Secondo le relazioni dei servizi di intelligence, dopo il monito del segretario di Stato americano Hillary Clinton, Pyongyang è intenzionata a testare un missile a lunga gittata entro la fine del mese. “Un chiaro messaggio di sfida”, esordisce Selig Harrison, il direttore dell’Asian Program al Center for International Policy di Washington. L’analista è  convinto che presto l’Occidente si troverà costretto a convivere con una Corea del Nord nuclearizzata. “Pyongyang ha  la forza per escludere la questione  nucleare dai negoziati a sei (cui partecipano le due Coree, la Cina, gli USA, il Giappone e la Russia, ndr):  il futuro della sicurezza in Asia del Nord, in sostanza, dipenderà solo dai rapporti bilaterali tra Corea del Nord e Stati Uniti”.

Per testare le intenzioni del regime di Pyongyang, Harrison ha inviato circa un mese fa un dettagliato programma di disarmo a Li Gun, il funzionario del Ministero degli Esteri nordcoreano che è stato  incaricato della supervisione dei negoziati sul nucleare. Lo studioso americano ha proposto uno scambio: la consegna di 31 chili di plutonio all’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) in cambio della firma di un trattato di pace che ponga  fine alla guerra di Corea, normalizzi i rapporti economici e diplomatici con gli Stati Uniti e dia il via a un piano di aiuti alimentari, energetici e infrastrutturali di lungo periodo.

La risposta coreana è stata categorica: “Mi hanno detto che il plutonio era già stato convertito in armi, pur senza precisare di che tipo, e 31 chili sono più che sufficienti per realizzare quattro o cinque bombe”. Messa con le spalle al muro dalla linea dura di Pyongyang, la Casa Bianca ha davanti a sé  due alternative. “Smettere di puntare alla denuclearizzazione, nella convinzione che il riarmo coreano sia esclusivamente legato a necessità di difesa, favorendo  la distensione giocando la carta degli incentivi economici, oppure fare in modo che le testate che il Paese possiede non superino le quattro/cinque unità, costringendo la Corea a smantellare il reattore di Yongbyon per evitare che altro plutonio sia trasformato in bombe”. Infine, Harrison attribuisce l’irrigidimento della linea coreana al peggioramento delle condizioni di salute di Kim Jong Il. “Le decisioni chiave spettano sempre a lui, ma quelle ordinarie dipendono dal cognato del dittatore Chang Song Taek, il nuovo uomo forte del regime, da sempre più intransigente che pragmatico”.

  • claudia astarita
  • Giovedì 26 Febbraio 2009

Golfo di Aden, una nave italiana sotto attacco

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  • Tags: africa, Cina, Pechino
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 LEGGI ANCHE: come agiscono i pirati somali

La marina militare cinese ha sventato martedì un attacco dei pirati a una nave italiana nel Golfo di Aden. Si tratta del primo confronto diretto tra la marina della Repubblica popolare e i pirati somali da quando la Cina ha inviato nell’area tre navi militari. La nave italiana, che secondo l’agenzia Nuova Cina si chiama Lia, si era fermata per difficoltà al motore non lontano dalla flotta inviata dalla Cina. Pochi minuti dopo i cinesi hanno ricevuto una chiamata dalla nave italiana, che li ha avvisati che due piccole imbarcazioni si stavano avvicinando. Un elicottero con tre soldati è partito dalla flotta cinese e ha raggiunto Lia, individuando le imbarcazioni sospette. Vedendo avvicinarsi l’elicottero, le imbarcazioni si sono allontanate. In seguito, il guasto è stato riparato e la Lia ha ripreso il suo viaggio.

Sono frequenti gli attacchi dei pirati somali nel Golfo di Aden: solo lo scorso anno, secondo il dipartimento marittimo internazionale, sono state prese d’assalto oltre 130 imbarcazioni, più del doppio rispetto al 2007. Nel Golfo di Aden è stata inviata dall’Unione europea una taskforce antipirateria.

  • redazione
  • Giovedì 26 Febbraio 2009

Obama: più tasse ai ricchi per garantire la sanità a tutti

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  • Tags: Barack Obama, presidenziali-usa-2008
  • 5 commenti

Il primo discorso di Obama al Congresso
LEGGI ANCHE:
La luna di miele con Obama è finita

Per uscire dalla crisi economica e garantire la copertura sanitaria a tutti gli americani, come promesso in campagna elettorale, occorrono sacrifici. E a farsi carico del risanamento e della riforma sanitaria dovranno essere soprattutto quelle categorie ad alto reddito che erano state beneficiate dall’Amministrazione Bush. Presentando al Congresso la prima legge di bilancio della sua presidenza, Barack Obama ha scelto di parlare il linguaggio irrituale, per un politico, della chiarezza, dicendo che dovranno essere i ricchi a pagare il conto della crisi e delle misure di equità sanitaria previste dal governo: «Dovremo rinunciare a cose che ci piacciono ma che non ci possiamo permettere». Ma i sacrifici riguarderanno anche il governo: «Sarà necessario tagliare cose che non ci servono per pagare quelle che servono», escludendo però «quelle cose che rendono forte l’America» nel mondo. Infine, per ricordare a tutti, e non solo i ricchi, la drammaticità della situazione: «Ci sono tempi in cui ti puoi permettere di ridecorare la casa e tempi in cui devi ricostruire le fondamenta».

I tempi delle «scelte difficili», dunque, sono arrivati. E sono i numeri a parlare, snocciolati da Obama nel suo discorso. Il deficit degli Stati Uniti, nella bozza della finanziaria per l’anno fiscale 2010 che inizierà a ottobre, si attesterà nel 2009 a 1.750 miliardi di dollari: è il più pesante dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Le spese totali dovrebbero attestarsi, sempre nell’anno fiscale 2010, a 3.606 miliardi di dollari, contro i 3.724 miliardi dell’anno precedente. Solo nel 2010 il deficit dovrebbe scendere, lentamente, a 1.171 miliardi nel 2010. Il documento finale, molto più ampio, è atteso tra la metà e la fine di aprile. «Ci vorrà tempo, ma possiamo cambiare l’America, ricostruire la fiducia perduta, ristabilire le prospettive del Paese e la sua prosperità», ha detto in un accento di fiducia il titolare della Casa Bianca.

Grazie alle misure di stimolo dell’economia avviate dall’amministrazione Obama, il governo prevede un tasso di crescita molto elevato negli anni successivi: 4% nel 2011, 4,6% nel 2012, 4,2% nel 2013. Sul fronte del mercato del lavoro, la disoccupazione crescerà nel 2009 assestandosi all’8,1%, per poi iniziare a calare l’anno successivo, 7,9%.


Riforma sanitaria.
Il previsto aumento del gettito fiscale, unito a una riforma di Medicare, aiuterebbe a creare un fondo decennale da 634 miliardi di dollari per assicurare la copertura sanitaria a circa 46 milioni di americani tuttora esclusi da qualsiasi forma di assistenza. Una prima misura in questa direzione, è un sussidio, in vigore da oggi, che aiuterà sette milioni di americani che hanno perso il lavoro a conservare la mutua che avevano prima del licenziamento. La misura è compresa nel pacchetto di stimolo: espande una estensione temporanea di un programma che consente ai neo-disoccupati di tenere la vecchia mutua se la pagano di tasca propria. La nuova misura abbassa i costi di circa due terzi per un anno. «Sette milioni di americani avranno una cosa in meno di cui preoccuparsi quando vanno a dormire», ha detto Obama.

Vi hanno convinto, nonostante le dimissioni di alcuni personaggi chiave, le prime mosse del presidente Obama su politica estera ed economia?
  • redazione
  • Giovedì 26 Febbraio 2009
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