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Regno Unito: dalla Thatcher alla catastrofe

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  • Tags: Gordon-Brown, Gran-Bretagna, inghilterra
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Il premir britannico Gordon Brown

di Simona Tobia - da Londra

“Bisogna pur rompere qualche uovo per fare un’omelette” diceva Margaret Thatcher, quando doveva risollevare l’economia inglese negli anni Ottanta. A trent’anni di distanza, più che di omelette c’è chi parla di frittata. Dilagata in tutto il paese l’ondata di scioperi spontanei iniziata a fine gennaio nella raffineria Total nel Lincolnshire, quando l’azienda italiana Irem, vincitrice dell’appalto per una parte dei lavori, ha annunciato che avrebbe usato 300 operai italiani e portoghesi. Un colpo all’orgoglio nazionale, proprio nel momento in cui il premier Gordon Brown aveva promesso “lavori inglesi ai lavoratori inglesi”. Per non parlare della previsione shock del commissario europeo Joaquim Almunia: “Ci sono alte probabilità che in futuro la Gran Bretagna entri nell’euro”.

Nessuno dubita che il disastro economico del Regno Unito sia conseguenza diretta della crisi globale. Ma come mai i grossi guai dei settori finanziario e bancario si sono rapidamente estesi, infettando in poco più di un anno l’intera economia britannica? I dati sul prodotto interno lordo pubblicati (pil) a fine gennaio dall’ufficio di statistica indicano un calo dell’1,5 per cento nell’ultimo trimestre 2008, annunciando ufficialmente che il paese è in recessione. E la previsione per il pil 2009 fa tremare: calo del 2,1 per cento (2,8 secondo il Fondo monetario internazionale). La disoccupazione a gennaio ha raggiunto 1,92 milioni di persone, mentre tutti i giorni i media annunciano il bollettino di guerra di licenziamenti, cassa integrazione e aziende in amministrazione controllata, come Woolworths e Zavvi.

Per cercare di porre un freno a quest’inquietante deriva la Banca d’Inghilterra ha ridotto ulteriormente il tasso d’interesse all’1,5 per cento (il più basso da quando la banca centrale venne fondata, nel 1694). Ma nonostante l’iniezione di denaro pubblico e uno schema assicurativo che protegge contro i prestiti rischiosi, le banche sono restie a finanziare imprese e consumi. Neanche la riduzione dell’iva al 15 per cento e le svendite postnatalizie con sconti fino al 75 per cento hanno rimesso in moto il commercio al dettaglio.
Ormai nessuno crede più che si tratti solo di una “recessione dei colletti bianchi”, ovvero il ridimensionamento del terziario, che nel Regno Unito ha un peso superiore ad altri paesi avanzati. A trascinare in basso il pil non sono solo finanza e servizi, ma anche l’industria manifatturiera (calo della produzione nell’ultimo trimestre 2008 del 3,3 per cento rispetto al trimestre precedente e del 5,2 rispetto allo stesso periodo del 2007), già fortemente ridimensionata.
Questa catastrofe ha anche radici lontane, a partire dalla deregulation degli anni Ottanta, che con la rivoluzione liberista di Margaret Thatcher pose fine al modello di stato corporativo che aveva caratterizzato la Gran Bretagna dal dopoguerra. L’immagine del “brave new world” inglese da allora è stata caratterizzata soprattutto dai servizi: finanza e banking in testa, poi turismo, comunicazioni e ricerca specializzata. Tanto che oggi il settore dei servizi rappresenta il 31 per cento del pil, mentre l’industria manifatturiera e quella mineraria valgono la metà (15,7 per cento). “Questo modello economico non è più sostenibile” sintetizza a Panorama Adam Lent, del Trade union congress (Tuc), che riunisce le organizzazioni sindacali britanniche. “L’attuale situazione è l’eredità diretta della rivoluzione thatcheriana, che con il declino del settore industriale a favore di quello dei servizi ha reso il Regno Unito molto più esposto alla crisi globale”.

Un giudizio di parte che ha il sapore della vendetta, quello del sindacalista. In realtà il calo nella produzione e la perdita di posti di lavoro sono stati pure causati da una contrazione della domanda ed esacerbati dalla crisi del credito. “È chiaro che questo modello interamente basato sul credito non funziona” dice Lai Co della Confederation of british industry, la locale Confindustria. “Ci si affida al credito per acquistare e per produrre. Ma dal momento che l’economia è così incerta, gli investitori sono riluttanti e ciò causa una contrazione nella domanda di beni e quindi nella produzione”.
In ogni caso la rivoluzione thatcheriana ha qualche nesso con l’attuale crisi. Tutti gli esperti ritengono concordi che la modernizzazione della Lady di ferro fosse indispensabile, negli anni in cui il Regno Unito veniva definito il malato (”sick man”) d’Europa. È un dato di fatto che a fine anni Settanta l’industria inglese fosse estremamente inefficiente, soprattutto se paragonata a quella tedesca o giapponese. Provvedimenti come la chiusura delle miniere (97 tra il 1984 e il ’92), la riforma della legge sindacale nell’84 e le privatizzazioni di fine anni Ottanta sono stati tutti passi verso la realizzazione del modello economico basato sul libero mercato caro alla Lady di ferro quanto al New labour di Tony Blair.

Gli effetti collaterali di questa rivoluzione sono evidenti: deregulation, privatizzazioni e smantellamento di rami secchi hanno decimato l’apparato manifatturiero. “L’industria inglese è un ossimoro: non esiste più. La maggior parte delle aziende che hanno stabilimenti in Gran Bretagna è in mani straniere, basti pensare a Rolls-Royce, Bentley, Mini e Land Rover, che fanno parte di gruppi come Bmw e Tata” osserva caustico Vin Hammersley, ex manager Bmw e oggi analista della Warwick business school. “A Coventry, la mia città, c’erano 86 produttori di auto, 75 di moto, 35 di carrozzerie e 25 di motori. Oggi ne è rimasto uno. Dove c’erano le fabbriche ci sono supermercati”.
Ma per Simon Jenkins, giornalista del progressista Guardian e autore del libro Thatcher & sons, la Lady di ferro ha molti meriti. Anzitutto aver trasformato l’industria inglese da obsoleta e improduttiva in una delle più avanzate: “È stato molto crudele, ma andava fatto. La modernizzazione era necessaria perché l’industria britannica era inefficiente. Oggi non sono necessarie misure altrettanto drastiche, proprio perché sono già state adottate. È vero che non produciamo più navi e treni, ma li compriamo dove costano meno, ed è piuttosto ingenuo pensare di non doversi adattare al mercato del lavoro che cambia”. Fra i principali demeriti attribuiti a Thatcher, non avere capito che il Regno Unito richiede un’economia mista e non sbilanciata a favore di un solo settore (che, se fallisce, si trascina dietro anche gli altri).
Commenta l’ex manager Bmw: “Smantellando l’industria Thatcher ed eredi hanno mostrato di non conoscere la ricetta di quell’omelette. Non possiamo essere una nazione di negozianti, come diceva Napoleone, ma neanche di bancari, informatici e guide turistiche. Abbiamo bisogno di un’economia mista, con un settore industriale competitivo”.

  • redazione
  • Sabato 7 Febbraio 2009
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