
Si tratta. Hamas sa che il tempo è poco. Il governo israeliano anche. Le elezioni del 10 febbraio si avvicinano e una vittoria del Likud in Israele (con il partito xenofobo di Avigdor Lieberman in netta ascesa) toglierebbe spazio per negoziare agli islamisti. Dall’altra parte, il ministro della Difesa laburista Barak e la leader di Kadima Tzipi Livni cercano un colpo ad effetto prima dell’apertura delle urne. Una tregua duratura, per dimostrare che il mese di guerra contro Gaza non è stato vano, e la liberazione di Gilad Shalit, il caporale di Tsahal da tre anni in mano ad Hamas.
Secondo quanto pubblicato oggi dal quotidiano Ha’aretz, più vicino ai partiti di sinistra, le linee guida per un accordo con Hamas sarebbero già state definite: La tregua, ha appreso il giornale, avrebbe una durata di un anno e mezzo, rinnovabile, e riguarderebbe solo la striscia di Gaza e non la Cisgiordania. Il soldato israeliano Ghilad Shalit sarebbe scambiato con centinaia di palestinesi detenuti in Israele. I valichi sarebbero aperti al transito di merci, con un transito quotidiano di almeno 600 camion (tre volte quello attuale). Il valico di Rafah, fra Gaza ed Egitto, sarebbe riaperto e sorvegliato da osservatori stranieri e da rappresentanti dell’ Autorità nazionale palestinese.
Ieri si sono riuniti Olmert, Barak e Livni a Tel Aviv per esaminare le ultime proposte sulla tregua e sullo scambio di prigionieri inoltrate dai mediatori egiziani. La sensazione della stampa è che progressi siano stati compiuti ma che resti ancora determinante l’atteggiamento dei dirigenti di Hamas a Damasco, sostenuti da Siria e Iran, che in passato hanno mostrato una rigidità superiore a quella dei leader di Gaza. Questa mattina però Olmert ha criticato la copertura mediatica delle negoziazioni per Shalit, definendola “eccessiva” e “dannosa”. Stamani un portavoce del ministro degli Esteri egiziano Hossam Zaki ha confermato che tra oggi e domani ci sarà la riunione a Damasco dei dirigenti degli islamisti e entro domani sera potrebbe arrivare la loro risposta sulla tregua negoziata dal 18 gennaio, dopo la fine dei bombardamenti. Intanto è tornato a farsi vivo il leader di Hamas Mahmud Zahar, scomparso durante i bombardamenti, in un’intervista alla tv satellitare del Qatar Al Jazeera ha dichiarato che Hamas vuole ”mantenere l’Olp le sue strutture, ma non il suo programma”, contraddicendo quanto aveva affermato Khaled Meshal, il leader in esilio, che aveva parlato di un superamento dell’Olp, ormai non più riconosciuta dagli islamisti.
Mentre i diplomatici discutono, sul terreno le acque non si sono affatto calmate: anche oggi un razzo lanciato dal sud di Gaza ha colpito un kibbutz israeliano. E in Israele continua la campagna elettorale. Significativo della forza degli ortodossi in campo elettorale un episodio: il leader del Likud e favorito per il 10 febbraio Benjamin Nethanyau è stato costretto a nascondersi e uscire dal retro di un ristorante: venerdì sera, ignorando i dettami del riposo sabbatico, ha cenato con la moglie Sarah e con alcuni attivisti di partito in un ristorante di Gerusalemme, inviso ai rabbini. La cena ”non kosher” dei Netanyahu ha avuto ampia e sfavorevole eco nella stampa ortodossa a due giorni dalle elezioni politiche. Ma un aiuto al Likud potrebbe giungere proprio da uno dei partiti religiosi: lo Shas. Il suo leader, il rabbino Yossef, ha lanciato ieri un attacco frontale al partito Israel Beitenu e ha affermato che votare per il suo leader Avigdor Lieberman ‘’significa rafforzare Satana e il Male”.
- Domenica 8 Febbraio 2009
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