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- Un commento

Cesare Battisti, militante tra il 1977 e il 1979 dei Proletari armati per comunismo, condannato all’ergastolo con sentenza definitiva per quattro omicidi, è evaso dal carcere di Frosinone nel 1981. Da allora ha lasciato l’Italia e i tribunali sono stati costretti a giudicarlo in contumacia. Insomma i giudici e gli altri imputati del processo non hanno mai potuto guardarlo negli occhi e rivolgergli le loro domande. Per questo Panorama ha contattato Pietro Forno e Armando Spataro, i magistrati che guidarono l’inchiesta, Arrigo Cavallina, l’uomo che fondò i Pac e arruolò Battisti, e, infine, il pentito Pietro Mutti, che con la sua confessione ha contribuito alla condanna dello stesso Battisti. A loro Panorama ha chiesto di formulare le domande chiave a cui il latitante non ha mai risposto. Il risultato è il questionario che abbiamo inviato ai suoi avvocati. Che hanno replicato gentilmente che l’uomo «è stanco» e che «ci vorrà tempo». Così le domande, per ora, restano senza risposta.
I veri esecutori degli omicidi
Signor Battisti lei ha indicato gli esecutori degli omicidi di cui è accusato: come fa a sapere i loro nomi? Ha partecipato alle riunioni che hanno deciso quei delitti? Ha espresso il suo parere e se sì di che tipo? Se era contrario come mai ha continuato a far parte dei Pac?
L’addio ai Pac
Lei dice di aver lasciato i Pac nel 1978, prima degli omicidi. Almeno cinque suoi ex compagni le danno torto e raccontano che il 14 febbraio 1979, due giorni prima dei delitti di Lino Sabbadin e Pierluigi Torregiani, lei partecipò a una riunione a Milano per discutere di quelle azioni e che la lasciò in disaccordo con gli altri presenti, contrari ai delitti. È un complotto?
Lei è stato arrestato a Milano, nel giugno 1979, in un appartamento in cui furono trovati volantini di rivendicazione degli omicidi firmati dai Pac e da cui passarono armi per l’organizzazione. Non è un’ulteriore prova del fatto che non avesse tagliato i ponti con i Pac?
Il delitto Torregiani
Lei sa che è stato condannato per gli omicidi Torregiani e Sabbadin, commessi quasi in contemporanea, in luoghi distanti centinaia di chilometri. Ma sa pure che è accusato, nel primo caso, di avere partecipato alla decisione dell’omicidio e nel secondo di essere stato componente del nucleo che lo commise. Perché, allora, non smentisce i suoi sostenitori che usano quella duplice condanna come prova della sua persecuzione in quanto dicono che lei non poteva essere in due posti distanti nello stesso momento? È stato lei a far credere loro cose diverse dalla realtà del processo?
Gli alibi
Le inchieste giudiziarie hanno verificato tutti i possibili alibi, verificando che lei non ne aveva. Lei dove si trovava fisicamente e che cosa faceva nelle ore degli omicidi di Lino Sabbadin, Antonio Santoro e Andrea Campagna? C’è qualcuno che può testimoniare a suo favore? È in grado di fare i loro nomi?
Il pentito
Le dichiarazioni di Pietro Mutti sono state confermate da numerosi riscontri e da diversi dissociati (Giuseppe Memeo, Diego Giacomini, Arrigo Cavallina…), che hanno confessato i delitti di cui Mutti li accusava. Perché avrebbe dovuto mentire solo sul suo conto? Mutti si è autoaccusato di azioni per cui non c’erano prove contro di lui, ha fatto 8 anni di carcere e oggi conduce una vita semplice. Perché i suoi sostenitori insinuano che viva sotto falso nome lautamente premiato dallo Stato?
L’ideologo
Arrigo Cavallina, fondatore dei Pac, con Panorama ha detto che non sarebbe affatto contento di una sua estradizione. E chiede per lei degli atti risarcitori, anziché la prigione. Perché un uomo così poco astioso nei suoi confronti asserisce che il suo distacco dai Pac prima degli omicidi è una bugia e che lei ha «condiviso tutta la storia» del gruppo?
Il confronto all’americana
Dopo l’arresto, ha rifiutato il confronto all’americana con i testimoni oculari dell’omicidio dell’agente della digos Andrea Campagna che avevano descritto un killer fisicamente molto simile a lei. Perché non ha voluto accettare quel faccia a faccia?
Il diritto alla difesa
Lei dice di essere stato giudicato da contumace e che nulla sapeva dei processi a suo carico. Dunque, non si sarebbe potuto difendere adeguatamente. Ma, a prescindere dal fatto che la sua assenza derivava dalla sua spontanea evasione, la Corte di Strasburgo dei diritti dell’uomo, nel dicembre del 2006, ha dichiarato manifestamente infondato il ricorso dei suoi difensori anche su questo punto, sottolineando che lei era al corrente dei processi come è desumibile dalle lettere che inviava a suoi avvocati. Dunque, lei è stato assistito dai suoi difensori in quei procedimenti. Che cosa ha da dire su questi particolari che smentiscono le sue dichiarazioni?
LEGGI ANCHE: Caso Battisti, la lettera al parlamento Ue della scrittrice Fred Vargas
- Lunedì 9 Febbraio 2009
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Il 12 Marzo 2009 alle 19:28 Caso Battisti, Tarso Genro contro Roma: “Non siamo un Paese di ballerine” » Panorama.it - Mondo ha scritto:
[...] In un’audizione davanti alla Commissione Esteri e Difesa del Senato brasiliano, il ministro della Giustizia Tarso Genro ha difeso con queste parole la decisione di concedere l’asilo politico all’ex terrorista Cesare Battisti: “Il Brasile è stato aggredito nella sua sovranità per alcune dichiarazioni delle autorità italiane. Hanno persino detto che il Brasile è un paese di ballerine e non di giuristi. Noi abbiamo l’orgoglio di essere un paese di ballerine e anche di grandi giuristi”. In attesa della decisione del Tribunale supremo, il massimo organo giurisdizionale brasiliano, chiamato a decidere nelle prossime settimane se estradare l’ex terrorista rosso, il ministro ha spiegato anche che le leggi eccezionali italiane contro il terrorismo rosso degli anni 70 sono paragonabili al carcere di Guantanamo, una sospensione dello Stato di diritto americano. “Anche uno Stato democratico - ha sostenuto - può avere strutture e momenti di eccezione, come è avvenuto in Italia nel momento in cui Battisti era un attivista dei Pac. Quando sono stati attaccati al cuore, l’11 settembre 2001, gli Stati Uniti decisero di costruire strutture carcerarie eccezionali, ottenendo confessioni sotto tortura, appellandosi alla tesi che dovevano proteggere lo Stato di diritto”. [...]
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