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S’infiamma il Tibet. La Cina chiude le frontiere

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  • Tags: lhasa, Tibet
  • 8 commenti

Bangalore, India

Il Tibet è blindato. La Repubblica popolare ha chiuso di nuovo le frontiere, in entrata e in uscita. Già la scorsa primavera per mesi agli stranieri è stata negata la possibilità di visitare il Tibet perché, dopo la manifestazione di marzo, repressa con violenza dall’esercito, i tempi non sembravano maturi per far avvicinare i turisti a Lhasa.

I tibetani celebreranno il 25 febbraio il loro capodanno, il losar, e, soprattutto, il dieci marzo ricorrerà il cinquantesimo anniversario dell’esilio (forzato) del Dalai Lama. Alla luce di quello che è successo undici mesi fa, e in un periodo in cui il Partito è sotto pressione per gli squilibri sociali che la crisi finanziaria internazionale sta progressivamente accentuando ma anche per lo spettro di un altro importante anniversario, quello di Tiananmen, il quattro giugno, Pechino ha deciso di agire in maniera preventiva. Blindando militarmente il Tibet e allontanando gli stranieri, onde evitare che le loro testimonianze si diffondano sul web e sulla stampa estera. Tutti i viaggi già prenotati tra febbraio e aprile sono stati cancellati, ha raccontato al Daily Telegraph Wan Feng, dell’agenzia Tibet Yak Travel, sottolineando che la decisione è stata presa dal governo per “ragioni politiche”. Ai giornalisti cui era stata promesso una viaggio in Tibet per descrivere, il 28 marzo, i festeggiamenti del primo “giorno dell’emancipazione del servo della gleba”, la formula con cui, da gennaio, Pechino vuole che sia ricordata l’invasione cinese del 1951, tale privilegio è stato ovviamente revocato.

Negli ultimi giorni 24 tibetani sono stati malmenati e poi arrestati a Lithang, contea a maggioranza tibetana nel Sichuan cinese, per aver organizzato in loco una manifestazione a favore dell’indipendenza, seguendo l’appello “Tibet Libero” lanciato dal monaco Lobsang Lhundup domenica scorsa dal mercato rionale. In tutta la regione, il numero di attivisti, monaci e persone comuni favorevoli a boicottare i festeggiamenti del losar per protesta contro Pechino e nella speranza di attirare di nuovo l’attenzione dei media occidentali continua ad aumentare.
Tenzin Choeying, responsabile dell’associazione Students for a Free Tibet, ha raccontato ad Asianews che oggi “nel Tibet c’è un clima di paura, è come un campo militare, è in atto un’intensa repressione, con polizia armata per le strade che controlla ogni movimento della gente”. Ma il vero problema è che la situazione è destinata a peggiorare. Tant’è che, in tutta la regione, gira voce che ai soldati di pattuglia nelle strade siano stati affiancati cecchini pronti a colpire, se necessario, dai tetti dei templi principali.

  • claudia astarita
  • Venerdì 20 Febbraio 2009

Vedi anche:

  • Tibet: il Dalai Lama lascia. Il nuovo leader politico sarà eletto democraticamente
  • Tibet, rivoluzione silenziosa. Uno schiaffo per la Cina
  • Basta compromessi con la Cina, parola di dissidente
Vignetta razzista anti-Obama: il Post chiede scusa »
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Commenti

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Il 21 Febbraio 2009 alle 7:52 gualtiero.pw ha scritto:

A Claudia Astarita.
Per scrivere un articolo come questo bisogna essere un “PL-RSF” osservante (Parrot-Like-Reporters-Sans-Frontieres). Io vivo e lavoro in Cina da vari anni e certe FALSE informazioni mi fanno schifo! La Provincia del Sichuan NON e` mai stata “tibetana”, anche se ci vivono varie piccole comunita` tibetane come in qualsiasi altra provincia cinese. Di circa 5 mio. di tibetani in Cina “solo” ca.2,1 mio. sono residenti nella Provincia Autonoma del Tibet.
Fa benissimo il Governo Cinese a mantenere un ferreo controllo dell`ordine pubblico in Tibet e in Sichuan. Per evitare “casini-programmati-finanziati-a-priori” dalla “CIA-USA & Taiwan Associates”. Come nel Marzo 2008!
Vada a farsi un viaggio in Cina, libera di mente e senza paraocchi “yanquee” o “vaticanensi”. Scoprira` quante stupidaggini Le erano state vendute per “oro-colato”…..

Il 21 Febbraio 2009 alle 14:36 ni.hailang ha scritto:

Voi parlate di esilio forzato del Dalai Lama, ma andate a chiedergli cosa ha fatto nel 1959. In quell’anno ha organizzato un’insurrezione militare con tibetani maleaddestrati interessati solo alla ricompensa. Avendo fallito l’operazione si eà rifugiato in India con l’aiuto degli americani e degli inglesi. Proprio lui che è un pacifista poi… Lui che prediga l’uguaglianza, ha sempre mantenuto la servitù della gleba. E se c’era ancora l’avreste criticato il dalai??? E secondo voi come vanno avanti quei monaci tibetani? Con la preghiera? Con l’elemosina? Con i fondi di Richard Gere? E’ il governo cinese che da anni provvede alla loro remunerazione e sostentamento. Proprio come in Italia con il Vaticano e le regioni a statuto speciale del nord. Solo che in Tibet vogliono sempre più privilegg e più potere. E tutto questo richiesto sotto la vergognosa slogan di “maggiore automia e democrazia”. Fate un salto in Tibet e poi constatate coi vostri stesi occhi di come veramente si vive in Tibet ORA!!!!!!!!!!

Il 22 Febbraio 2009 alle 13:10 shift ha scritto:

Il fatto e’ che la Cina e chi li sostiene non vogliono comprendere una semplice cosa: IL TIBET NON E’ LA CINA.

Il Tibet era una nazione del tutto autonoma dalla Cina, UNA NAZIONE SOVRANA, che e’ stata conquistata dai cinesi che hanno potuto accedervi, contrariamente al passato, grazie alle nuove tecnologie e organizzazioni moderne.

Adesso i cinesi hanno pure la pretesa che i tibetani non si ribellino, uccidendoli e torturandoli senza pietà, da veri conquistatori feroci e rappresentanti di un fanatismo ideologico, che ne e’ tuttora alla base del governo cinese.

Di conseguenza non si può essere altro che a favore della lotta di chi e’ stato INVASO E VIENE OPPRESSO INGIUSTAMENTE, IN QUALUNQUE MODO TALE LOTTA SI SVOLGA.

Il 23 Febbraio 2009 alle 12:40 claudia.astarita ha scritto:

Per il lettore gualtiero.pw:

Dispiace sempre suscitare sentimenti di disgusto: la mia intenzione non era quella, cosi’ come spero non fosse sua intenzione offendermi. Anche io abito in Cina da qualche anno e anche io ho modo di toccarne con mano la relata’. Il mio pezzo non ha lo scopo di denigrare chicchessia, ma di informare. Le fonti che cito sono attendibili e rispettate e dietro i miei pezzi c’e’ sempre un lavoro di ricerca adeguato. Ad esempio, so bene che il Sichuan e’ una realta’ distinta dal Tibet e infatti non e’ questo che ho scritto: io parlo di una contea, non di tutta la regione.

Per il lettore ni.hailang:

L’articolo che ho proposto non si addentra in ricostruzioni storiche, ma parla di attualita’. Sarebbe molto interessante visitare il Tibet per verificare di persona cosa veramente vi accade, ma purtroppo, come ho riportato nel mio pezzo, l’accesso e’ stato vietato agli stranieri come me.

Il 7 Marzo 2009 alle 11:40 Cybernazionalismo: quando i blogger sostengono il Palazzo » Panorama.it - Mondo ha scritto:

[...] Pechino si allea con i blogger: un patto all’insegna del cybernazionalismo, la rivendicazione dell’identità nazionale che corre sul web, alimentando spirali di proteste, denunce, manifestazioni. Non soltanto virtuali. Durante una recente visita in Messico, il premier cinese Wen Jiabao ha detto: “Alcuni stranieri non hanno niente di meglio da fare che puntare il dito sui nostri affari”. Una dichiarazione accolta con entusiasmo da parte dalla popolazione che naviga sul web in Cina. Tanti giovani in passato hanno dimostrato di sostenere le scelte più controverse di Pechino: per esempio, durante la repressione della rivolta in Tibet alcuni blogger hanno lanciato il sito AntiCnn per denunciare la parzialità dei media occidentali troppo atteniti, a loro dire, sulle sofferenze della popolazione. Quella dei cybernazionalisti è una massa pronta a entrare in gioco per sostenere il governo anche a pagamento: è ormai famoso il “partito del 50%”, squadre di volontari che per cifre irrisorie monitorano le discussioni sui blog in Cina e intervengono a favore delle autorità di Pechino. Non si tratta di un fenomeno trascurabile: sarebbero almeno 280mila le persone arruolate nella propaganda politica “sponsorizzata”. Ma le nuova forme di manipolazione dell’opinione pubblica online che scartano la censura e preferiscono l’intervento diretto non sembrano emergere soltanto in Cina. Come ricorda Newsweek, internet è diventato un terreno di confronto politico anche in Iran: le milizie Basij, fedeli all’ayatollah Khomeini, stanno riversato online diecimila blog per sostenere la Repubblica islamica. Il web resta lo spazio più aperto per le discussioni politiche, in particolare nei regimi non democratici. E, soprattutto, è frequentato dai giovani. Nemmeno il Cremlino resta a guardare: si è affidato a una ditta privata, la New Media Stars per coinvolgere i navigatori del web con siti e videogiochi in sostegno del primo ministro Vladimir Putin. [...]

Il 7 Marzo 2009 alle 11:48 Cybernazionalismo: quando i blogger sostengono il Palazzo ha scritto:

[...] Pechino si allea con i blogger: un patto all’insegna del cybernazionalismo, la rivendicazione dell’identità nazionale che corre sul web, alimentando spirali di proteste, denunce, manifestazioni. Non soltanto virtuali. Durante una recente visita in Messico, il premier cinese Wen Jiabao ha detto: “Alcuni stranieri non hanno niente di meglio da fare che puntare il dito sui nostri affari”. Una dichiarazione accolta con entusiasmo da parte dalla popolazione che naviga sul web in Cina. Tanti giovani in passato hanno dimostrato di sostenere le scelte più controverse di Pechino: per esempio, durante la repressione della rivolta in Tibet alcuni blogger hanno lanciato il sito AntiCnn per denunciare la parzialità dei media occidentali troppo atteniti, a loro dire, sulle sofferenze della popolazione. Quella dei cybernazionalisti è una massa pronta a entrare in gioco per sostenere il governo anche a pagamento: è ormai famoso il “partito del 50%”, squadre di volontari che per cifre irrisorie monitorano le discussioni sui blog in Cina e intervengono a favore delle autorità di Pechino. Non si tratta di un fenomeno trascurabile: sarebbero almeno 280mila le persone arruolate nella propaganda politica “sponsorizzata”. Ma le nuova forme di manipolazione dell’opinione pubblica online che scartano la censura e preferiscono l’intervento diretto non sembrano emergere soltanto in Cina. Come ricorda Newsweek, internet è diventato un terreno di confronto politico anche in Iran: le milizie Basij, fedeli all’ayatollah Khomeini, stanno riversato online diecimila blog per sostenere la Repubblica islamica. Il web resta lo spazio più aperto per le discussioni politiche, in particolare nei regimi non democratici. E, soprattutto, è frequentato dai giovani. Nemmeno il Cremlino resta a guardare: si è affidato a una ditta privata, la New Media Stars per coinvolgere i navigatori del web con siti e videogiochi in sostegno del primo ministro Vladimir Putin. [...]

Il 9 Marzo 2009 alle 13:04 Rivolta e repressione: il Tibet è sigillato » Panorama.it - Mondo ha scritto:

[...] Si fa di nuovo esplosiva la situazione in Tibet. Temendo una nuova ondata di proteste in vista del 50/o anniversario della fallita rivolta del 1959 contro gli occupanti cinesi, le autorità di Pechino hanno sigillato le frontiere schierando truppe aggiuntive lungo le arterie principali, a Lhasa e nelle altre città più importanti. Le date ’sensibili’  sono quella del 10 marzo, 50/o anniversario della fallita rivolta finita con la fuga del Dalai Lama in India, quella del 14 marzo, che segna un anno dai moti di Lhasa, e quella del 28 marzo, quando è stata indetta dal governo di Pechino una festa per celebrare l’inglobamento del Tibet nella Repubblica Popolare Cinese. [...]

Il 9 Marzo 2009 alle 13:09 Rivolta e repressione: il Tibet è sigillato ha scritto:

[...] Si fa di nuovo esplosiva la situazione in Tibet. Temendo una nuova ondata di proteste in vista del 50/o anniversario della fallita rivolta del 1959 contro gli occupanti cinesi, le autorità di Pechino hanno sigillato le frontiere schierando truppe aggiuntive lungo le arterie principali, a Lhasa e nelle altre città più importanti. Le date ’sensibili’  sono quella del 10 marzo, 50/o anniversario della fallita rivolta finita con la fuga del Dalai Lama in India, quella del 14 marzo, che segna un anno dai moti di Lhasa, e quella del 28 marzo, quando è stata indetta dal governo di Pechino una festa per celebrare l’inglobamento del Tibet nella Repubblica Popolare Cinese. [...]

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