
Per Benjamin Netanyahu, la strada per formare un governo è, per ora, in salita. Almeno un esecutivo di unità nazionale così come gli “imporebbe” il mandato di Shimon Peres. Con un doppio colpo, prima la leader di Kadima, Tzipi Livni, e poi il numero uno dei laburisti, Ehud Barak, hanno respinto le avances del presidente incaricato. I giochi sono però sono ancora molto aperti.
Il leader del Likud ha un mese di tempo prima di chiudere il cerchio. E, per ora, è in grado di condurre la partita. Può scegliere quale sarà il risultato finale. Perchè se non riuscisse a dare a Israele un governo di Grande Coalizione, potrà comunque percorrere la seconda strada, quella di un esecutivo formato dal blocco di destra. “La possibilità che Netanyahu formi un’alleanza con Kadima e Labour la darei al cinquanta per cento”- dice Menachem Hofnung, docente di Scienze Politiche all’Università ebraica di Gerusalemme. “Dipende tutto da lui, da quello che intende fare”.
Se Bibi è intenzionato veramente a varare un governo che porti avanti i colloqui di pace con i palestinesi, che abbia un buon rapporto con gli Stati Uniti e con l’Europa, sceglierà la prima opzione. E per la Livni sarà facile abbracciare l’alleanza con lui. Se invece, intendesse seguire un’altra strada, quella di una chiusura al dialogo con il leader dell’Autorità Nazionale Palestinese Abu Mazen, quella del tentativo di spaccare Kadima - una buona fetta del partito vuole andare al governo a ogni costo, allora stringerà un patto di ferro con i partiti ultra-nazionalisti”.
Difficile dire ora quale sarà la scelta di Bibi. L’accademico israeliano non vuole sbilanciarsi. Le trattative saranno lunghe e difficile, dice. Solo tra qualche settimana se ne conoscerà l’esito. Per ora, siamo ancora alle prime mosse della lunga partita a scacchi. Tzipi Livni si è proposta come portabandiera del dialogo con i palestinesi. Nell’incontro con Benjamin Netanyahu, la leader di Kadima avrebbe detto al presidente incaricato “Io voglio che il prossimo governo porti avanti gli accordi di Annapolis con l’Anp. Il tuo esecutivo, lo farà?” gli ha chiesto, con il suo piglio diretto, per sapere se il numero uno del Likud è disposto ad accettare la formula “Due popoli, due Stati”. Su questo punto, Bibi è sempre stato abbastanza vago, non ha mai voluto scoprire le carte. Secondo i dirigenti del partito di Netanyahu, la posizione della Livni, invece, sarebbe puramente strumentale, tenuta solo per accreditarsi con la Casa Bianca e Bruxelles come unica possibile candidata premier. “Ma può anche rinunciare a questo suo sogno impossibile per avere comunque la possibilità di condizionare pesantemente la politica del prossimo esecutivo” dice Menachem Hofnung. “Quando sapremo quale sarà l’agenda del prossimo governo, sapremo anche se ne faranno parte Kadima e, magari il Labor” - afferma il politologo.
Secondo lui, i laburisti difficilmente entreranno nell’esecutivo, ma l’ipotesi non è completamente da escludere. Anche se, nell’incontro con Benjamin Netanyahu, (l’ancora) ministro della difesa Ehud Barak ha chiuso (per ora) la porta. “Il popolo ha deciso che dobbiamo andare all’opposizione e ci andremo” - ha detto ai giornalisti, al termine del summit con Bibi. Aggiungendo poi però che, ci sarà, in futuro, un nuovo incontro tra loro due. “Se Kadima entra, lo faranno anche i laburisti, ma se la Livni rimane fuori, il Likud formerà un governo di destra. Lui ha già i numeri per governare, ma come si si sa, pochi dentro e fuori Israele vorrebbero un esecutivo condizionato da Avigdor Lieberman, il leader del partito nazionalista laico Yisrael Beiteinu e dalle altre formazioni ultra ortodosse.” Qualche pressione, nelle prossime settimane, arriverà ancora dagli Usa e dall’Europa. Il neo-segretario di stato statunitense Hillary Clinton e il Ministro degli Esteri Europeo Xavier Solana andranno a Gerusalemme per far sentire il loro peso nella partita a scacchi per la formazione del nuovo governo israeliano.
- Martedì 24 Febbraio 2009
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Commenti
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Il 24 Febbraio 2009 alle 22:33 shift ha scritto:
Era proprio come immaginavo, la Livni vuole più di quello che le spetta a lei e al suo partito dopo le elezioni, che hanno indicato chiaramente una direzione politica a destra degli elettori israeliani.
Indubbiamente il problema e’ duplice nella formazione del nuovo governo.
Anzitutto occorre rispettare la volontà degli elettori, mentre Kadima spinge per continuare un discorso di sinistra chiaramente bocciato dalle elezioni.
Allo stesso tempo Netanyahu, giustamente, non vuol sbilanciare troppo i rapporti internazionali, con una politica completamente all’opposto di quella appena terminata che isolerebbe Israele.
La stessa cosa la pensa lo stesso Lieberman e il suo partito, che ovviamente Netanyahu e il Likud non possono lasciare fuori dalla coalizione visto che la vittoria e’ della destra, non di certo della sinistra, sarebbe come tradire tutto l’elettorato, cosa che non può fare se non vuole vedersi dissolvere il suo partito dalle mani.
Di conseguenza le pretese di Kadima sono eccessive e non rispondenti ai rapporti elettorali, si dovrebbero contentare di non far eccedere alla deriva la destra proprio con la loro adesione, ma se si sottraggono la faccenda si potrebbe incancrenire per tutti quanti.
Il ricatto politico di Kadima per tentare di accollarne le responsabilità elettorali future a Netanyahu e’ troppo scoperto per poter funzionare, non e’ credibile.
Non solo gli israeliani di destra finiranno per irrigidirsi se ciò dovesse accadere, facendo fronte unito fino alla fine, ma se Netanyahu dovesse lasciare l’incarico dichiarando e mostrando le colpe di Kadima, si sarebbe costretti ad andare di nuovo alle elezioni, con un quasi disastro per Kadima e un accrescimento dei voti per il Likud.
Tutta la faccenda poi diverrebbe una cessione eccessiva alle pressioni internazionali, che con la sovranità d’Israele niente hanno a che fare.
Quindi accettare o rifiutare tali pressioni diverrebbe in entrambi i casi solo un danno per tutti gli israeliani, elettori di Kadima compresi.
Ed e’ ben per questo che devono addivenire ad un’alleanza per accontentare entrambi i fronti, quello interno e quello esterno.
Quello interno per rispettare la volontà degli elettori israeliani e, quello esterno, per non creare rotture eccessive tra Israele e il mondo, cosa che e’ nell’interessi di tutti.
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