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FORTE SCOSSA DI TERREMOTO AL NORD - Torna la paura in tutto il Nord: una fortissima scossa di terremoto (magnitudo 5.8) ha colpito le zone già in ginocchio per il terremoto del 20 maggio scorso. Evacuate molte scuole da Milano a Modena (nella foto)  - Una scossa di terremoto è stata avvertita distintamente in tutto il Nord Italia, dalla Lombardia a Veneto all'Emilia Romagna. A Milano e hinterland alcuni palazzi, sede prevalentemente di uffici, sono stati fatti evacuare per motivi di sicurezza. La scossa ha avuto una magnitudo 5.8, con epicentro nel Modenese. Linee interrotte nel Ferrarese, si temono nuovi crolli nelle zone già colpite dal sisma. Paura in tutte le grandi città del Nord.

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Archivio di Febbraio, 2009

Amianto, 500mila i morti annunciati per i primi trent’anni del secolo. E la Ue non fa nulla

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  • Tags: amianto, ue
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Amianto-Flickr

I numeri sono allarmanti: 90.000 morti l’anno secondo la rivista scientifica The Lancet; 500.000 quelli annunciati per la sola Europa nei primi 30 anni del XXI secolo. Eppure non sono bastate queste cifre, terrificanti, per convincere la Commissione europea ad imporre un divieto totale e definitivo sull’utilizzo dell’amianto, la cui pericolosità è legata a una serie di minerali letali per l’essere umano.
Queste sostanze finiscono in decine e decine di oggetti o strutture con le quali ogni giorno veniamo a contatto. Dai freni a disco ai tostapane, dai materiali da costruzione navale agli edifici privati e pubblici (come le scuole). La nocività dell’amianto è stata accertata dal 1906, ma ci sono voluti decenni per convincere alcuni governi a metterlo al bando. E la strada è ancora tutta in salita.
L’ultimo colpo di scena risale al 18 e 19 febbraio scorsi. A Bruxelles si doveva decidere per una regolamentazione sull’utilizzo di alcune sostanze chimiche sul mercato europeo (tra cui le fibre di amianto). Francia, Italia, Belgio e Paesi Bassi si sono pronunciati per un’immediata decisione in merito, ma la maggior parte dei rappresentanti degli Stati membri ha votato a favore di una deroga (rifacendosi a una decisione presa nel 2007 da un gruppo di lavoro della Direzione Generale Imprese della Commissione europea per prolungare, appunto, la derogazione sull’amianto). In sostanza: un nulla di fatto che lascia invariata la situazione e fa slittare le decisioni ad un momento ancora da definire.
“La deroga proposta dalla Commissione europea deve passare il vaglio del Parlamento Ue, che ha tempo sei mesi per pronunciarsi” spiega a Panorama.it Laurent Vogel, direttore del dipartimento Salute e sicurezza dell’Istituto sindacale europeo. “Di mezzo però ci sono le elezioni europee di giugno. E il rischio è quello di vedere i dibattiti prolungarsi in eterno. Se la deroga dovesse essere concessa, gli Stati membri chiederanno di fare di nuovo il punto della situazione nel 2012″. E visti i tempi della burocrazia europea, “rischiano di pronunciarsi in maniera definitiva non prima del 2015″.

Per Eric Jonckheere, fondatore della Abeva, associazione per sensibilizzare l’opinione pubblica al pericolo dell’amianto, la delusione è stata immensa. “Non posso credere che all’alba del XXI secolo ci siano governi europei disposti a piegarsi di fronte al mondo industriale su una vicenda così grave” ha spiega Jonckheere a Panorama.it. “Se questa deroga dovesse passare, ai 500.000 morti annunciati in Europa entro il 2030 se ne aggiungeranno altre decine di migliaia negli anni succesivi”, ha spiegato. “Io e la mia famiglia siamo cresciuti a Kapelle-Op-Den-Bos, dove mio padre lavorava come ingegnere della multinazionale belgo-svizzera Eternit, la stessa che ha mandato al macello i lavoratori di Casale Monferrato, Cavagnolo (Torino), Bagnoli (Napoli) e Rubiera (Reggio Emilia)” sottolinea Jonckheere, e aggiunge “L’amianto dell’Eternit ha spazzato via la mia famiglia”. Le confidenze di Jonckheere a Panorama.it sono preziose, perché illustrano gli effetti devastanti di un prodotto “che non uccide soltanto le persone che lavorano all’interno di una fabbrica, come mio padre, ma anche coloro che vi entrano in contatto. Sebbene non avesse mai lavorato nello stabilimento dell’Eternit, mia madre (morta nel 2000 all’età di 63 anni, ndr) è il primo caso in Belgio di vittima ambientale”. Dopo di lei, sono morti altri due fratelli: “il primo a 43 anni, il secondo un mese fa, 44 anni appena compiuti”.
È proprio il dolore per le perdite dei familiari che ha spinto Eric Jonckheere a fondare un’associazione senza scopo di lucro. “Con Abeva cerchiamo di sensibilizzare non soltanto l’opinione pubblica ma anche la nostra classe politica sui rischi di salute pubblica che l’amianto fa planare sui lavoratori e i cittadini. E cerchiamo di insistere sulla necessità di assistere le vittime di oggi e di domani. Pochi lo sanno, ma in futuro l’asbestosi farà più vittime del tabacco. Ecco perché la deroga che la Commissione europea intende concedere ai gruppi industriali va combattuta”.
La battaglia si annuncia lunga e difficile. Le multinazionali hanno il vento in poppa. “Dow Chemical, Solvay e Zachem possono contare sul supporto di altri tre gruppi industriali, due svedesi e un bulgaro” spiega Vogel. “Purtroppo le attività lobbyistiche hanno ridotto la capacità della Commissione a decidere in maniera indipendente”, come proverebbero anche fonti confidenziali. “Alcuni gruppi hanno speso somme importanti per la ricerca di materiali e di processi di sostituzione all’amianto” si legge tra i commenti rilasciati da esperti della Commissione a rappresentanti della società civile. “Dow (Chemical)” ad esempio, “ha speso 200 milioni di euro. La Commissione può prendere una misura di interdizione se è provato che esiste un rischio” nel caso della produzione di cloro. “Tuttavia, gli Stati, gli industriali e i sindacati sono d’accordo per dire che non vi è alcun rischio”. Non solo. “C’è chi, come Solvay, ha addirittura trovato un’alternativa all’amianto nei suoi stabilimenti americani, ma non in Europa!” tuona Jonckheere. “Oggi questi gruppi approfittano della crisi economica per dire che il passaggio a una produzione pulita costa troppo. Ma i governi non si rendono conto che i costi per curare nei prossimi anni i malati di tumore o di meotelioma saranno nettamente superiori!”.
La stessa Eternit, in base all’accusa del Procuratore della Repubblica di Torino Raffaele Guariniello, dovrà rispondere del reato gravissimo di disastro ambientale doloso e inosservanza dolosa delle norme di sicurezza. In vista della prima udienza preliminare fissata il prossimo 6 aprile, lo svizzero Stephan Schmidheiny e il barone belga Jean Louis Marie Ghislain de Cartier (ex proprietari dell’Eternit) dovranno spiegare alla giustizia italiana decenni di indifferenza per la salute dei lavoratori di Eternit e confrontarsi con i parenti delle centinaia di vittime uccise dal mesotelioma. In tutto, 3.000 persone a cui il miliardario svizzero Schmidheiny è pronto a dare 60.000 euro a testa con la condizione che le famiglie non si costituiscano parte offesa.

Quella dell’amianto è una vicenda che dura ormai da troppo tempo. Il primo divieto europeo risale al 1999, quando una direttiva Ue vietò la produzione e l’introduzione sul mercato comunitario delle fibre serial-killer a partire dal 1 gennaio 2005. L’unica eccezione fu quella concessa ai diaframmi utilizzati per la fabbricazione del cloro. Questa deroga, limitata a tre anni (fino al 1 gennaio 2008), doveva essere transitoria, il tempo necessario per i gruppi industriali chiamati in causa di trovare alternative ‘pulite’ al processo di produzione. Da allora, la maggior parte delle multinazionali hanno trovato una soluzione, salvo tre: Dow Chemical (Stati Uniti), Solvay (Belgio) e Zachem (Polonia).
Oggi le prospettive sono torbide. Per Vogel, “gli Stati membri si sono dimostrati troppo compiacenti con il mondo dell’industria. A parte la Francia, appoggiata dal Belgio e dai Paesi Bassi, gli altri, a cominciare da Germania, Regno Unito e Polonia, non hanno fatto nulla per opporsi alla deroga, anzi”. E l’Italia? “Nelle riunioni di dicembre scorso gli esperti italiani mandati dal vostro ministero della Sanità mi sembravano molto incerti, anche perché non erano molto preparati. Da allora, le cose sono cambiate e l’Italia ha sostenuto la Francia”. Ma i conti rischiano comunque di essere salati. Oltre alla deroga sulla produzione e importazione, c’è in ballo la possibilità di introdurre sul mercato europeo materiali contenenti amianto e in uso prima del 1 gennaio 2005. “In questo caso” sottolinea Vogel, “la Commissione lascia a ogni Stato membro la libertà di concedere o meno delle deroghe”. Problema: “se la Polonia accetta l’importazione di materiale dalla Russia o dal Canada, ovvero dai due più grandi ‘produttori’ di amianto al mondo, c’è il rischio che questo materiale finisca sul mercato europeo, ivi incluso l’Italia”, spiega Vogel. Il che significa altre vittime supplementari tra i prossimi 20 o 40 anni.

Dal dopoguerra al 1992, anno in cui l’Italia ha deciso di vietare l’amianto, circa 3,7 milioni di tonnellate sono entrate nella composizione di oltre 3.000 prodotti diffusi nel nostro paese. L’effetto è quello di una bomba ad orologeria. Secondo gli pneumologi italiani, ogni anno, nel nostro Paese, 3.000 persone sono uccise da asbestosi (malattia polmonare cronica conseguente all’inalazione di fibre di amianto o asbesto): 1.000 per mesotelioma, 1.500 per tumore pulmonare, gli altri per tumori rintracciati in altri parti del corpo.
Nonostante questi dati, il lavoro da fare sulla via delle restrizioni all’utilizzo dell’amianto sembra ancora in una pericolosa fase di stallo.

  • joshua.massarenti
  • Mercoledì 25 Febbraio 2009

Arabia Saudita: più libertà per i media “controversi”

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  • Tags: media-esteri, media-stranieri
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È in atto un’ondata riformatrice in Arabia Saudita? In molti sono a chiederselo, specie dopo la novità assoluta maturata una decina di giorni fa dal re Abdullah che ha nominato una donna (la signora Noura al Fayez) alla carica di vice ministro dell’Educazione. La scorsa settimana un altro tabù è stato infranto. Da Londra hanno fatto sapere che il discusso quotidiano online Elaph non è più nella lista nera degli organi d’informazione considerati ostili dal governo di Riad. Di fatto erano due anni che il governo saudita aveva dichiarato illegale (e quindi inaccessibile ai residenti del Paese arabo) il magazine che pubblica dal Regno Unito. Motivo? Un presunto caso di blasfemia risalente al 2006. Stando a quanto hanno detto i responsabili del sito, subito dopo la revoca del divieto Elaph ha registrato oltre 40mila accessi provenienti dall’Arabia Saudita. “Siamo felicissimi. I lettori sauditi per noi sono di viale importanza visto che le nostre finanze sono state seriamente colpite dal blocco imposto da Riad” ha detto Fahd Saud, editor del magazine letto ogni giorno da oltre 240mila persone.

Il part-time secondo il Financial Times
Tempo di crisi, nuove forme di collaborazione prospettate dal Financial Times. Di fronte alla recessione anche il più conosciuto quotidiano finanziario del pianeta è costretto a inventarsi nuove idee per affrontare il periodo di magra. E così ha annunciato ai suoi dipendenti un piano per tagliare i costi senza per forza dover licenziare in tronco. In settimana il management ha iniziato a offrire ai salariati alcune nuove forme di collaborazione part-time. Tra queste alcune prevedono anche contratti di lavoro di tre o quattro giorni alla settimana per il periodo estivo. “Queste offerte fanno parte di un più ampio sforzo per assicurarci la flessibilità necessaria per rispondere in maniera positiva ai cambiamenti del mercato”, ha scritto in un’email Aimee Watson, direttore delle risorse umane.

Elezioni Ue: la Commissione invita i media nazionali a informare i cittadini
A giugno si vota per le elezioni europee. Ma in quanti lo sanno? E cosa significa votare un europarlamentare? Domande queste che preoccupano le istituzioni di Bruxelles. E così la Commissione europea ha approvato un piano che prevede la richiesta alle emittenti pubbliche di ogni Paese Ue di mandare in onda una serie di spot “politicamente neutrali” che invitino i cittadini ad andare a votare. Stando a quanto ha scritto l’agenzia FOCUS Information Agency, in una lettera indirizzata alla European Broadcasting Union (EBU), il vice-presidente e commissario per le comunicazioni Margot Wallström ha chiesto alle emittenti di prendere seriamente in considerazione l’idea di mandare “on air” un annuncio pubblicitario che sarà preparato per l’occasione dal Parlamento europeo.

  • alberto.burba
  • Mercoledì 25 Febbraio 2009

Incidente aereo in Olanda: guarda la mappa

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  • Tags: incidente-aereo, Olanda, tragedia-aerea
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  • redazione
  • Mercoledì 25 Febbraio 2009

Da Londra a Kabul per per combattere la guerra santa contro gli infedeli

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  • Tags: Afghanistan, Islam, islamismo, kabul
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Guerriglieri di Allah

I militari del contingente di Londra in Afghanistan si trovano sempre più spesso faccia a faccia con miliziani islamici cresciuti nel Regno Unito e trasferitisi in Pakistan e Afghanistan per combattere il “jihad” al fianco dei talebani. E’ quanto emerge da una serie di intercettazioni delle comunicazioni talebane effettuate dai sistemi d’intelligence britannici nella provincia di Helmand, la più calda dell’intero fronte afghano.

A rivelare i contenuti dei rapporti ha provveduto il quotidiano l’Independent riportando prove e testimonianze circa la presenza di numerosi jihadisti britannici nella provincia di Helmand e in altre aree del sud dell’Afghanistan. Miliziani che non parlavano pashtun, come la gran parte dei talebani, ma Urdu o Punjabi e che spesso utilizzavano termini inglesi pronunciati con familiarità e cadenze regionali.

Alcuni miliziani intercettati parlavano “con un accento del West Midlands“. Un rapporto del controspionaggio britannici, MI5, riferisce che oltre 4.000 giovani musulmani britannici, “apparentemente consacrati alla guerra santa”, si sono recati in Afghanistan per partecipare ad attività militari e di terrorismo o per seguire corsi di addestramento. Un flusso di miliziani islamici britannici diretto anche in Pakistan e Somalia secondo Jonathan Evans, direttore dell’MI5, paesi dove sono attivi numerosi campi di addestramento di al-Qaeda dove i frequentatori apprendono le tecniche di guerriglia e terrorismo.
Già in passato Londra aveva intercettato le comunicazioni di jihadisti britannici in Afghanistan ma è la prima volta che è emerso chiaramente l’impiego di questi miliziani per combattere i soldati di Sua Maestà sul campo i battaglia afghano dove, dalla fine del 2001, sono caduti 145 militari britannici, 8 solo dall’inizio di quest’anno.

“Siamo impegnati in una sorta di surreale mini guerra civile” ha dichiarato non senza ironia un ufficiale del British Army ma il problema sembra avere dimensioni ben maggiori. Negli ultimi anni alcuni cittadini statunitensi, tedeschi, danesi e britannici, parte dei quali di origine europea, sono stati individuati o arrestati perché affiliati a gruppi jihadisti attivi in Afghanistan ma anche in Iraq dove alcune persone che avevano vissuto nel nostro Paese facevano parte dei gruppi terroristici responsabili di alcuni sequestri di alcuni cittadini italiani.

  • gianandrea gaiani
  • Mercoledì 25 Febbraio 2009

Amsterdam, aereo turco si schianta durante atterraggio

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  • Tags: aereo, Amsterdam, tragedia-aerea
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Un aereo turco si schianta ad Amsterdam

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È di almeno nove morti e una cinquantina di feriti, di cui 25 in modo grave, il bilancio di un incidente aereo in Olanda, dove un Boeing 737-800 della compagnia di bandiera turca Turkish Airlines si è schiantato al suolo quando stava per atterrare all’aeroporto di Schiphol, tra L’Aja ed Amsterdam. Il velivolo, che era partito da Istanbul con a bordo 127 passeggeri e sette membri d’equipaggio, si è spezzato in tre tronconi.

Inizialmente c’è stata incertezza sul numero delle vittime, ma un paio d’ore dopo l’incidente il direttore dell’aeroporto ha stilato il bilancio provvisorio di nove morti. Tra le prime ipotesi ci sono la mancanza di carburante o uno stormo di uccelli che potrebbe essere finito nei motori.

L’aereo è precipitato alle 10,40 del mattino in un campo a 200 metri dalla pista di atterraggio e ad appena una sessantina dall’autostrada, in condizioni atmosferiche normali e con piena visibilità. I feriti sono stati trasportati al vicino ospedale di Haarlem, con i parenti che sono stati sistemati in una palestra del villaggio. La Farnesina sta verificando se a bordo vi fossero italiani. Secondo i media turchi il nome di una donna nella lista dei passeggeri potrebbe far pensare a un’origine italiana. “Stiamo verificando, non lo posso ancora confermare, ma temo che vi sia qualcosa che ancora non sono in grado di dire”, ha detto il ministro degli Esteri, Franco Frattini. “Un nome può non voler dire una nazionalità”, ha precisato, “però stiamo verificando”.

Il racconto più dettagliato della tragedia lo ha fatto finora uno dei sopravvissuti, il signor Mutlucan, parlando alla Tv privata turca Ntv: “Stavamo atterrando normalmente quando all’improvviso abbiamo avvertito un vuoto d’aria. L’aereo è andato fuori controllo e c’è stato lo schianto. Il tutto è durato quattro o cinque secondi e ci siamo ritrovati in mezzo ad un prato”. “Il pilota - ha ricordato ancora Mutlucan - aveva appena annunciato che saremmo atterrati di lì a 15 minuti, ma siamo caduti sette o otto minuti dopo l’annuncio”.

Un volo speciale della Turkish Airlines (Thy) è decollato intanto da Istanbul con destinazione Amsterdam con a bordo i parenti dei passeggeri del volo.

Guarda LE IMMAGINI e il VIDEO della Cnn, tratto da YouTube:

  • redazione
  • Mercoledì 25 Febbraio 2009

Sorpresa, la Russia sta perdendo la Siberia

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  • Tags: Russia, siberia, Vladimir-Putin
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putin3

Putin durante una partita di pesca nel fiume Yenisei siberiano

Mentre squadre di scienziati esplorano l’Artico per scoprire le risorse nascoste sotto i ghiacci del Polo Nord e il Cremlino invia i suoi sottomarini a perlustrare le acque fra la terraferma e la “terra di nessuno” per rivendicarne il possesso e sfruttarne il sottosuolo, c’è un’altra regione che la Russia sta perdendo dopo averla colonizzata. Il freddo nord della Siberia, 70 miglia oltre il circolo polare artico, un tempo era terra di conquista per gli insediamenti dei coloni, spinti dalla nomenclatura moscovita a creare enclave in mezzo ai ghiacci.

Una di queste, Yor Shor, fino a 10 anni fa, contava 5000 abitanti. Una piccola comunità a 50 gradi sotto zero. Che oggi si è ridotta a soli dieci abitanti. “Siamo gli ultimi sopravvissuti - ha raccontato al Guardian Karp Belgayev, un minatore 52enne che ancora resiste con la propria famiglia. “Negozi, ristorante, scuola: ha chiuso tutto. E fra poche settimane, ce ne andremo anche noi”. Solo allora le autorità chiuderanno l’energia elettrica e la stazione di riscaldamento sotterranea, lasciando Yor Shor in preda al gelo della tundra.

E non è così solo nei piccoli villaggi. Murmansk, Norilsk e Vorkuta, le tre più grandi città russe sopra il Circolo polare artico, hanno appena un terzo degli abitanti di vent’anni fa. Un esodo che fino a poco tempo fa sembra lento, quasi uno stillicidio, ma che la crisi economica ha accelerato brutalmente. Vorkuta, per esempio, è una città mineraria: le cave di carbone appartengono all’oligarca Alexei Mordashov, il proprietario delle acciaierie più grandi di tutta la Russia. Che con la crisi, ha lasciato a casa migliaia di persone: su una forza lavoro di 13000 operai, soltanto 300 andranno a lavorare in questi mesi, ha annunciato un portavoce. Aggiungendo poi che la crisi potrebbe mordere ancora più a fondo. E allora la gente, senza stipendio, semplicemente cerca posti migliori dove vivere.

Ma con la stretta economica che sta avvolgendo tutta la Russia e mettendo in difficoltà le aziende degli oligarchi che negli ultimi anni hanno trascinato la crescita economica, anche altrove la situazione non sarà più facile. La disoccupazione è cresciuta del 4% negli ultimi mesi e l’inflazione è schizzata al 13%, contribuendo ad addensare le nubi sul futuro economico del Paese. “Ci aspettiamo che si mantenga su questi livelli per tutto il 2009 - ha ammesso Alexei Kudrin, il ministro delle Finanze. “D’altra parte, useremo le riserve per coprire i deficit di budget di quest’anno, in cui prevediamo che il Pil non crescerà”. Anche il rublo, che negli anni scorsi era stato spinto in alto dall’export energetico, si è svalutato in maniera rapidissima, scomodando imbarazzanti paragoni con la crisi del 1998, che lasciò prostrata l’economia russa.
“A noi non resta niente - ha concluso il minatore Belgayev - Ho lavorato qui nelle miniere per metà della mia vita, e ora mi trovo con un pugno di mosche. Cosa posso dire se non che mi sento tradito?”.

  • matteo.buffolo
  • Mercoledì 25 Febbraio 2009

Il debutto di Obama per rialzare l’America: “Più forti dopo la crisi”

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  • Tags: Barack Obama, crisi, davos, finanza, forum, g20, G8, idee, klaus-schwab, liberismo, mercato, produzione, stato, word-economic
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il presidente Usa Barack Obama
“L’economia americana è indebolita, la fiducia del paese è scossa, ma l’America si riprenderà e uscirà dalla crisi più forte di prima”: con un appello bipartisan a rimboccarsi le maniche e a “ricostruire” tutti insieme il Paese, il presidente Barack Obama ha dato una iniezione di ottimismo agli Stati Uniti in recessione. “Il peso della crisi non determinerà il destino della nazione: le risposte ai nostri problemi non sono fuori dalla nostra portata. Esistono nei laboratori e nelle università, nei nostri campi e nelle nostre fabbriche, nell’immaginazione dei nostri imprenditori e nell’orgoglio dei nostri lavoratori, i migliori del mondo”.
“Queste qualità” ha detto Obama nel primo discorso alle Camere da quando si è insediato alla Casa Bianca cinque settimane fa “hanno fatto dell’America la più grande forza di progresso e prosperità nella storia umana. Ora il Paese deve unire le forze e confrontare le sfide, ancora una volta assumersi le responsabilità del proprio futuro”.

Nessuno zuccherino per indorare una pillola amara in un ambizioso discorso in stile Ronald Reagan, dominato dai temi della politica interna. Siamo onesti, ha detto Obama: “La crisi non è nata ieri”. Ci vorranno tre anni per la ripresa totale dell’economia, aveva avvertito il capo della Fed, Ben Bernanke, poche ore prima che Obama cominciasse a parlare alle 21 ora di Washington. Un cocktail di speranze e di dure realtà di oltre 50 minuti, interrotti da applausi scroscianti davanti a deputati, senatori, membri del governo, generali, giudici costituzionali, eroi come il pilota Sully Sullenburger, miracolosamente ammarato sull’Hudson, e il banchiere di Miami Leonard Abess, che ha distribuito ai 399 dipendenti il bonus da 60 milioni di dollari.

Due i grandi assenti: il ministro della giustizia Eric Holder nel caso in cui una catastrofe nucleare avesse investito il Capitol e tutti i suoi occupanti sarebbe stato lui ad assumere le redini del Paese. E il senatore Ted Kennedy, gravemente malato e salutato da una “standing ovation” quando Obama gli ha reso omaggio. Pochi gli accenni alla situazione internazionale, sempre con un richiamo ai valori (”L’America non tortura”) e in nome di un nuovo impegno al “dialogo con il mondo”. Crisi economica e crisi fiscale sono collegate, non è possibile rimettere in rotta il Paese senza affrontarle entrambi, ben consapevoli che l’emergenza di oggi viene da lontano e occorre por fine all’era di profonda irresponsabilità che ha portato l’America al punto in cui è oggi. La replica dei repubblicani era stata affidata all’astro nascente del partito, il giovane governatore della Lousiana Bobby Jindal, che ha accusato Obama di pessimismo.

Ma il neo-presidente, consapevole dei “tempi straordinari” in cui ha assunto il suo mandato, ha detto che l’America è una nazione che “vede promesse nel pericolo”, che sospinta dalla guerra fredda “ha mandato l’uomo sulla Luna”. Invitando gli americani a non farsi ossessionare dalle altalene di Wall Street, Obama ha ribadito la filosofia del piano di stimolo e delle riforme promesse in campagna elettorale, in vista della presentazione del budget giovedì prossimo, che prevede nel lungo periodo il dimezzamento del deficit. Indipendenza energetica, riforma della scuola e della mutua (”i costi della salute creano una bancarotta ogni mezz’ora”) sono i capisaldi della piattaforma, che contiene anche un piano di risparmi: il team Obama ne ha individuati per 2.000 miliardi in un arco di dieci anni, andando al cuore di alcuni mostri sacri: da Medicare, la mutua per le anziani, alla Social Security, al Pentagono, per gli appalti senza bando di concorso che hanno fatto sprecare miliardi di dollari in Iraq.

Il VIDEO servizio:

  • redazione
  • Mercoledì 25 Febbraio 2009

Come funzionano le ronde negli altri Paesi: il caso messicano

OkNotizie

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  • Tags: Messico, ronde
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ciudadjuarez
LEGGI ANCHE: Sicurezza fai da te: l’Italia delle ronde — Partecipa al FORUM

Quando lo scorso 5 febbraio Alejandro Flores, un ex generale in pensione, ha sparato ad un ladro che cercava di rubare in casa sua, il Messico si è trovato davanti ad un bivio. Ed, esasperato per la situazione interna del Paese, per gli omicidi dei narcotrafficanti, per i rapimenti, per la totale mancanza di sicurezza in alcuni stati, si è stretto attorno al militare che ha scelto di farsi giustizia da sé. Lo hanno fatto i media, con titoli come “Giustizia Militare”. Lo ha fatto la gente, per strada e su internet, manifestando il suo sostegno all’ex generale. “Certo che ha fatto la cosa giusta”, si legge su un forum online che parla dell’incidente. “Mi piacerebbe che tutti agissero così” rilancia Felipe Alcocer. “Solo così ci libereremmo di tutta questa immondizia antisociale”.

Quella del Messico, degli omicidi più che raddoppiati in ognuno degli ultimi due anni, degli scontri fra esercito e narcotrafficanti, dei capi di polizia che si dimettono per il semplice motivo che hanno paura, sembra una sfida che il Governo e la politica attualmente non sono in grado di vincere. E proprio questa difficoltà del presidente Felipe Calderon ha dato origine a uno strisciante movimento di cittadini disposti a fare da “vigilantes”, a farsi giustizia da soli. Già negli ultimi mesi erano nati vari gruppi che, dopo il caso-Flores, sono usciti alla ribalta, su internet e sui giornali. “Lo Stato non riesce a tenere sotto controllo alcune zone - ha spiegato al magazine Time il sociologo Rene Jimenez. “La gente vuole prendere la giustizia nelle proprie mani, ma la violenza genererà solo nuova violenza”.

A Ciudad Juarez, per esempio, i media locali hanno ricevuto svariate email, con un vero e proprio ultimatum nei confronti del governo locale. “Hanno tempo fino al 5 luglio, o ci penseremo noi”. Firmato: Comandante Abraham, Juarez Citizens’ Command. Contro i 1600 omicidi dell’ultimo anno, secondo questo fantomatico gruppo che dice di essere finanziato da uomini d’affari locali, professionisti e anche studenti universitari, bisognerebbe mandare a morte almeno un criminale al giorno. “Supportiamo il governo e siamo disposti a collaborare con l’intelligence militare” hanno scritto. “Ma è altrettanto evidente che la politica sta fallendo contro l’ondata criminale”.

E se fino ad ora il Juarez Citizens’ Command si è limitato alle parole, non si può dire lo stesso dell’Armata popolare anti-droga costituitasi nello stato di Guerrero. Che oltre a tappezzare strade e muri di scritte e manifesti per reclutare nuove persone, è stata collegata anche a diversi omicidi. Eppure, stando alle notizie, il gruppo sarebbe formato da padri di famiglia riunitisi per cacciare gli spacciatori dalle strade. “Invitiamo tutti ad unirsi a noi per difendere i nostri figli, il futuro del Messico”, è il loro motto. E a comandarli, insinua la stampa locale, sarebbe proprio il proprietario di un ranch, i cui figli erano stati presi di mira dagli spacciatori.

Eppure, molti già sospettano che dietro alcune di queste organizzazioni, possano esserci gli stessi narcotrafficanti: alcune bande, in cerca di una legittimazione sociale, riempiono i vuoti lasciati dallo Stato per accreditarsi come i protettori della popolazione e poter svolgere tranquillamente i propri affari. Come, seppur in maniera più estesa, era già accaduto in Colombia, un altro Paese insanguinato dalle guerre di droga.

  • matteo.buffolo
  • Martedì 24 Febbraio 2009
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