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Archivio di Marzo, 2009

Grenoble, la rabbia dei lavoratori: altri quattro manager sequestrati

OkNotizie

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  • Tags: 3M, caterpillar, francia, siny
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Grenoble, Francia
Un dipendente della Caterpillar brucia un cassonetto durante una manifestazione contro il piano di licenziamenti annunciato dall’azienda

Non sembra conoscere battute d’arresto  in Francia la caccia ai manager, di nuovo bersaglio della rabbia dei lavoratori. E’ toccato a Francois Heni Pinault, il re del lusso e della distribuzione e patron di Fnac, trattenuto in taxi da un centinaio di dipententi infuriati del gruppo che aveva annunciato 1200 licenziamenti fino all’arrivo della polizia.  Ed  è toccato, a Grenoble,  a quattro funzionari della Caterpillar, nota multinazionale americana, rinchiusi nei loro uffici  per iniziativa degli operai in rivolta contro il piano di licenziamento di 733 persone (su 2500)  annunciato  dall’azienda. Tra i dirigenti rapiti ci sono il direttore del personale dell’azienda, Nicolas Polutnick, il responsabile delle risorse umane, il capo del personale e un altro funzionario. Obiettivo del sindacato Cgt, che guida la rivolta, è  riaprire forzatamente  la trattativa proclamata chiusa dall’azienda. “Li tratteniamo per discutere con loro. Chiediamo che fissino una riunione coi rappresentanti del personale per sbloccare i negoziati. Loro sostengono che non ci siano margini di trattativa perchè non hanno tutti i poteri - ha dichiarato Benoit Nicolas, delegato del sindacato Cgt - ma penso che si possa arrivare a qualcosa”. La Caterpillar, filiale della multinazionale statunitense che produce macchinari per le costruzioni, impiega in Francia 2500 persone e il 13 febbraio ha reso noto un calo delle vendite del 55%. Ora l’azione degli operai punta a obbligare i dirigenti a sedersi nuovamente al tavolo negoziale.

Si tratta del terzo caso in Francia di sequestro del manager per bloccare i licenziamenti richiesti dalla crisi finanziaria dopo il rapimento dei manager di Sony e di 3M.  Ma sono anche altri gli  episodi che lasciano pensare a un’escalation di proteste sociali nel Paese.  A Edimburgo, pochi giorni fa, è stata assaltata la villa di sir Fred Goodwin, ex amministratore delegato della fallita Royal Bank of Scotland. La responsabilità dell’azione fu rivendicata dal gruppo “Bank bosses are criminals” (”I dirigenti di banca sono criminali”). Che la situazioni sia esplosiva lo ha confermato stamane il presidente dell’Eurogruppo Jean-Claude Juncker parlando al Parlamento europeo. La crisi, secondo Juncker, rischia di esplodere in tutta la sua drammaticità con pesanti rischi di “rottura della coesione sociale”. “Le propettive dell’economia sono eccezionalmente cattive - ha continuato Juncker - e la crisi del lavoro è a questo punto drammatica, la disoccupazione è all’8,2% pari a 13 milioni di uomini e donne disoccupati”. Non è detto insomma che queste forme estreme di protesta restino limitate alla Francia, dove il tasso di sindacalizzazione, circa il 5% della forza lavoro complessiva, è tra i più bassi di tutta l’Europa.

  • redazione
  • Martedì 31 Marzo 2009

Download illegale: il Parlamento Ue contro la Francia

OkNotizie

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  • Tags: download-illegale, media-esteri, media-stranieri
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Garantire a tutti cittadini l’accesso a Internet equivale a garantire a tutti il diritto all’educazione. Così la pensa il Parlamento europeo. Giovedì scorso l’assemblea del Vecchio Continente ha infatti approvato un testo (481 voti favorevoli contro 25 e 21 astensioni) dove si dichiara che qualsiasi governo o società privata che limiti a titolo punitivo l’accesso alla Rete viola di fatto il diritto all’educazione dei cittadini. La posizione del Parlamento dell’Ue (sostenuta a gran voce dall’eurodeputato greco Stavros Lambrinidis) si scontra così con i piani dell’esecutivo francese che vorrebbe approvare forse la più dura legge europea contro il download illegale di documenti. Il piano di legge Hadopi (un acronimo che sta per “Haute autorité pour la diffusion des oeuvres et la protection des droits de l’internet” e che è in fase di discussione proprio in questi giorni) è un’idea del ministro della cultura Christine Albanel e prevede la sospensione dell’abbonamento alla Rete per chiunque sia scoperto per almeno tre volte a scaricare dati illegalmente. La comunità virtuale francese è quindi in agitazione e la stampa transalpina non ha perso l’occasione per sondare gli umori. Interessanti sono i commenti postati sul sito del Nouvel Observateur.

Otto ore al giorno di fronte a un monitor
Che fai durante il giorno? Sto appiccicato allo schermo del computer, poi passo a quello del televisore e quando ho un momento libero mi guardo quello del telefonino. Se poi mi perdo in macchina ho sempre pronto lo schermo del GPS. Questa pare sia una giornata tipica degli americani. Stando a uno studio condotto dal Council for Research Excellence e ripreso dal New York Times, in media gli adulti del Paese a stelle e strisce passano di fronte a un monitor 8,5 ore al giorno. A farla da padrona, come sempre, è la televisione, che oltretutto riesce a imporre ai cittadini americani oltre 60 minuti di spot quotidiani. Il computer, i telefonini e ultimamente anche le apparecchiature GPS fanno il resto.

Un blog per sostenere il giornalismo investigativo
Un milione e 700mila dollari. A tanto ammonta il fondo messo a disposizione del popolare blog americano Huffington Post per lanciare una nuova iniziativa che prevede il finanziamento di una decina di giornalisti impegnanti a raccontare storie “alla vecchia maniera”. La pensata, sostenuta anche dal The Atlantic Philanthropies e da altri benefattori, è stata un’idea della fondatrice dell’Huffington Post, Arianna Huffington, che ha dichiarato di volersi imbarcare in questa avventura per dare una mano a un settore agonizzante (quello del giornalismo impegnato). Nell’annunciare l’iniziativa, la fondatrice del sito ha detto che i reporter saranno incoraggiati a scrivere racconti sullo stato dell’economia americana. A guidare il gruppo di reporter sarà Nick Penniman (il fondatore del The American News Project) e l’intera iniziativa sarà supervisionata dal Center for Investigative Journalism della Columbia School of Journalism.

  • alberto.burba
  • Martedì 31 Marzo 2009

Filippine, scade l’ultimatum di Abu Sayaaf. Paura per i tre volontari rapiti

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  • Tags: abu-sayaaf, Filippine
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abusayaaf

Manila ha imposto lo “stato di emergenza” sull’isola di Jolo dopo la scadenza dell’ultimatum dei ribelli che hanno rapito i tre volontari delle Croce rossa, tra cui l’italiano Eugenio Vagni. Lo stato di emergenza proclamato dal governatore Abdusakur Tan - spiega una fonte dell’esercito - dà il via libera a un’eventuale azione di forza contro i miliziani di Abu Sayyaf - un gruppo  islamista radicale considerato vicino ad Al Qaeda -  che tengono gli ostaggi dal 15 gennaio scorso, limita i movimenti dei civili e impone il coprifuoco su tutta l’isola. L’ultimatum era scaduto stamane alle 8. I rapitori hanno chiesto un ritiro dell’esercito dall’isola minacciando, nel caso non fosse avvenuto, di decapitare uno degli ostaggi. Poco dopo la scadenza del termine, il presidente della Croce rossa, Richard Gordon, è apparso in tv per chiedere ai sequestratori di non fare del male ai volontari. L’organizzazione, fondata nel 1991 dagli ex combattenti di ritorno dall’Afghanistan ai tempi della guerra contro l’Unione sovietica, non ha chiesto finora alcun riscatto ma da due settimane si dice disposta a liberare uno degli ostaggi se l’esercito filippino allentera’ l’assedio alle sue basi su Jolo. Vagni, 62 anni, originario di Montevarchi, Arezzo, fu rapito il 15 gennaio scorso, insieme allo svizzero Andreas Notter, 39, e la filippina Jean Lacaba, 37, al termine di una visita di routine alla prigione di Jolo  dove si erano recati per un sopraluogo nell’ambito di un progetto di ristrutturazione della rete idrica.

  • redazione
  • Martedì 31 Marzo 2009

La Lega Araba difende Omar Al-Bashir, show di Gheddafi

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  • Tags: Bashir, Doha, Lega-Araba, Qatar, sudan
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Omar al Bashir
La Lega araba fa quadrato intorno a Omar Al-Bashir. Il dittatore sudanese, minacciato da un mandato di arresto del tribunale penale internazionale, torna da Doha, la cittá sede del summit in Qatar, con l’appoggio dei 22 paesi arabi. ”Sottolineamo la nostra solidarietà con il Sudan e respingiamo le decisioni prese dalla Cpi contro il presidente Bashir e sosteniamo l’unità del Sudan”, afferma il testo del documento prodotto al vertice della Lega Araba di Doha e letto dal portavoce Amr Moussa.
Non è stata però accettata, in seno alla riunione, la richiesta dello stesso Al-Bashir e di altri intervenuti ai lavori di chiedere l’annullamento ufficiale del mandato di cattura emesso dalla Corte penale internazionale. Il segretario Onu Ban Ki Moon, presente all’incontro, ha chiesto al governo sudanese di rivedere le decisioni prese contro le Ong operanti nel paese “Resto estremamente preoccupato per l’espulsione di alcune Ong internazionali cruciali e di tre Ong nazionali che fornivano servizi decisivi per la sopravvivenza di più di un milione di persone”, ha affermato.
All’incontro dei paesi arabi era assente il presidente egiziano Hosni Mubarak, oggetto di molte critiche nei mesi scorsi per il suo sforzo diplomatico nel mediare tra Israele e Hamas durante la guerra di Gaza. Mentre era invece presente, e da protagonista, Mohammar Gheddafi, uno dei suoi piú accesi accusatori. Che si è preso la scena attaccando duramente il re dell’Arabia Saudita Abdullah: “Sono sei anni che hai paura ed eviti di confrontarti con me”, gli ha urlato davanti ad altri 14 leader arabi, “dici sempre bugie e sei destinato alla tomba, ormai è provato che è stata la Gran Bretagna a darvi il potere e sono gli Stati Uniti che vi proteggono” ha detto alzando la voce il colonnello, che poi ha abbassato i toni e si è riunito con lo stesso Abdullah in un incontro privato “per il bene della nazione araba”. Ma lo show di Gheddafi non si è fermato lì: “Sono il leader dei leader arabi, il re dei re dell’Africa e l’imam dei musulmani”, ha affermato nel suo intervento Gheddafi, che oltre ad avere la presidenza dell’Unione africana è il leader arabo piu’ longevo, essendo al potere dal 1969. E per dimostrare la propria presunta egemonia ha annunciato la tenuta della prossima riunione in Libia l’anno prossimo e ha anche proposto la modifica di alcune parti del regolamento del vertice, con l’allargamento dei poteri del presidente di turno e la rotazione dell’incarico di segretario generale della Lega Araba.

  • emanuele rossi
  • Lunedì 30 Marzo 2009

Crisi dell’auto: Obama non esclude l’amministrazione controllata

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  • Tags: Barack Obama, Detroit, wall-street
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obama

Dopo aver chiesto (e ottenuto) la testa del supermanager Richard Wagoner, l’”inaffondabile” Ad di General Motors, il presidente americano Barack Obama ha presentato stamane il suo atteso piano di salvataggio dei due colossi di Detroit che rischiano la bancarotta. Avvertendo i manager di Gm e Chrysler che l’ipotesi dell’amministrazione controllata non è affatto scongiurata. E chiarendo una volta di più che, a differenza di quanto accaduto con gli executives della Aig, il governo non intende staccare  alcun assegno in bianco ai capi dei due colossi di Detroit.  “La crisi del settore automobilistico - ha avvertito il presidente - non è colpa dei lavoratori che hanno lavorato duramente ma delle leadership a Detroit e a Washington”. Ora servono “un nuovo inizio” e la presentazione di convincenti piani di ristrutturazione aziendale basati “su elasticità e sacrifici” per tutti (manager e sindacati compresi) senza i quali il governo non concederà quegli  aiuti federali che gli hanno chiesto Gm e Chrysler. Insomma, i due colossi di Detroit devono poter sopravvivere da sole “senza un flusso infinito di aiuti da parte del governo”.

L’ipotesi della bancarotta è ancora tra gli scenari possibili, ha detto Obama, per spingere i managment delle due aziende a rivedere i loro piani di salvataggio. Ma sarebbe un’amministrazione controllata di breve periodo. “So che quando la gente sente la parola bancarotta la reazione può essere sulle prime di choc - ha dichiarato - ma lasciate che vi spieghi cosa io intendo. Parlo di usare le nostre leggi esistenti come uno strumento che, insieme al supporto del governo americano, può rendere più semplice per General Motors e Chrysler di liberarsi rapidamente dei vecchi debiti che li appesantiscono in modo che si possano risollevare e rimettere sulla strada del successo. E’ uno strumento che possiamo usare mentre i lavoratori rimangono al loro posto e le auto continuano a essere vendute”.

A Chrysler Obama  ha chiesto, se vuole avere accesso ai 6 miliardi di dollari messi a disposizione dal governo, di completare entro 30 giorni l’accordo con la Fiat che prevede, in cambio dell’accesso alla sua tecnologia, l’acquisizione del 35% dell’azienda di Detroit da parte della compagnia torinese. “In caso contrario, se l’accordo non sarà raggiunto e se non ci sarà neanche nessun altro accordo, non saremo capaci di giustificare il versamento di altri finanziamenti federali”. A General Motors - il cui nuovo Ad è l’ex presidente Fritz Henderson - Obama ha dato sessanta giorni di tempo per presentare un convincente piano di ristrutturazione. I due colossi di Detroit, che hanno chiesto al governo 22 miliardi di dollari per arrivare alla fine del 2009, avevano già ottenuto 16 miliardi miliardi come fondo di sopravvivenza per evitare la bancarotta. Ora ne chiedono altri 22. Ma Obama ha posto le sue condizioni. Prendere o lasciare. La prima vittima è stata Wagoner. Con il rischio di nuovi fallimenti, di Chrysler, la più piccola delle Big Three di Detroit (Gm, Chrysler e Ford, che per ora naviga in acque migliori). E per di più con la certezza che, da questa crisi, l’America uscirà più dirigista e meno liberista, con il governo che si assume direttamente o indirettamente un ruolo di indirizzo nelle scelte aziendali dei colossi dell’auto. “Ma il governo americano non vuole e non ha intenzione di guidare General Motors” ha garantito Obama. L’amministrazione americana, ha concluso il presidente, ha messo a punto anche delle misure fiscali per incentivare l’acquisto di auto nuove, aiutando un settore che è passato dalle 16 milioni di auto vendute nel 2007 alle 10,5 del 2008: “Questo consentirà alle famiglie - ha spiegato - di risparmiare centinaia di dollari e si potrebbe tradurre in un aumento delle vendite di 100.000 unità”.
LEGGI ANCHE: Fiat-Chrysler, via libera all’accordo con la “benedizione” di Obama

  • redazione
  • Lunedì 30 Marzo 2009

Abu Sayaaf, ultimatum a Manila: “Ritiratevi entro 24 ore o decapitiamo gli ostaggi”

OkNotizie

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  • Tags: abu-sayaaf, eugenio-vagni, Filippine
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abusayaaf

Se l’esercito di Manila non si ritirerà dall’isola di Jolo entro le 14 (le 8 in Italia) di martedì 31 marzo, i tre volontari della Croce Rossa internazionale rapiti il 15 gennaio scorso saranno decapitati. Il gruppo separatista islamico di Abu Sayaaf ha dato ancora 24 ore di tempo al governo filippino per allentare la morsa sull’isola dove sono tenuti in ostaggio nella giungla l’italiano Eugenio Vagni (62 anni), lo svizzero Andreas Notter (39), direttore del Comitato Internazionale della Croce Rossa e la filippina, Jean Lacaba, 37 anni. Poi procederà al suo macabro rituale. Il governo di Manila, che in un primo momento aveva accettato di aprire un corridoio umanitario per consentire agli estremisti islamici di liberare uno dei tre volontari, ha già fatto sapere di considerare inaccettabili le condizioni poste per l’ultimatum e ha ribadito che reagirà con la forza se ad alcuno degli ostaggi sarà fatto del male.

Abu Sayyaf, ’spada di Dio’ in arabo, è considerato la ‘longa manus’ di Al Qaeda nelle Filippine. Il suo obiettivo dichiarato è creare uno stato islamico indipendente nel sud dell’arcipelago. Nato all’inizio degli anni ‘90 da una costola del Fronte Moro Islamico di Liberazione, a sua volta scissosi dal Fronte Moro nazionale di liberazione, è stato protagonista di decine di attacchi sanguinosi. Fondato dal predicatore islamico Abdulrajak Abubakar Janjalani, ucciso nel 1998, il gruppo conta oltre un migliaio di seguaci. Gli Stati Uniti ritengono che Abu Sayyaf abbia ramificazioni e contatti anche in altri Paesi e sospettano che sia un tassello del mosaico del rete terroristica di Osama Bin Laden. Il suo campo d’azione è concentrato nelle isole meridionali di Mindanao, Basilan, Jolo e nell’arcipelago di Sulu. Tra gli obiettivi presi di mira con attacchi, sequestro, stupri ed estorsioni ci sono chiese cattoliche, scuole e supermercati. Abu Sayyaf non è nuovo alla pratica delle decapitazioni degli ostaggi: un ostaggio americano, Guillermo Sobero, fu decapitato, assieme ad altri dodici filippini, nel giugno 2001 a Tuburan, nell’isola di Basilan, dopo quattro mesi di prigionia.


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  • redazione
  • Lunedì 30 Marzo 2009

Il genocidio del Ruanda: ora lo raccontano gli africani sul web

OkNotizie

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  • Tags: africa, anniversari, genocidi, Ruanda, Rwanda
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Bruciati nella chiesa

Cinquemila persone sono state uccise e carbonizzate nella chiesa di Ntrama, in Rwanda, durante il genocidio del 1994

Le prime immagini del documentario mostrano abitazioni adagiate in una valle: “Kigali, la capitale del Ruanda è una città con le sue storie” dice la voce narrante di un giornalista. Parla in inglese, ma l’inflessione è africana. Racconta il Ruanda a quindici anni dal genocidio del 1994, quando l’etnia hutu massacrò in un mese 800mila tutsi. Un bagno di sangue che passò quasi inosservato: i riflettori dei media occidentali erano puntati sulla fine dell’apartheid in Sudafrica e sull’elezione di Nelson Mandela. “Le parole hanno un potere terapeutico” ricorda il reporter durante il filmato, pubblicato dall’agenzia multimediale kenyota A24 (qui il video). Da qualche anno, però, la stampa internazionale non è l’unico canale per ricevere ascolto al di fuori del continente: blogger e attivisti hanno descrivono in diretta elezioni, conflitti e crisi attraverso il web. L’ultimo caso è il Madagascar: l’acquisizione di ingenti risorse naturali da parte di alcune multinazionali ha alimentato una crisi di governo. E alcuni blogger hanno denunciato le violenze attraverso i microblog di twitter.

La ferita del genocidio è ancora aperta. Di recente il Tribunale penale internazionale dell’Aja ha condannato Joseph Mpambara a 20 anni di carcere: è stato giudicato colpevole per lo stupro di quattro donne e l’uccisione di una vittima. Eppure il documentario di A24 sul Ruanda mostra anche una nazione che sta superando la crisi. Le immagini dei cadaveri ammassati lungo le strade lasciano il posto alle persone che stanno ricostruendo il Paese. Anzi, la rivista americana Time rivela un volto inedito di alcuni Stati africani: sono diventati meta d’investimenti. Secondo i consiglieri di Barack Obama, infatti, le nazioni del continente più povero garantiscono anche i margini di profitto più alti al mondo. E negli ultimi anni l’economia del Ruanda ha viaggiato raggiungendo una crescita dell’8 per cento del prodotto interno lordo.

Il film Hotel Ruanda: è la storia dello Schindler africano, Paul Rusesabagina, un direttore d’albergo che salva 1200 persone dal genocidio

  • luca.delloiacovo
  • Domenica 29 Marzo 2009

La guerra più piccola del mondo? Nel lago Vittoria

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  • Tags: africa, Kenya, Migingo-Island, uganda
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migingo

Quella per Migingo Island potrebbe essere definita la più piccola guerra del mondo. Tre soldati, una dozzina di poliziotti e otto marines su un fazzoletto di terra da anni conteso fra Uganda e Kenya. E non perché sia ricco di petrolio, di diamanti o di chissà quale pregiata risorsa. Semplicemente, Migingo Island, nel mezzo del lago Vittoria (3 ore di motoscafo dalle coste keniote, 6 da quelle ugandesi), è uno dei pochi posti pescosi rimasti nel più grande lago del mondo tropicale.

Fino a cinque anni fa nell’isoletta viveva, quasi come in un racconto, solo un pescatore. Poi, man mano che si è sparsa la voce di quanto pescose fossero le sue acque, hanno iniziato ad arrivarne altri, col risultato che ora a viverci sono in 500. Ma col numero dei pescatori sono arrivati anche ospiti più indesiderati: i pirati. Che, armati di fucili d’assalto, arrivavano anche dalla Tanzania, per rubare motori, pesce e il poco denaro dei pescatori. Una situazione diventata presto intollerabile e sfociata in una richiesta d’aiuto ai rispettivi governi da parte degli “immigrati”. Il primo a rispondere è stato quello dell’Uganda, che per difendere i pochi cittadini arrivati sino a lì, ha mandato una squadra di polizia marittima, che ha piantato la bandiera nera, gialla e rossa dello stato centrafricano. Così, un’isola che era sempre stata del Kenya e abitata per l’80 per cento da kenyoti, improvvisamente, ha iniziato a dipendere da Kampala.

Che ben presto si è resa conto di quanto valesse la zona, visto che in un giorno le barche riuscivano a pescare più di 100 chili di pesce persico del Nilo, guadagnando fino a 200 euro, più di tre volte quello che la maggior parte dei pescatori della zona guadagna in un mese di lavoro in terra ferma. Una sovrabbondanza di denaro, che ha portato a tasse, permessi d’entrata e multe. Da cui, ovviamente, sono stati colpiti soprattutto i pescatori kenioti, che prima hanno provato a ribellarsi - venendo puniti con arresti o espulsioni - e poi si sono rivolti ai politici di Nairobi.
Così, lo scorso mese, una dozzina di poliziotti kenioti sono arrivati a Migingo, guidati da un commissario di distretto. Hanno deposto la bandiera ugandese e hanno dichiarato che l’isola appartiene al Kenya. Un gesto che l’Uganda ha visto come una provocazione, al punto da rispondere con l’invio di alcuni uomini dell’esercito, che sono entrati in contatto con le forze inviate dal Paese vicino, rischiando lo scontro a fuoco.

Ma una soluzione potrebbe venire, oltre che dai colloqui ai massimi livelli fra i due Stati, anche dal lago stesso. Già, perché il Lago Vittoria, che con i suoi 68000 chilometri quadrati di superficie è il secondo lago d’acqua dolce del mondo, è allo stremo: le sue risorse, sfruttate intensamente dai 30 milioni di persone che vi si affacciano, stanno rapidamente declinando, al punto che, secondo gli esperti di inquinamento, serve una moratoria della pesca se non si vuole che il bacino resti senza pesci. E allora, anche per Mingingo Island, per i suoi 4 pub, la farmacia e gli svariati bordelli potrebbe tornare un po’ di tranquillità.

  • matteo.buffolo
  • Domenica 29 Marzo 2009
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