
“L’inferno in terra”. Questo è il Tibet da cinquant’anni per i suoi abitanti, secondo quanto ha detto oggi il Dalai Lama davanti a 10mila fedeli a Dharamsala, sede del governo tibetano in esilio in India. Le più belle e alte montagne del mondo, trasformate in “una prigione a cielo aperto” per tutti coloro che contestano il dominatore cinese e difendono la propria cultura originaria. Le parole di Tentsin Gyatso, il quattordicesimo Dalai Lama, nel 50esimo anniversario del suo esilio da Lhasa (e della repressione della rivolta contro le truppe di Mao), stupiscono solo chi lo considera un semplice maestro spirituale che si dedica alla predicazione del buddhismo e della non-violenza. Il premio Nobel per la pace è prima di tutto il leader di una nazione, in esilio. E come tale ha parlato oggi: “Dallo scorso marzo si sono diffuse pacifiche proteste in tutto il Tibet. La maggior parte dei partecipanti erano giovani nati e cresciuti dopo il 1959, i quali non hanno mai vissuto né visto un Tibet libero. Questi cinquanta anni hanno portato indescrivibili sofferenze e distruzioni alla Terra del popolo tibetano”. Parole che hanno incendiato gli animi dei suoi seguaci, in tutto il mondo. E preoccupato la Cina, che teme un riproporsi delle proteste dello scorso anno.
“Stiamo andando a Roma”. La voce del professor Chodup Tsering arriva disturbata dal canto di un bambino, “faremo una marcia pacifica da palazzo Chigi al Colosseo, speriamo partecipino anche alcuni parlamentari”. L’autobus da cui parla è pieno: non sono tanti, i tibetani in Italia, ma sanno organizzarsi. Come nel dicembre 2007, quando Chodup, ex monaco e professore di filosofia buddhista, il primo tibetano a stabilirsi in Italia dal ‘75, ebbe l’onore di introdurre Sua Santità il Dalai Lama nel palazzetto dello sport di Cologno Monzese, periferia di Milano, dove risiede la comunità tibetana più grande della penisola (circa 150 persone).
Da allora è passato più di un anno, a marzo del 2008 ci sono state le violente proteste anticinesi a Lhasa, represse nel sangue. Poi il silenzio, imposto da Pechino con il divieto d’accesso ai giornalisti occidentali, in seguito gli incontri tra emissari del Dalai Lama e dirigenti del partito comunista, prima delle Olimpiadi. Secondo Chodup, un bluff di Pechino: “C’era la speranza di ottenere un po’ di autonomia, non chiedevamo l’indipendenza” spiega, “ma era solo una mossa di propaganda: hanno respinto tutte le richieste e non hanno ceduto nulla, incolpando il governo tibetano in esilio di terrorismo”.

Così è morto il dialogo, portando il Dalai Lama alla scelta di chiedere al suo popolo di non festeggiare il capodanno tibetano (il 25 febbraio), in segno di lutto. “Lo abbiamo ascoltato, certo” dice il professor Tsering, “nessuno ha festeggiato e abbiamo solo fatto una cerimonia di preghiera. E’ stato molto triste, per noi è una rinuncia importante, è la prima volta in vita mia che non faccio festa con gli amici”. Ora è il tempo delle proteste: “Il governo in esilio ha organizzato manifestazioni in tutte le città indiane e negli insediamenti tibetani in Nepal, sicuramente ci saranno anche in Usa e Svizzera, dove ci sono le comunità più grandi perché in quei paesi viene concesso l’asilo politico”. E in Tibet? “La verità è che ne sappiamo poco” riconosce il professore, “quest’anno Pechino si è mossa in anticipo e tutte le città e i monasteri sono circondati da militari, sono stati arrestati cento monaci nei giorni scorsi”. Insomma, “qualcosa succederà sicuramente, ma sarà difficile venire a saperlo, senza dar credito alla propaganda cinese”.
Dopo il dialogo frustrato e l’affievolirsi delle pressioni occidentali sul governo cinese, (chiaro esempio l’ultima visita di Hillary Clinton, che ha completamente eluso il tema dei diritti umani), il Dalai Lama sembra aver sposato una linea più dura, di denuncia. Effetto anche delle pressioni interne alle organizzazioni tibetane, dove soprattutto i giovani contestano la scelta della lotta non-violenta. “Noi seguiamo la linea di Sua Santità” dice Chodup. “I giovani rispettano il Dalai Lama, sono nati e cresciuti nell’esilio” ma “la disperazione è una brutta bestia, però la violenza è una scelta sbagliata e sarebbe sfruttata dalla propaganda cinese”. Per ora, secondo il professore, i più anziani riescono a tenere sotto controllo gli attivisti più “irrequieti”. “La Cina ha già iscritto l’organizzazione Students for a free Tibet, attiva in tutto il mondo, tra i gruppi terroristici”, dice. “Eppure non sparano né mettono bombe”. Per ora. “Siamo sempre contro la violenza” specifica Tsering, “ma dopo tanti anni è l’ora di dire basta”.
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- Martedì 10 Marzo 2009

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Commenti
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Il 10 Marzo 2009 alle 16:14 vincenzoaliascontadino ha scritto:
QUANDO L’ONU NON GLIENE FREGA PER TOCCARE INTERESSI KOMPAGNUZZI! Dalai Lama: “Tibet, inferno per colpa della Cina?” No, solo per dell’ONU, che non sa fare il proprio dovere. Nessuno dimentica le stragi in Africa quando i caschi blu di Amman fermi ed imbambolati! Come dire i 40mld$ fregati Oil For Food al Popolo Irakeno chi era uno di questi? Un amico di Bill Clinton e il figlio di Amman! Olp! vincenzoaliasilcontadino@gmail.com Matera
Il 10 Marzo 2009 alle 23:47 cloyce ha scritto:
Ho paura che sentiremo parlare sempre di più di questo Dalai Lama.
Sarebbe interessante che trasmettessero un documentario storico sul Tibet dal 1300 d.C. fino ad oggi. Vedrete quante italiani rimarrano a bocca aperta.
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