Tenzin Dorjee viene fermato dalla polizia greca durante la cerimonia di accensione del teodoforo
È uno dei simboli delle nuove generazioni tibetane. Il suo nome è conosciuto a livello internazionale. Per il suo attivismo. E per le sue imprese. Come quella di essere salito sul tetto del mondo, sul Monte Everest, in occasione delle Olimpiadi della scorsa estate, per dimostrare contro il regime di Pechino, contro l’occupazione parte del Tibet. Nel giorno del cinquantesimo anniversario della rivolta di Lhasa contro l’occupazione, Tenzin Dorjee ha lasciato New York, dove fa base, e si trova in India, vicino, il più possibile, alla sua terra di origine. Lui, che è il portavoce degli Studenti per un Tibet Libero, un’organizzazione mondiale composto da esuli e simpatizzanti della causa, ha voluto dimostrare così l’attaccamento alla sua gente, alla loro lotta per uscire da giogo del tallone cinese.
Con il suo fluente inglese, Tenzin, in possesso di un passaporto statunitense, racconta le notizie che ha ricevuto dal Tibet nella giornata di massima tensione da alcuni mesi a questa parte. Il suo è il “solito” racconto di una repressione che ormai va avanti da decenni. E che si è intensificata, dopo gli scontri, le battaglie e i carri armati per le strade dei mesi che hanno preceduto lo svolgimento dei Giochi Olimpici. “La legge marziale è ancora in vigore” racconta il numero due di Students for a free Tibet. “E numerose persone sono state arrestate anche se non hanno compiuto alcun reato, solo per dare una dimostrazione a tutti gli altri. Come sapete, Lhasa e tutta la regione è stata isolata. Agli stranieri è stato impedito di recarsi in Tibet, le comunicazioni sono state oscurate. Impossibile parlare via telefono e internet. Un black out per impedire che i tibetani avessero alcun contatto con il mondo esterno”.
Le notizie riportate da questo giovane, attivista già molto conosciuto, raccontano di una realtà “abituale” per i tibetani. Nel suo discorso per ricordare la rivolta del 1959, il Dalai Lama ha detto che Pechino ha trasformato il Tibet in “un inferno in terra”. Tenzin Dorjee è d’accordo con questa immagine. “Come potrebbe essere altrimenti” dice. “Per numerose persone, interi gruppi famigliari, colpiti dalla macchina repressiva cinese, la vita in Tibet ormai un vero e proprio incubo. Molti dei miei amici che vivono ora in India, o in altre parti del mondo, esuli, fuggiti da quella prigione a cielo aperto non hanno neppure la possibilità di mettersi in contatto con i loro genitori, che vivono ancora dall’altra parte del confine”. Generazioni di tibetani sono stati oggetto di questa repressione. Nel suo discorso, il Dalai Lama ha denunciato che, dai giorni dell’invasione della regione, all’inizio degli anni Cinquanta, la Cina “ha ucciso centinaia di migliaia di persone”. È questo il girone infernale, la terra dove ogni abuso è stato reso possibile da parte dell’esercito cinese, di cui ha parlato, nel suo discorso, il Premio Nobel per la Pace. Il quale, dopo aver accusato Pechino di questi crimini, ha chiesto al governo del primo ministro Wen Jiabao di concedere finalmente l’autonomia politica e culturale che la massima autorità politico-spirituale del Tibet chiede per il suo popolo da anni. E che da decenni viene negata.
Proprio questo è uno dei motivi di differenza, se non di divisione, tra “la piattaforma” del numero uno dei monaci buddisti tibetani e l’organizzazione di Tenzin Dorjee. “Noi crediamo nell’indipendenza del nostro paese. Che deve staccarsi dalla Cina e tornare a essere una nazione sovrana” dice il giovane leader. “Non abbiamo alcun dubbio su questo”. E con un tono molto rispettoso, ossequioso nei confronti del Dalai Lama, l’attivista di Students for Free Tibet, aggiunge: “Lui è un monaco, un vero seguace buddista, ha un approccio diverso da noi, più temperato, moderato. Noi lo rispettiamo, lo amiamo, ma noi pensiamo che l’unica cosa per cui abbia senso lottare sia la completa indipendenza del nostro paese”. Se l’obiettivo è diverso, i metodi, assicura Tenzin Dorjee sono gli stessi: la lotta non violenta. Ma con un distinguo. Su quanto debba essere “aggressiva” la resistenza non violenta contro il regime cinese. “Sì, ma l’idea di fondo è la stessa del Dala Lama” spiega. “Noi puntiamo sulla pressione internazionale, sull’azione della comunità mondiale per raggiungere la nostra meta. Non solo perchè siamo religiosi, ma perchè crediamo che, alla fine, una lotta condotta con le armi in pugno, sarebbe soltanto controproducente”.
Il modello, dice, deve essere l’India di Ghandi o il Sud Africa di Nelson Mandela. “Sì”, conferma, “è vero che ci sono fazioni della resistenza tibetana che spingono per imbracciare il fucile e andare alla lotta armata, ma noi, crediamo che non sia giusto farlo. Porterebbe troppi lutti e pochi risultati. Noi lottiamo per un Tibet libero. Lo sogniamo. Sogniamo una patria indipendente, democratica. Un paese che viva accanto a una Cina libera” , dice l’uomo che ha scalato il tetto del mondo per fare conoscere al pianeta il dramma della sua terra: il Tibet.
- Mercoledì 11 Marzo 2009

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Il 22 Marzo 2009 alle 13:40 Tibet, 95 monaci arrestati per l’assalto a un commissariato » Panorama.it - Mondo ha scritto:
[...] Novantacinque monaci tibetani e un numero imprecisato di civili sono stati arrestati in Tibet. Secondo le informazioni delle autorità cinesi riportate dall’agenzia di stato Xinhua (l’unica fonte disponibile per gli avvenimenti in un Tibet blindato) hanno preso parte al violento assalto a un commissariato nella città di La’gyab. Gli scontri con la polizia cinese, causati dalla detenzione di un attivista accusato di “attività illegali e appoggio al separatismo” sono andati avanti per tutto il pomeriggio. Alla fine, recita l’agenzia, sei monaci sono stati arrestati e gli altri si sono arresi e saranno interrogati. Solo pochi giorni fa, il 14 marzo, a Lhasa, capitale della regione, ci sono stati altri scontri nel primo anniversario delle rivolte dell’anno scorso. Il 10 marzo, inoltre, ricorreva il cinquantenario della rivolta anticinese che portò all’esilio del Dalai Lama. Il Tibet è sotto controllo poliziesco e militare, le autorità cinesi temono che possa presto trasformarsi in una polveriera. [...]
Il 6 Luglio 2010 alle 18:30 Notizie dai blog su 75 anni Dalai Lama, non ho sprecato vita ha scritto:
[...] “Dalai Lama, ti sbagli. Noi tibetani lottiamo per l’indipendenza” Tenzin Dorjee viene fermato dalla polizia greca durante la cerimonia di accensione del teodoforo È uno dei simboli delle nuove generazioni tibetane. Il suo nome è conosciuto a livello internazionale. Per il suo attivismo. E per le sue imprese. blog: canale mondo | leggi l’articolo [...]
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