
Leggi la LETTERA con le risposte di Bragaglia
La scorsa settimana il ministro brasiliano Tarso Genro aveva dichiarato di fronte alle Commissioni Esteri, Difesa e Diritti Umani del Senato che il “caso Battisti” non avrebbe motivazioni ideologiche e che se Pierluigi Bragaglia, ex terrorista neofascista dei NAR catturato lo scorso luglio in Brasile e di cui il governo Berlusconi ha chiesto l’estradizione, richiedesse tramite i suoi avvocati lo status di rifugiato politico, lui glielo concederebbe subito.
Panorama.it ha intervistato per iscritto e in esclusiva l’ex terrorista di destra in carcere a San Paolo, grazie alla collaborazione del suo avvocato Antonio Roberto Ribeiro e alla figlia Penelope. Qui pubblichiamo la trascrizione della lettera manoscritta di Pierluigi Bragaglia, modificata nell’ordine delle domande per attualizzarla agli ultimi sviluppi e corretta di alcuni errori di italiano, comprensibili dopo quasi 30 anni lontano dal paese d’origine da parte del Bragaglia. Nella gallery a lato, comunque, potete visionare l’originale.
Bragaglia, ma lei ha intenzione di richiedere lo status di rifugiato politico come Battisti?
No, non ho intenzione di chiedere nessun asilo politico.
Perchè? Quali sono a suo avviso le differenze tra il suo caso e quello dell’ex terrorista scrittore?
Si tratta di due casi molto diversi. Nel caso di Battisti il fattore più importante sono le condanne di omicidio che pesano come macigni sulla sua situazione giuridica, ma anche la richiesta dell’asilo politico e la scelta non molto casuale del Brasile. Nel mio caso sono stato condannato ad un totale di 12 anni e 11 mesi per rapina a mano armata e associazione sovversiva, ridotti di 2 anni per l’indulto, e mai imputato o condannato per “qualsiasi fatto di sangue”. Inoltre non ho mai chiesto l’asilo politico a nessun paese e vivo onestamente in Brasile da 25 anni, che sono più dei miei 22 anni trascorsi in Italia. Per questo ritengo che ci siano enormi differenze tra i due casi, anche perché in Brasile la mia pena è già prescritta mentre in Italia lo sarà dal 2011.
Eppure due giorni fa il ministro Genro ha paragonato il “caso Battisti” al suo caso come già aveva fatto qualche settimana fa il settimanale brasiliano Istoé in un articolo. Cos’ha provato quando ha letto l’articolo?
Molta rabbia e un senso di ingiustizia. Principalmente per le bugie e le calunnie orchestrate da qualcuno cui farebbe comodo paragonarmi proprio al signor Battisti.
Facendo chiaramente riferimento a lei, Cesare Battisti nella sua ultima lettera ha scritto: “Qui in Brasile c’è il caso di un italiano appartenente ad un’organizzazione nazi-fascista e coinvolto nell’attentato di Bologna. Stranamente l’Italia non fa cenno a questo caso, né protesta né ricatta il popolo brasiliano per lui. Perché?”. Lei sa qualcosa della strage di Bologna?
Primo: sino ad oggi ancora non si sa realmente chi sia stato l’attentatore della strage di Bologna e, forse, non lo si saprà mai. Di certo c’è solo che ci sono dei “buchi neri” nella politica di quegli anni ma, e questo è il secondo punto, sappiamo soprattutto che Battisti, con queste calunnie nei miei confronti, si sta arrampicando sugli specchi per cercare di salvarsi a tutti i costi, volendomi pregiudicare pur sapendo che è falso che io sia coinvolto nella strage di Bologna. Lui vorrebbe mettermi sul suo stesso piano.
Cosa risponde alle accuse di Battisti?
Questo signore sappia che in nessun momento della mia vita processuale, dall’inizio sino ad oggi, mai nessuno ha lontanamente ipotizzato qualsiasi mio coinvolgimento in quell’attentato che, sia detto per inciso, reputo assurdamente vile e codardo. Nessuno, né da parte della magistratura, né dei pentiti. È provato che sono totalmente estraneo a quella tragedia.
Come mai ha scelto il Brasile per la sua latitanza e come mai ha un passaporto venezuelano? Battisti sostiene di essere stato aiutato dai servizi segreti francesi, a lei qualcuno ha dato una mano?
Nel mese di maggio del 1982 su richiesta della mia famiglia sono partito dall’Italia per il Venezuela con il mio vero passaporto. Là ho lavorato per più o meno due anni in una pizzeria. Non ero ancora ricercato. Quando ho saputo che per l’Italia ero un latitante ho comprato in Venezuela un passaporto falso e sono scappato in Brasile, senza l’aiuto di nessuno.
Cosa ha portato il giovane Pierluigi Bragaglia alla lotta armata? Che vita faceva prima di entrare nei NAR?
L’epoca degli anni Settanta e Ottanta noi italiani la conosciamo molto bene, forse per altri paesi e altri popoli è stato solo un periodo di follia mentale generalizzata in cui un intero paese si è immerso. Per me quel periodo si fonde con la mia stessa adolescenza e la mia gioventù e, mi creda, è arrivato davvero molto, troppo presto. Forse per la mia educazione, per l’ambito familiare di destra moderata, essendo il più piccolo di tre fratelli già in politica e frequentando amicizie di un quartiere considerato di “destra”, ho cominciato la mia militanza politica a 12-13 anni, con i manifesti, le scritte, i volantinaggi, i comizi e i cortei. Come tutti sanno noi di destra all’epoca eravamo la minoranza mentre la stragrande maggioranza dei giovani erano di sinistra e, così, gli scontro sono diventati inevitabili e quotidiani. Prima verbali, poi qualche scaramuccia, dopo una vera caccia all’uomo. Le posso dire che per le immaginabili proporzioni di forze in campo, per noi non era una vta facile. Ma in quell’epoca ciò che contava era il coraggio di manifestare le proprie idee, l’ideologia, l’essere diverso dalla massa, il sapersi difendersi. Il tutto condito con la spericolatezza e principalmente l’irresponsabilità tipica della gioventù. Con la tensione che aumentava e la situazione sempre più calda il mio incontro con i NAR è stato molto naturale. Molti amici dei volantinaggi, dei cortei e della militanza già cominciavano a voler fare il “salto di qualità”. Io, un giovane con 17 anni, non potevo perdere questa “opportunità” di far parte di “qualcosa di più grande” e, così, ho cominciato con l’aiutare alcuni amici più grandi di me che già sapevo facevano rapine per autofinanziarsi. Anch’io ho partecipato ad alcune azioni armate ma non ho mai presenziato a “fatti di sangue”.
Se potesse tornare indietro, oggi, cosa non rifarebbe?
Sicuramente non farei parte di nessun gruppo che usi la lotta armata . Come dimostrano i fatti il mondo non si cambia con le armi, tanto meno provocando dolore agli altri oltre che a se stessi.
C’è una donna, una madre che come tante altre madri ha perso un figlio etichettato come un “rosso” mentre lei, Bragaglia, a quei tempi era etichettato come un “nero”. Quel figlio si chiamava Valerio Verbano e fu ucciso da tre giovani armati e coperti da un passamontagna entrati in casa sua, dopo avere immobilizzato i genitori. La madre, quasi novantenne, continua a chiedere giustizia dal momento che l’omicidio del figlio resta ancora oggi impunito. I NAR sono stati tirati in ballo da alcuni suoi ex “compagni d’armi”. Lei sentì parlare del caso tra gli integranti dei NAR dell’epoca?
Mi dispiace immensamente per questa signora, oggi anch’io sono un padre ma non conoscevo Valerio Verbano e all’epoca non ne ho mai saputo nulla, né del fatto né di chi sia stato ad ucciderlo.
Bragaglia, lei è stato condannato ad oltre dieci anni per sovversione e rapina a mano armata, l’Interpol l’accusa di avere presenziato all’azione che a Roma culminò nell’uccisione di due Carabinieri, cosa che lei ha sempre negato. Comunque, al di là delle strette responsabilità personali che sono quelle che contano per la giustizia terrena ci sono anche le responsabilità collettive cui, per chi crede, si risponderà magari davanti a Dio. Oggi, con il senno di poi, lei come giudica quegli anni?
Innanzitutto non è assolutamente vero che io sia stato accusato di essere nel luogo o di aver partecipato all’omicidio dei due carabinieri. È un’invenzione della rivista brasiliana “Istoé”. In nessun processo, né nelle fasi istruttorie, né in giudizio e nemmeno nelle mie condanne si è menzionato questo fatto. Nego con veemenza la mia partecipazione diretta o indiretta in azioni nelle quali siano morte persone. La mia condanna oggi è di 10 anni e undici mesi per rapina a mano armata e associazione sovversiva. Pertanto quest’accusa è un’infamia. Oggi la mia coscienza è tranquilla e ringrazio Dio di aver avuto la fortuna di non essere mai stato presente ad azioni culminate con la morte di qualcuno.
A sua figlia Penelope, portatrice di questa missiva, come ha spiegato il Bragaglia di oggi e quello di ieri?
Ai miei figli non è stato necessario spiegare nulla. Mi conoscono per come sono oggi, mi sono voluto scusare con loro per tutto ciò che stanno vivendo. Sanno quanto amore provo per loro e, conoscendomi, sanno che non posso essere orgoglioso del mio passato.
(Ha collaborato Paolo Manzo)
- Lunedì 16 Marzo 2009
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