
Di Gian Antonio Orighi
«Se vende»: l’annuncio della Caporetto edilizia spagnola troneggia ovunque, dalla Catalogna alla Galizia, dai Paesi Baschi all’Andalusia. Nel paese dove nel 2005 si costruivano più appartamenti di Francia, Germania e Gran Bretagna messe insieme le abitazioni nuove e invendute sono 930 mila: una città. Non solo, la cementificazione indiscriminata ha ulteriormente deturpato uno dei gioielli spagnoli, la costa. Tanto che persino il quotidiano filogovernativo El País lancia l’allarme: «Stanno uccidendo la gallina dalle uova d’oro, il turismo».
Il premier socialista José Luis Rodríguez Zapatero ha negato fino all’ultimo lo stato di coma nel quale si trova l’economia del paese, ma i dati Eurostat sembrano un bollettino di guerra. La Spagna guida la non invidiabile classifica della crisi nel settore delle costruzioni. A fine dicembre 2008 il flop era del 23,7 per cento, contro una media europea del meno 10,1 per cento. Le famiglie, che in alcuni casi hanno sottoscritto anche mutui esosi, sono in difficoltà con i pagamenti. Nel biennio 2008- 2009, 1 milione di addetti del settore edile perderà il lavoro: il 30 per cento del totale dei disoccupati, che ormai sono il 14,4 per cento, la quota più alta d’Europa. Tra gli esempi eclatanti del fiasco immobiliare spagnolo c’è Seseña, una landadesolata a 33 chilometri da Madrid, dove Francisco Hernando, detto «el Pocero » (il Fognaiolo, suo antico mestiere), voleva realizzare la più imponente urbanizzazione della storia del paese: 280 edifici da 10 piani con laghetto centrale di 18 mila metri quadrati. In tutto 13.908 abitazioni di valore compreso tra 214 mila e 313 mila euro. Oggi Seseña è una cittadina fantasma, mentre file di gru sono ferme. Ci vivono appena 750 persone. Dappertutto, sui balconi o agli ingressi, il triste annuncio: «Se vende». «L’edilizia spagnola è malata di ipertrofia, dovuta al fatto che negli ultimi anni si è costruito il doppio del necessario» ammette Juan Villar Mir, presidente del gruppo di costruzioni Ohl. «Per smaltire lo stock di quasi 1 milione di case invendute ci vorranno almeno tre anni».
A fine 2008 il bilancio del settore, uno dei volani dell’economia spagnola travolto dalla catastrofe seguita alla crisi dei subprime americani, non poteva essere peggiore. La vendita di abitazioni è crollata del 32,6 per cento, più di 1.000 sono le imprese edilizie fallite a cominciare da ex colossi come la Martinsa. «Per gran parte dello scorso decennio» ha scritto sul New York Times il premio Nobel per l’economia Paul Krugman «la Spagna è stata la Florida dell’Europa, con la sua economia spinta da un boom immobiliare speculativo. Come è successo in Florida, il boom si è trasformato in un fallimento totale». La crisi del mattone «è aggravata dal mancato intervento del governo a sostegno del settore» polemizza José Manuel Galindo, presidente della Apce, l’associazione dei costruttori. «A fine anni Ottanta è invalsa l’idea secondo cui la casa crea ricchezza, che invece deriva dall’industria e dalla tecnologia » lamenta il docente di economia immobiliare Ricardo Berge. «Con il boom si sono arricchiti solo i costruttori e i comuni, che non vogliono mettere a disposizione i terreni per le case popolari, perché questo comporterebbe la riduzione delle loro fonti di introito». La situazione è così grave che la Fiera delle case scontate (in media del 30 per cento), in programma a Barcellona il prossimo giugno, ha quasi raddoppiato lo spazio espositivo per il gran numero di richieste. Chissà se in vendita ci saranno anche gli «scheletri» di Marina d’or, quella che doveva essere la città delle vacanze più grande d’Europa, nei pressi di Valencia: 20 mila appartamenti costruiti da Jesús Ger, ex materassaio. L’anno scorso hanno perso il lavoro 1.000 delle persone impiegate nel cantiere, un terzo delle maestranze del re del mattone, il cui motto era «socializzare il lusso» attraverso le seconde case. Il tramonto del progetto, stigmatizzato come «aberrazione ecologica» nel romanzo El Dorado di Robert Juan Cantavella, è scritto nei numeri: le vendite del 2008 sono calate del 60 per cento.
«Di questi tempi la classe media non ha soldi per investire nella casa per le ferie» commenta Manuel Gandarias, presidente di Live in Spain, associazione di imprese specializzate in abitazioni per le vacanze. Mattone selvaggio ha colpito anche sul litorale, rischiando di compromettere un’altra importante componente dell’economia spagnola, il turismo, che vale il 10,7 per cento del pil. Secondo gli ultimi dati raccolti via satellite dall’Instituto geográfico nacional, tra il 2000 e il 2005 il suolo edificato entro i primi 2 chilometri dalla costa è aumentato del 21,85 per cento. La superficie costruita si è estesa del 23 per cento sul Mediterraneo e del 19 per cento sull’Atlantico. In quei cinque anni si è realizzato un quarto di tutto quello che era stato costruito nei 2 mila anni precedenti. Un ritmo di crescita che, se continuasse, porterebbe entro il 2071 a una costa mediterranea totalmente cementificata, senza più neanche un metro quadrato libero. Scempio certificato da un rapporto del Parlamento europeo, completato a febbraio, in seguito a 186 denunce e tre sopralluoghi. Il documento critica l’urbanizzazione eccessiva della Spagna, la mancanza di rispetto per l’ambiente e propone di sospendere i finanziamenti dell’Unione Europea se la situazione non cambia. «La maggior parte dei piani urbanistici finiti nel ciclone riguarda terreni agricoli ai quali è stata modificata la destinazione d’uso. Sono state progettate case dove non c’è nemmeno l’acqua» stigmatizza Bruxelles. La peggiore delle colate di cemento è l’Algorrobico, un mostro di 75 mila metri cubi e 20 piani a picco sul mare, sorto nel parco naturale di Cabo de Gata, in Andalusia. Alla fine la magistratura ha deciso di demolirlo: «Abbiamo fatto ricorso contro la sentenza perché è un progetto della regione destinato a creare posti di lavoro» annuncia però il sindaco Cristóbal Fernández, che aveva dato il via libera al progetto. «La vertigine del mattone, che per anni ha divorato le nostre coste e i nostri campi, cade adesso sulla società come uno specchio rotto con cui è facile tagliarsi» sintetizza amaro il poeta di Granada Luis García Montero.
- Sabato 21 Marzo 2009

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Il 24 Marzo 2009 alle 18:12 Il ristorante ai tempi della crisi: a Barcellona il prezzo del menù lo decide il cliente » Panorama.it - Economia ha scritto:
[...] “Ha mangiato bene, signore? Quanto vuole pagare?” La frase del cameriere ha del surreale. Eppure, a vederlo da fuori il bar ristorante “Mireya” non ha molto di speciale. A parte il menù. E non per i piatti, cucina spagnola “de toda la vida“, ossia tradizionale (oggi ad esempio stufato di lenticchie e torta di patate e zucchine come primo, carne alla griglia o anelli di calamari come secondo), ma per la frase scritta in fondo, al posto del prezzo: “Medida economica, el precio lo pone el cliente“, cioè “misura economica: il prezzo lo decide il cliente”. Ecco la singolare idea con cui Eledino Garcìa, proprietario di questo piccolo ristorante di Barcellona, (16 tavoli) cerca di fronteggiare una crisi economica che, nella Spagna di Zapatero e del miracolo economico sbandierato fino a un anno fa, ha lasciato i disoccupati a quota 3 milioni e mezzo, il 14%, dato tra i peggiori dell’Unione Europea. Al posto del consueto menù turistico da pranzo a prezzo fisso, il locale fa scegliere ai clienti quanto vogliono pagare. “E per garantire la privacy” ci tiene a precisare Eledino, quarantacinquenne calvo e divertito dall’interesse sorto intorno alla sua idea, “mettono i soldi in una busta senza nome e poi io metto tutto insieme a fine giornata”. Fino ad ora, nelle tre settimane di “menù crisi”, assicura “nessuna busta è stata lasciata vuota”. Il “Mireya” si trova nel quartiere dell’Eixample della città catalana, palazzi ottocenteschi e grandi viali lontani dalle folle turistiche delle Ramblas e poco distanti dalla Sagrada Familia (”ma i turisti qui non arrivano” dice Eledino, “siamo in salita rispetto al monumento”). Non si tratta neanche di un tempio della tanto celebrata cucina sperimentale del rinomato compatriota Ferran Adrià. Fino ad ora l’attrattiva principale del locale erano i bellissimi disegni e le copertine di fumetti (”tutto originale, sono un vero appassionato” assicura Eledino mostrando un Corto Maltese firmato Hugo Pratt) esposte sulle pareti. La clientela è formata perlopiù da abitanti del quartiere e lavoratori delle imprese edili, quelle che più di tutti hanno sentito il tracollo del settore. “Da un anno abbiamo notato che le cose andavano male” spiega Eledino, “piccole cose: non chiedevano più il dolce, risparmiavano sulla colazione chiedendo il caffé invece che il cappuccino, poi un vero e proprio calo delle presenze”. Che si ripercuote sui conti del “Mireya”: “e se io perdo clienti i miei fornitori perdono il loro e la catena si ripercuote su tutti”. Ecco perché gli è venuta l’idea di questa specie di “microcredito del pranzo”: “Ho pensato che dobbiamo darci da fare noi, sostenerci, perché siamo tutti collegati e se aspettiamo quelli di arriba…”. Quelli di “arriba” sono i politici, i banchieri “ho provato a chiedere un prestito e indovina un po’ com’è andata? Da questa crisi ci tireremo fuori da soli, come sempre” dice. “La gente è migliore di quello che uno crede, se io ti aiuto oggi ne avrò un beneficio domani”. Per ora, almeno, ha risollevato le sorti del suo ristorante. “Se tu vieni qua e ti senti bene, mangi bene, in un ambiente familiare, poi perché non dovresti pagare un prezzo giusto, magari pure maggiore di quello che avrei messo io?”, si chiede il titolare, “e se poi una volta sei messo male a soldi e lasci poco, stai sicuro che tornerai e spargerai la voce”. [...]
Il 5 Febbraio 2010 alle 13:36 Rischio Spagna per l’economia Euro: come la spiegano a Madrid - Economia - Panorama.it ha scritto:
[...] era considerato fino a due anni fa una delle locomotive dell’economia europea. Poi la crisi, in particolare del settore trainante, l’immobiliare, e la disoccupazione che schizza al 19%. Adesso è la tenuta dell’intero paese, la sua [...]
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