
Quando è stato eletto, Barack Obama garantiva che sarebbe stato il presidente più “verde” della storia degli Stati Uniti. Energie rinnovabili e tematiche ambientali erano al centro del suo programma e nel cuore degli elettori democratici, influenzati dall’ex vice presidente e premio Nobel Al Gore e dal suo “Una scomoda verità“. Ora, mentre cerca di governare la crisi, Obama si è reso conto che non sarà facile mantenere le promesse fatte in campagna elettorale. Se infatti l’ex senatore dell’Illinois puntava a riportare le emissioni di gas inquinanti degli Stati Uniti ai livelli del 1990 entro il 2020 e avrebbe voluto ratificare questo impegno alla conferenza internazionale sul clima che si terrà a Copenhagen alla fine dell’anno, nei gironi scorsi è arrivato lo stop da parte di alcuni dei membri più influenti della sua amministrazione. Il motivo? Troppa opposizione al Congresso, anche nelle fila dei democratici.
La situazione economica negli Stati Uniti, hanno scritto gli uomini del Presidente ai colleghi laburisti inglesi, è troppo delicata. A Capitol Hill una svolta verde e l’ingresso di Washington nel protocollo di Kyoto non sono ben visti. Alla Casa Bianca servirebbero almeno altri sei mesi di tempo per convincere i membri del Congresso. Risultato? L’appuntamento di Copenaghen rischia di concludersi con un nulla di fatto e tutto potrebbe essere rimandato al 2010. “La conferenza arriva in un momento difficile” ha chiosato Stephen Byers, co-presidente della Task force internazionale per il cambiamento climatico. “Il timing non potrebbe essere peggiore per Washington e la comunità internazionale deve riconoscerlo e concedere più tempo agli Usa per prepararsi”. Già nel suo super budget da 3600 miliardi di dollari, presentato nelle scorse settimane, Obama ha suggerito che gli States potrebbero applicare riduzioni minori prima del 2020, recuperando poi negli anni successivi, fino ad arrivare a un taglio dell’80 per cento rispetto ai livelli del 2005, ma entro il 2050. “Anche raggiungere un accordo solo nel 2010 - ha aggiunto Byers - ci lascerebbe abbastanza tempo per preparare l’accordo che succederà al protocollo di Kyoto nel 2012. Un ritardo di un anno sarebbe un prezzo accettabile da pagare per coinvolgere gli Usa negli sforzi per fermare il cambiamento climatico”.
Certo è che le premesse con cui era stato eletto Obama - sia per l’economia che per il cambio di rotta sul clima - erano diverse. Il Presidente sta faticando più del previsto a dare la sua impronta a Washington, dove si scontra con un’opposizione interna al suo stesso partito. Per il pacchetto “verde”, infatti, sono già 15 i senatori democratici che, essendo stati eletti in Stati che fanno ancora grande uso di carbone o che sono ricchi di acciaierie e industrie pesanti, hanno già storto il naso davanti agli accenni a una legislazione più restrittiva.
- Giovedì 26 Marzo 2009

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Il 27 Marzo 2009 alle 17:09 Obama, toni da presidente di guerra: “Estirpare Al Qaeda prima che ci attacchi” » Panorama.it - Mondo ha scritto:
[...] LEGGI ANCHE: La rivoluzione linguistica di Obama, la “guerra al terrorismo” è terminata - Obama frena sulla conversione ambientale dell’economia [...]
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