Archivio di Marzo, 2009

di Marco De Martino - da Reykjavik
Sulle monete ci sono delfini, merluzzi, granchi giganti: in Islanda il percorso dal mare ai soldi è sempre stato breve. E nessuno lo sa meglio di Stefan Alfsson. Per finanziare i suoi studi di economia all’università faceva il pescatore e presto diventò uno dei migliori capitani di Reykjavik, capace di catturare più velocemente di altri la quota di merluzzo assegnata dal governo al suo peschereccio. Ma nel 2005 amici che lavoravano alla banca Landbanski lo convinsero a riesumare la sua laurea e Alfsson divenne un trader in valuta estera, uno dei tanti nuovi vichinghi che hanno provato a trasformare a colpi di derivati un’isola di ghiaccio nella più improbabile capitale del boom finanziario mondiale.
“Sembrava che la finanza potesse dare un futuro a tutti: è stata una stagione di eccessi, ma lo abbiamo capito solo all’ultimo” dice oggi Alfsson, che ancora indossa i vestiti di Gucci che amava comprare, mentre dalla finestra dell’ufficio prestatogli da un amico guarda le baleniere ormeggiate nel porto. “Ora non ho lavoro e non so cosa succederà di me, probabilmente tornerò a fare il pescatore”.
Sono passati circa sei mesi da quella sera del 6 ottobre quando l’allora primo ministro Geir Haarde apparve sugli schermi della televisione per annunciare che il paese era sull’orlo della bancarotta, ma Reykjavik è ancora una città in stato di shock. Dall’aeroporto semideserto perché quasi nessuno può più permettersi di viaggiare all’estero sono spariti anche i jet privati: solo due anni fa qui arrivò Elton John a suonare due canzoni in cambio di 1 milione di euro per la festa di compleanno di uno dei finanzieri locali. I cargo non sbarcano più le Range Rover comprate con prestiti in euro e yen di cui l’Islanda era diventata il maggiore importatore al mondo: ora che la corona islandese ha perso due terzi del valore, chi le possiede si ritrova a dover pagare anche 100 mila euro una macchina che ne costa 35 mila.
Per chi con quei prestiti in valuta estera si era comprato la casa è triplicata anche la rata del mutuo. E se nessuno è costretto a vivere per strada è solo perché per le banche non ha senso pignorare appartamenti che non avrebbero altri compratori.
Le finestre dell’Albingi, il piccolo parlamento, hanno ancora i vetri rotti: dopo settimane di proteste anche violente, le prime nella storia del paese, il governo è stato costretto alle dimissioni e adesso si aspettano le elezioni del 25 aprile. Sul lungomare, gru immobili circondano la sala da concerti da 56 milioni di euro progettata dall’artista concettuale Olafur Eliasson, uno dei tanti edifici la cui costruzione è stata bruscamente interrotta.
“Nessun paese al mondo è cresciuto e crollato tanto rapidamente: ora è chiaro che è stato tutto un miraggio” sospira Andri Snaer Magnason, il più famoso scrittore islandese, il cui saggio Dreamland (sottotitolo: “Manuale di autodifesa per una nazione impaurita”) è stato in testa alla classifica dei best-seller. Magnason ama accompagnare i visitatori per un giro in macchina lungo la strada Bogartun, che lui chiama il boulevard dei sogni infranti.
L’itinerario parte dal palazzo del governo, dove a partire dal 2002 si progettò la privatizzazione delle banche che portò vasti capitali esteri a convergere sul paese. Poi si passa davanti alla banca centrale, che per combattere l’inflazione portò il tasso di interesse sopra il 15 per cento, aumentando i flussi di capitali esteri. E infine davanti alla sede delle banche Landbanski e Kaupthing, che insieme alla Glitnir dal 2003 al 2007 hanno decuplicato i propri asset fino a raggiungere l’850 per cento del prodotto nazionale lordo, con un’esposizione in valuta estera dell’80 per cento. Prima di crollare lo scorso ottobre, il valore della borsa era aumentato di nove volte in quattro anni.
Nello stesso periodo centinaia di studenti si affrettavano a studiare finanza: “Molti dei raider islandesi che all’improvviso avevano a disposizione fondi per trattare alla pari con i finanzieri della Goldman Sachs non erano neanche trentenni. Fra le ragioni del crollo ci sono state anche l’inesperienza e la mancanza di preparazione” dice Viljarmur Bjarnason, che insegna economia all’Università dell’Islanda, uno dei pochi che avevano previsto lo scoppio della bolla. A suo parere, le vere ripercussioni sociali della crisi devono ancora arrivare: “La disoccupazione, che è passata dall’1 al 9 per cento, è destinata ad aumentare. E prima o poi bisognerà capire cosa fare della montagna di debiti in valuta estera che il governo ha deciso di congelare, evitando così la bancarotta di migliaia di famiglie che non si sarebbero potute permettere l’aumento delle rate. Anche se difficilmente vedremo mai nelle strade di Reykjavik la gente chiedere la carità come a New York: questo è un paese piccolo, in cui la rete sociale funziona ancora”.
Per capire quanto piccola è l’Islanda basta aprire la guida telefonica, organizzata non per cognome ma per nome proprio, perché i 320 mila abitanti del paese discendono da una decina di famiglie in tutto. Oppure basta seguire i consigli dei locali e bussare alla porta della piccola casetta bianca dove lavora Johanna Sigurdardottir, il primo capo di un governo dichiaratamente omosessuale, che in attesa delle elezioni guida il governo di transizione. Vi risponderà per nulla scandalizzato il suo assistente, abituato alle visite improvvise sia dei cittadini sia della stampa: “No, il primo ministro non rilascia ancora interviste, ma possiamo metterla in contatto con il ministro delle Finanze”.
Si chiama Steingrimur Sigfusson e prima di prendere le redini dell’economia del paese era il leader della sinistra ambientalista. “La situazione debitoria che abbiamo ereditato è anche peggiore di quel che pensavamo a ottobre” dice a Panorama, mentre nella stanza accanto lo aspettano per una riunione i funzionari del Fondo monetario internazionale, che da ottobre hanno commissariato l’economia islandese come se fosse quella di un paese del Terzo mondo. “Ma soprattutto c’è un problema di fiducia, sia degli altri paesi nei confronti dell’Islanda sia dei cittadini verso le istituzioni finanziarie. Finché qualcuno non pagherà per quel che è successo, la fiducia non tornerà”.
Al procuratore speciale che sta indagando sui possibili crimini che hanno portato alla “kreppa” (la crisi) è stata appena affiancata l’esperta in reati finanziari internazionali Eva Joly.
Oltre a mandare in galera eventuali colpevoli bisogna curare l’orgoglio ferito di una nazione. “In Islanda molti erano fieri dei vichinghi della finanza. Solo 20 anni fa era considerata notizia da prima pagina l’elezione di un’islandese a Miss Mondo e all’improvviso potevamo permetterci di comprare squadre inglesi come il West Ham e pezzi di aziende come American Airlines o Saks Fifth avenue” ricorda Haukur Magnusson, che dirige la rivista Reykjavik Grapevine. “Ora invece siamo le pecore nere del capitalismo globale”.
A ferire è stata in particolare la decisione del premier britannico, Gordon Brown, di usare le leggi antiterrorismo per salvare i conti bancari aperti da inglesi presso le banche online islandesi. Ogni settimana un gruppo di manifestanti si ritrova davanti a Buckingham Palace a Londra con cartelli che dicono: “Siamo islandesi, non talebani”. E nei negozi di Reykjavik si vendono T-shirt con la faccia del premier inglese e la scritta: “Brown (il marrone, ndr) è il colore della m…”.
Piccole vendette che sono di magra consolazione di fronte alla riduzione del tenore di vita. Al Boston, uno dei locali che avevano trasformato Reykjavik in una piccola Ibiza subpolare, si serve la zuppa di carne di pecora tipica della cucina povera tradizionale. All’hotel 101, di proprietà della moglie di uno dei finanzieri islandesi più noti, le sedie sono ancora quelle di Philippe Starck, ma invece della vodka si beve la birra Thule, uno dei tanti prodotti islandesi che hanno ripreso a essere apprezzati da quando è raddoppiato il prezzo dei beni di consumo importati. Sui giornali si discetta su come fare il pane in casa, pratica divenuta di massa.
Secondo alcuni la crisi potrebbe nascondere un’opportunità: “La bolla è stata creata da una trentina di persone in tutto che stavano per spaccare l’Islanda in due: da una parte la gente comune, dall’altra un gruppetto di oligarchi che avevano preso a modello i nuovi ricchi russi. E in un posto piccolo come questo sarebbe stato pericoloso” ragiona Andri Snaer Magnason, lo scrittore. Anche per lui l’idea di un ritorno all’industria tradizionale è irrealistica: “Sui pescherecci i posti sono contati. Già ora il più grande datore di lavoro del porto non è un’azienda ittica ma una società che produce videogame, la Ccr”.
Quattro anni fa la Alcoa, gigante delle materie prime, ha costruito una diga allagando una delle zone più belle e selvagge del paese e ha aperto uno stabilimento per la lavorazione dell’alluminio. Ma quelli come Magnason non credono che lo sfruttamento delle risorse naturali possa rappresentare il futuro di un paese che già ora è energeticamente autosufficiente (grazie alla geotermia).
La cantante Björk per esempio ha aperto un fondo di venture capital per aziende che operano nelle energie rinnovabili, nel terziario e nel design. “La crisi sta ancora impazzando, ma a Reykjavik sono state costituite decine di nuove piccole aziende” riferisce Kristin Petursdottir, che gestisce il fondo Björk alla Audur Capital. “Molte sono gestite dalle stesse donne che nelle banche erano relegate in ruoli secondari, mentre in prima fila c’erano solo i maschi, con il loro mito dell’aggressività vichinga. La speranza è che la ripresa porti a un’inversione dei ruoli”.

Un’immagine della famosa ballerina Anastasia Volochkova
Sochi, la capitale delle Olimpiadi invernali 2014, si reca alle urne il 26 aprile prossimo per eleggere il nuovo sindaco. 25 i candidati che si fronteggiano, un numero mai visto prima nella storia russa. Ma ancora più sorprendenti sono i curricula dei candidati. Ci sono pensionati, disoccupati, avvocati, un presidente di una compagnia aerea, uno della federazione di Armwrestling russa (braccio di ferro, ndr), anonimi funzionari di partito, banchieri, ballerine, pornodive, nullatenenti, miliardari…
C’è Andrey Bogdanov, gran maestro della loggia massonica ed ex candidato per la presidenza russa, sconfitto proprio da Medvedev. E ci sono due volti piuttosto noti della politica russa: Boris Nemtsov, ex vice premier e leader di movimento d’opposizione Solidarnost e Alexander Lebedev, il deputato-banchiere della Duma che vanta un patrimonio personale di circa 2 miliardi di dollari. Ma uno dei piatti forti è la famosa ballerina Anastasia Volochkova, la vincitrice di numerosi premi internazionali che ha ballato nel prestigioso Mariinsky di San Pietroburgo e al Bolshoj di Mosca. Due ore prima di chiusura delle liste, ha dichiarato che se vincerà “farò da vostro teatro il miglior teatro del mondo. Ballando qui, porto in questa città i migliori coreografi ed artisti”.
C’è persino la famosa pornodiva Elena Berkova a capo dell’immancabile partito dell’Amore, con il suo gustoso video di presentazione “istituzionale”: si notano le scritte grosse rosse “Libertà, fedeltà e rispetto” all’inizio del video e poi ci si perde tra le curve della bella Elena. Manca solo Andrey Lugovoj (sospettato in Inghilterra dell’avvelenamento di Alexander Litvinenko), che pure aveva annunciato la sua candidatura. Il candidato meno folcloristico è il favorito Anatoly Pakhomov, sindaco ad interim e candidato della Russia Unita, il partito di Vladimir Putin. Nella città sul Mar Nero per le Olimpiadi dovrebbero arrivare alcuni miliardi di dollari per infrastrutture. Anche qualche società italiana sta partecipando alle gare d’appalto, per cercare di accaparrarsi un pezzo della torta. Difficile immaginare che il primo cittadino di questa città, si chiamerà Elena o Anastasia.

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La nuova strategia della Casa Bianca in Afghanistan ha un obiettivo preciso: “Distruggere, smantellare, sconfiggere la rete di Al Qaeda in Afghanistan e in Pakistan” prima che sia troppo tardi. Prima cioé che “l’attacco che i militanti di Al Qaeda stanno pianificando dai loro santuari pakistani contro il territorio americano” possa andare in porto. E’ un Barack Obama combattivo e insolitamente bushiano quello che oggi ha annunciato la nuova strategia Usa per stabilizzare l’Afghanistan. Con una differenza, sostanziale, rispetto alla precedente amministrazione: l’approccio regionale, basato su un mix di interventi di pressione politica e militare e sul coinvolgimento delle potenze confinanti, in particolare del Pakistan. A Islamabad, una delle chiavi per debellare il terrorismo islamico, Obama ha chiesto infatti di “dimostrare la determinazione a estirpare dai suoi confini un cancro - ha detto riferendosi ad Al Qaeda - che rischia di uccidere il Pakistan dal suo interno”. Anche in Afghanistan però, ha aggiunto, la situazione sta diventando sempre più pericolosa, ma guai a pensare che la questione afghana possa essere risolta senza guardare oltre confine, al Pakistan, dove vengono allevate le nuove leve talebane alleate con Al Qaeda: ”Ho già ordinato l’invio di altri 17 mila soldati richiesti da molti mesi dal generale McKiernan. Questi soldati e marines aggiuntivi porteranno la lotta contro i talebani nel sud e nell’est e ci daranno una più ampia possibilità di agire in partnership con le forze di sicurezza dell’Afghanistan e dare la caccia agli insorti lungo il confine”. Saranno anche inviati, ha detto Obama, altri 4000 soldati ai quali sarà affidato un compito da addestratori civili per ricostruire il Paese. “Accelereremo il nostro sforzo per creare un esercito afghano con 134 mila unità e una forza di polizia con almeno 82 mila unità - ha continuato Obama - in modo da affidare sempre più la responsabilità della sicurezza alle forze locali”. Non manca (ovviamente) un avvertimento a Karzai, il presidente afghano dai tempi di Enduring Freedom, al quale l’Amministrazione americana chiede un autentico impegno per debellare l’endemica corruzione del Paese e per isolare i talebani radicali. Con lui ha parlato al telefono ieri. Karzai, sempre più inviso all’Amministrazione Obama, ha capito al volo: “Salutiamo positivamente l’annuncio fatto dal presidente Obama e siamo d’accordo con tutte le principali conclusioni e con l’impostazione generale della revisione strategica. In particolare ci troviamo d’accordo con il riconoscimento della componente regionale del problema in Afghanistan e con lo specifico riconoscimento del fatto che la minaccia di al Qaida viene principalmente dal Pakistan”, ha detto un suo portavoce.
Il VIDEO servizio:
È di almeno quarantotto morti e una settantina di feriti, molti dei quali gravi, il bilancio di un attentato suicida contro una moschea di Jamrud, in una zona tribale nel nord-ovest dell’Afghanistan, sulla strategica strada lungo il passo di Khyber che porta in Afghanistan da un lato e Peshawar dall’altro. Il kamikaze è entrato nello stabile che funziona temporaneamente come moschea cittadina durante la preghiera del venerdì e si è fatto saltare in aria quando all’interno dell’edificio c’erano circa 300 persone. La deflagrazione ha fatto crollare l’edificio di due piani, adiacente a un posto di polizia che i miliziani islamici avevano più volte minacciato di distruggere. Recentemente gli estremisti islamici hanno intensificato i loro attacchi sui convogli che trasportano lungo il passo Khyber i rifornimenti alle forze Usa e della Nato impegnate in Afghanistan.
Tariq Hayat, alto funzionario del governo del Khurram, ha detto alla televisione Geo News che il bilancio potrebbe aggravarsi fino a 70 vittime, perché ancora molte persone sono intrappolate sotto le macerie e tra i 100 feriti ce ne sono alcuni in gravi condizioni. Tra le vittime, secondo Dawn Tv, almeno quindici membri dell’Amministrazione civile, guardie di sicurezza e paramilitari pakistani. In tutta la zona è stata dichiarato lo stato di emergenza e i feriti trasportati negli ospedali dell’area frontaliera con l’Afghanistan, fino a Peshawar, capoluogo della provincia di Nord Ovest. L’attentato non è stato rivendicato per il momento, anche se l’ipotesi più accreditata è quella che porta ai gruppi talebani che che si oppongono all’accordo tra Islamabad e Washington per intensificare la lotta al terrorismo in questa terra di nessuno diventata rifugio delle milizie di Al Qaeda. Si tratta del più sanguinoso attentato da quello dell’Hotel Marriott il 20 settembre 2008 che ha fatto oltre 60 morti.
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Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, presenta oggi il piano del suo governo per l’Afghanistan: l’obiettivo, sette anni dopo gli attacchi dell’11 settembre, è dare una spallata ad Al Qaeda e mettere in ginocchio i talebani. Per vincere una guerra che si trascina da troppo tempo, il nuovo presidente schiererà altri 4.000 soldati che avranno il compito specifico di addestrare le truppe locali. Il nuovo contingente, che dovrebbe partire a giugno, si sommerà ai 17.000 soldati aggiuntivi già annunciati dalla nuova amministrazione a febbraio e che arriveranno nei prossimi mesi in Afghanistan per rafforzare il contingente dei circa 38.000 uomini che già si trovano nel tormentato Paese.
Obama giovedì ha parlato al telefono con il presidente afghano, Hamid Karzai, e ha incontrato i deputati statunitensi per informarli del contenuto della sua nuova strategia. Nel documento, una ventina di raccomandazioni per far fronte alla spirale di violenza talebana in Afghanistan, ma anche in Pakistan. Il tentativo è di concentrare gli sforzi militari proprio sull’area, come anticipato durante la campagna elettorale. Gli Usa ricorreranno non solo alla forza ma anche alla diplomazia e lanceranno una vasta ‘offensiva’ diplomatica per coinvolgere i Paesi vicini nella stabilizzazione. Non solo: oltre a rafforzare il contingente militare, Obama punta a inviare altri funzionari civili fino a raggiungere quota 900 (dovranno rafforzare l’amministrazione e consigliare in materia agricola) e a raddoppiare le forze di Kabul da 200.000 a 400.000 unità.
Obama risponde a 100mila mail alla Casa Bianca (conferenza online con trascrizione in inglese)
Il presidente ceceno Ramzan Kadyrov
È finita l’emergenza terrorismo in Cecenia. Lo ha dichiarato stamane il presidente della Duma, la Camera bassa del parlamento russo, Boris Gryzlov, ponendo indirettamente fine a una guerra che, in dieci anni, ha provocato, secondo la maggior parte delle Ong, tra gli 80 e i 100 mila morti: “La situazione in Cecenia è notevolmente migliorata - ha dichiarato Gryzlov. “Penso che si possa porre la questione della fine dell’operazione antiterrorismo in quella repubblica”. Nel suo annuncio odierno Gryzlov, per spiegare le ragioni della fine dell’”emergenza terrorismo, ha fatto un chiaro riferimento anche alla crisi economica: “Vengono impiegati notevoli forze e mezzi finanziari. Con la crisi mondiale occorre valutare la necessità di mantenere in Cecenia un contingente così numeroso”. A chiedere la fine delle operazioni era stato del resto lo stesso presidente ceceno, Ramzan Kadyrov, secondo il quale già da tempo nel suo Paese non vi sarebbero ormai più di una settantina di combattenti, rispetto alle tante migliaia degli anni scorsi.
Dieci anni di guerra. Mosca avviò operazioni armate in grande stile contro la Cecenia nell’autunno 1999 dopo un sanguinoso raid di alcune migliaia di guerriglieri separatisti ceceni nella confinante repubblica del Daghestan, e dopo una serie di attentati terroristici a Mosca e in altre località russe. A firmare il decreto, il 23 settembre 1999, sul lancio della “operazione antiterrorismo” (Kto) in Cecenia era stato l’allora presidente russo, Boris Eltsin. I combattimenti su vasta scala si sono conclusi già da alcuni anni, anche se si susseguono costantemente azioni sporadiche e isolate di militanti armati, sia in Cecenia che nelle repubbliche caucasiche vicine.
Fonti militari a Mosca hanno detto che, nel caso venga effettivamente decretata la fine della “Operazione antiterrorismo”, dalla Cecenia potranno essere ritirati più di 20 mila dei circa 50 mila soldati russi attualmente presenti. Ad andarsene sarebbero i 20 mila uomini delle truppe del ministero dell’Interno, mentre resterebbero gli altri 30 mila militari, dislocati in Cecenia in maniera permanente, come avviene per altre regioni della Federazione russa. Il presidente Medvedev si potrebbe così presentare da Barack Obama, il giorno dopo a Londra, con una notizia di sicuro gradimento per il nuovo capo della Casa Bianca.

Quando è stato eletto, Barack Obama garantiva che sarebbe stato il presidente più “verde” della storia degli Stati Uniti. Energie rinnovabili e tematiche ambientali erano al centro del suo programma e nel cuore degli elettori democratici, influenzati dall’ex vice presidente e premio Nobel Al Gore e dal suo “Una scomoda verità“. Ora, mentre cerca di governare la crisi, Obama si è reso conto che non sarà facile mantenere le promesse fatte in campagna elettorale. Se infatti l’ex senatore dell’Illinois puntava a riportare le emissioni di gas inquinanti degli Stati Uniti ai livelli del 1990 entro il 2020 e avrebbe voluto ratificare questo impegno alla conferenza internazionale sul clima che si terrà a Copenhagen alla fine dell’anno, nei gironi scorsi è arrivato lo stop da parte di alcuni dei membri più influenti della sua amministrazione. Il motivo? Troppa opposizione al Congresso, anche nelle fila dei democratici.
La situazione economica negli Stati Uniti, hanno scritto gli uomini del Presidente ai colleghi laburisti inglesi, è troppo delicata. A Capitol Hill una svolta verde e l’ingresso di Washington nel protocollo di Kyoto non sono ben visti. Alla Casa Bianca servirebbero almeno altri sei mesi di tempo per convincere i membri del Congresso. Risultato? L’appuntamento di Copenaghen rischia di concludersi con un nulla di fatto e tutto potrebbe essere rimandato al 2010. “La conferenza arriva in un momento difficile” ha chiosato Stephen Byers, co-presidente della Task force internazionale per il cambiamento climatico. “Il timing non potrebbe essere peggiore per Washington e la comunità internazionale deve riconoscerlo e concedere più tempo agli Usa per prepararsi”. Già nel suo super budget da 3600 miliardi di dollari, presentato nelle scorse settimane, Obama ha suggerito che gli States potrebbero applicare riduzioni minori prima del 2020, recuperando poi negli anni successivi, fino ad arrivare a un taglio dell’80 per cento rispetto ai livelli del 2005, ma entro il 2050. “Anche raggiungere un accordo solo nel 2010 - ha aggiunto Byers - ci lascerebbe abbastanza tempo per preparare l’accordo che succederà al protocollo di Kyoto nel 2012. Un ritardo di un anno sarebbe un prezzo accettabile da pagare per coinvolgere gli Usa negli sforzi per fermare il cambiamento climatico”.
Certo è che le premesse con cui era stato eletto Obama - sia per l’economia che per il cambio di rotta sul clima - erano diverse. Il Presidente sta faticando più del previsto a dare la sua impronta a Washington, dove si scontra con un’opposizione interna al suo stesso partito. Per il pacchetto “verde”, infatti, sono già 15 i senatori democratici che, essendo stati eletti in Stati che fanno ancora grande uso di carbone o che sono ricchi di acciaierie e industrie pesanti, hanno già storto il naso davanti agli accenni a una legislazione più restrittiva.

Hashish, marjuana, cocaina, chetamina, ecstasy ed MDMA. A prezzi nettamente più bassi di quelli praticati nelle principali “piazze europee”. Per centinaia di forzati occidentali dello “sballo” la middle west coast indiana è diventata una specie di supermarket degli stupefacenti a cielo aperto, un paradiso della droga low cost con le autorità locali che chiudono un occhio e i poliziotti locali che semplicemente lasciano fare. Niente di più facile comprare la “merce” da queste parti. Basta fare una passeggiata sul lungo mare, dove i locali in cerca di business facili “abbordano” sistematicamente chiunque gli capiti a tiro. Dopo un veloce gioco di sguardi e un paio di cenni il gioco è fatto: uno sguardo alla merce, spesso nascosta all’interno dei costumi da bagno, e una rapida trattativa sul prezzo. Lo zelante pusher sparisce rapidamente per andare a caccia di altre prede. Inutile cercare di ritrovarlo dopo l’acquisto, si saranno volatilizzati. Il sistema più sicuro, si fa per dire, passa invece attraverso la compravendita in negozio lungo le main street dei numerosi villaggi disseminati lungo la costa. Basta rivolgersi ai commercianti delle traballanti bancarelle poste ai lati delle strade che espongono articoli per consumatori abituali di sostanze stupefacenti. Tra grandi sorrisi e promesse di ottima qualità il cliente viene inviato ad entrare all’intero del negozio dove il venditore comincia a tirare fuori da cartoni e borsette ogni tipo di sostanza dettagliando provenienza, peso e costi. Qui si ragiona in rupie indiane, la valuta corrente, che per intenderci ha la seguente quotazione: 1 euro=63 rupie. (Giusto per avere un’idea del market locale tenete presente che 1 litro di latte e un piatto di riso costano circa 20 rupie cad). Il “menù” tipico nei drug store va dalle 1000 rupie (14 euro ca) per 10 grammi di Hasish o Marijuana alle 3500 rupie (50 euro ca) per un grammo di cocaina (la metà circa di quanto costi in Italia). L’MDMA, il principio attivo dell’ectasy, costa 3500 al grammo, mentre una pillola di ecstasy costa 600 rupie (8 euro ca). 10 ml chetamina liquida, una potente e pericolosissima droga per cavalli, costa 300 rupie (4 euro ca), mentre un grammo di chetamina in polvere viene 700 rupie (10 euro ca).
Il commerciante-pusher precisa sempre che la coca arriva dal Sud America, mentre MDMA e ecstasy arrivano dall’Inghilterra, motivo per il quale sono così dispendiose. Hashish e Marijuana invece provengono rispettivamente dal Nord e dal Sud dell’India. Tutti i prezzi possono essere trattati in funzione della quantità acquistata e per essere certi della “purezza” delle sostanze. C’è anche chi chiede di sniffare qualche riga di powder o di calarsi un pezzetto di acido prima di acquistare. Inutile dire che questi negozianti ogni giorno fanno affari d’oro e quasi sempre sono i più ricchi del quartiere. Tutto questo sotto lo sguardo indifferente delle autorità. Basti pensare che ai tavoli dei ristoranti e nei pub sulla spiaggia sono molti i giovani che “rollano” liberamente mentre bevono un succo di frutta o mangiano qualcosa. Se si venisse fermati e trovati in possesso di sostanze proibite la soluzione - ti spiegano - è a prova di bomba: aprire il portafoglio, tirare fuori qualche rupia e allungarla ai poliziotti. E se qualcosa andasse storto?
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