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È la diplomazia dei piccoli passi, dei prudenti, ma significativi gesti simbolici, nella speranza che, alla fine del percorso, ci siano grandi aperture. Una trama che renda possibile quel negoziato diretto tra Usa e Iran, auspicato da Barack Obama. Un dialogo che porti dei frutti, una nuova stabilità tra Teheran e Washington; la fine della “Guerra Fredda” tra la superpotenza e la repubblica degli Ayatollah. Ai margini della Conferenza Internazionale sull’Afghanistan dell’Aja, si è svolta un’importante tappa di questo tentativo di avvicinamento.
Invitati dal Segretario di Stato Hillary Clinton, gli iraniani si sono presentati in terra olandese con una delegazione di non altissimo livello. A guidarla, era il viceministro degli Esteri Mohammad Mehdi Akhundzadeh. Lui e Richard Hoolbrooke, l’inviato speciale della Casa Bianca per l’Afghanistan e il Pakistan, sono stati i protagonisti della giornata. Ad un certo punto dei lavori, l’ex ambasciatore statunitense all’Onu ha chiesto al diplomatico iraniano di potergli parlare a quattro occhi. I due si sono appartati per diversi minuti e dopo essersi scambiati qualche convenevole e la promessa di “mantenersi in contatto”, l’inviato di Obama ha consegnato ad Akhundzadeh una lettera ufficiale del governo degli Stati Uniti. Già, in sé, il gesto spiega quanto sia forte la volontà del neopresidente americano di esplorare la strada del dialogo con Teheran. Fino ad ora, infatti, gli scambi tra i due paesi avvenivano attraverso la mediazione della delegazione svizzera, incaricata dall’amministrazione Bush di curare gli affari degli Stati Uniti in Iran.
All’Aja invece, non solo i rappresentanti delle due nazioni si sono seduti alla stesso tavolo - come era successo anche in occasione della Conferenza Internazionale sulla ricostruzione di Gaza che si è svolta nelle scorse settimane a Sharm El Sheik, non solo hanno tenuto l’incontro a più alto livello da decenni a questa parte, ma gli Usa hanno compiuto un atto formale, riconoscendo la completa legittimità dell’interlocutore. “Nella missiva - spiegherà più tardi in conferenza stampa Hillary Clinton - abbiamo chiesto agli iraniani di garantire la sicurezza e il ritorno a casa di Robert Levinson, il rilascio di Roxana Saberi e il permesso di espatrio per lei e per Esha Momeni“.
Gli Usa hanno sollecitato a Teheran un gesto di “umanità e generosità” - in occasione della festa del capodanno persiano - per tre cittadini statunitensi che si trovano in stato di detenzione in Iran. “Ufficialmente” ex agente della Cia, Robert Levinson, è scomparso due anni fa, durante una visita sull’isola iraniana di Kish; Roxana Saberi è invece una giornalista free lance tenuta in prigione da tre mesi senza alcuna specifica accusa, mentre Esha Momeni è un avvocato specializzata nella difesa dei diritti delle donne, messa agli arresti un anno fa e alla quale è stato impedito di lasciare il paese per tornare in America. L’amministrazione Obama confida in un gesto distensivo di Teheran, in una risoluzione del contenzioso sui tre, come “prova” della volontà della “Repubblica Islamica” - come l’ha chiamata nel suo commento proprio il Segretario di Stato americano - di parlare con noi. Il fatto che Hillary Clinton abbia usato l’intero nome del paese - come successo solo con rarità in passato da parte statunitense -è altro sintomo di grande apertura - e rispetto - nei confronti della controparte.
Nonostante non siano emersi molti particolari sull’incontro tra il Mohammad Mehdi Akhundzadeh e Richard Holbrooke, il clima respirato in Olanda è stato buono. Nella discussione sul futuro dell’Afghanistan, l’Iran ha voluto fare qualche concessione agli americani, promettendo di controllare meglio i propri confini nella lotta contro il narcotraffico. Ma più in là non è andato: il viceministro degli esteri iraniano, nel suo intervento, ha tenuto a sottolineare che fino a quando truppe straniere calcheranno le strade afghane, difficilmente il conflitto potrà terminare. Hillary Clinton, invece, ha ribadito il suo appello ai talebani moderati ad abbandonare la violenza e la guerra contro le truppe Nato e l’esercito di Kabul e tentare una via di “riconciliazione nazionale”. Ma l’exit strategy dall’Afghanistan, il conflitto, gli sforzi per pacificare e ricostruire il paese, sono quasi passati in secondo piano rispetto al grande tema del dialogo tra Washington e Teheran. E’ attraverso il suo destino che passa il futuro del Medioriente e (in parte) del Centro Asia. Gli iraniani per ora abbozzano, lasciano fare, mandano prudenti messaggi distensivi, in questa loro tattica tutta protesa a saggiare quanto siano diventate morbide le posizioni americane. Poi, dopo le elezioni presidenziali di giugno, alle quali si presenta favorito Mahmud Ahmadinejad, dopo il conteggio dei voti, dei consensi per i conservatori e per i moderati, il regime iraniano deciderà che strada intraprendere. Se quella del dialogo, o quella della chiusura con Barack Obama.
- Mercoledì 1 Aprile 2009

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