Fino a due anni fa non c’era possibilità che un occidentale restasse vivo oltre i 12 minuti fuori della zona verde a Baghdad, area bunkerizzata dagli americani. In quella metropoli immensa e dannata si accanivano la maledizione delle esplosioni e il dolore della morte, mentre i forestieri venivano cacciati come esche vive per i rapimenti, commercio redditizio per uomini incarogniti dalla guerra. Negli ultimi anni 125 reporter sono stati ammazzati. Per questo la «Baghdad aperta» è stata disertata dalla comunità dei giornalisti. Con un’eccezione: Anne Nivat.
La scrittrice e giornalista francese, già autrice di intensi libri sulla guerra cecena (La Cecenia sono le mie ossa) e di inchieste verità su Kabul, ha abitato tre mesi presso una famiglia della capitale a fine 2006. Di quel tempo racconta mirabilmente nell’ultimo libro: Baghdad zona rossa (editore Ponte alle Grazie). Giorni lunghi, dove il cielo è popolato dai rumori molto più della terra. Il rombo degli elicotteri che volteggiano sui suoi capelli, quello degli aerei che zittiscono le automobili, poi colpi di mortaio, razzi, raffiche di kalashnikov. Una vita scandita dall’orologio della guerra, ma anche dalla bellezza perturbante di una città moribonda raccontata con passione mista a nostalgia.
«Non so se Baghdad mi manca»: Anne parla della capitale irachena come di una signora amica e lontana. «Lei, come Grozny e come Kabul, suscitano commozioni così grandi che bastano a se stesse. Dopo mesi dentro una megalopoli così meravigliosa e malefica, quando torni non riesci a dividere con nessuno il tuo sentimento. Così, per non sentirti sola, scrivi».
Il libro è una corsa al rallentatore di questa reporter speciale che pare avere addomesticato la paura. «Certo, era pericoloso entrare nelle strade di Sadr City, il regno di Muqtada al-Sadr e degli sciiti. Lì una donna occidentale è come uno sparo negli occhi. Ma lo dovevo a lei. Una volta la furiosa Baghdad si muoveva libera nel caos, oggi è incarcerata dentro muri di sicurezza. Dunque frugarla dappertutto, scivolare, come sugli sci, da un ponte all’altro era vincere la sua prigionia».
Quando dice sciare questa giovane donna esile dai capelli carbone rende omaggio alla sua passione per lo sport. Scia, monta a cavallo e a Parigi, dove vive, raccontano che le piacesse guidare una Porsche. Alcuni amici iracheni sospettano che la temeraria, alle 5 di mattina, facesse jogging perfino a Baghdad. Con una lunga abaya e il velo, inevitabilmente.
Lo scrittore Olivier Rolin dice che Anne Nivat è diversa da tutti e che non si sente una grande giornalista. «Di certo non sono uno di quei reporter di guerra che diventano leggende in tv. Sono soltanto un intermediario tra il lettore e le pagine». Per questo nel libro Anne dà del tu: «È un dialogo con me stessa, ma chi legge pensa che mi rivolga a lui».
Nivat per conquistarsi il lettore non usa racconti calamita su stragi, bombe e morti ammazzati. Racconta l’altra città: quella delle vite oltre la morte. Quella del gallerista Qasim, dell’antiquario di Karrada, del prete domenicano Yousif Mirqis che parla «delle centinaia di sette religiose arrivate nelle valigie degli stranieri». E poi di Ali, uno dei suoi padroni di casa, della sua silenziosa madre Karima, della vedova Rouqaya, di Rana, dei palestinesi superstiti, dei terroristi sunniti e di quelli sciiti. «A Baghdad si aspettava come al cinema il colpo di scena, la bomba e poi la sirena delle autoambulanze. Tra questi segmenti di attesa si annidava la vita della gente e io navigavo dentro quella fame di esistere».
Nivat dice che sono i dettagli a rendere più forte un libro e qualunque scritto. «Sono ossessionata dalla realtà, rapita dai piccoli segni. Una sedia di plastica, uno sguardo, il ritornello di una canzone fotografano una storia più dello scoop agognato». Mentre parliamo, la voce di un piccoletto brontola che vuole il suo dvd dei cartoni. È Louis, figlio di 2 anni a cui Anne dedica il suo libro.
Rimorsi? «Non potrei fare diversamente il mio mestiere. Restare in un posto una settimana e poi scappare non serve a capire e a far capire. Louis ha respirato il mio mestiere dai primi giorni in cui mi stava dentro. Vuole un racconto?». Sì… «Ero a Damasco e dopo mesi di appostamento avevo intercettato il leader di un gruppo terrorista impossibile da incontrare. Ma ero in un momento delicato e il medico mi ha impedito di spostarmi. Così ho pregato l’invisibile di raggiungermi in Siria. “Tu sei una pazza” mi ha detto un amico. “Non verrà mai!”. Invece non solo è venuto, ma quando ha saputo che un bebè cresceva nella mia pancia mi ha trattato come una regina. Dunque Louis sa e comprende».
Il mondo parla degli errori americani, e lei? «Cadono sempre nel loro eterno sbaglio: non capiscono che, nonostante i loro interventi, Kabul è rimasta agli afghani come Baghdad è sempre stata nel cuore solo degli iracheni. Lasciamo i morti e le grandi questioni politiche. Andiamo come al solito ai dettagli. Ero dietro a una colonna di blindati e il cartello sui loro carri diceva “Non passate né a destra né a sinistra”. Ma in inglese, capisce? Come si può pretendere che una intera popolazione araba si debba asservire alla tua lingua? E poi il palazzo di Saddam Hussein invaso dagli americani dal primo all’ultimo giorno di guerra: un dittatore sostituito da un altro dittatore. Oggi gli americani cominciano a capire. E Baghdad rinasce nei sogni, nel coraggio e nella pazienza del suo popolo».
- Lunedì 6 Aprile 2009

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