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FORTE TERREMOTO AL NORD, C'E'UNA VITTIMA - Torna la paura in tutto il Nord: una fortissima scossa di terremoto (magnitudo 5.8) ha colpito le zone già in ginocchio per il terremoto del 20 maggio scorso. Evacuate molte scuole da Milano a Modena (nella foto)  - Una scossa di terremoto è stata avvertita distintamente in tutto il Nord Italia, dalla Lombardia a Veneto all'Emilia Romagna. A Milano e hinterland alcuni palazzi, sede prevalentemente di uffici, sono stati fatti evacuare per motivi di sicurezza. La scossa ha avuto una magnitudo 5.8, con epicentro nel Modenese. Linee interrotte nel Ferrarese, si temono nuovi crolli nelle zone già colpite dal sisma. Paura in tutte le grandi città del Nord.

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Crisi economica: ora l’Africa rischia il collasso

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  • Tags: Adama-Wade, africa, crisi-economica
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Si chiama “terza onda” e, come uno tsunami, sta per abbatersi sul continente più flagellato del pianeta. Per l’Africa, il 2009 sarà un anno da dimenticare. E dopo un 2008 segnato dalla crisi alimentare, i paesi africani devono ormai fare i conti con gli effetti devastanti che sta provocando il crollo dell’economia mondiale. Il ruolo marginale del continente africano nel sistema finanziario internazionale aveva finora consentito all’Africa di rimanere al riparo della crisi dilagatasi nel settembre scorso nelle principali piazze borsistiche occidentali (la “prima onda”), ma dopo che il tonfo di Wall Street ha contaminato l’economia reale (”seconda onda”), i paesi africani non possono più ora chiamarsi fuori dalla mischia.

Un rapporto pubblicato dal Fondo monetario internazionale (FMI) nel marzo scorso rivela che il tasso di crescita del PIL africano passerà dal 5,5% registrato nel 2008 al 3% nel 2009. Secondo l’istituzione finanziaria, questa diminuzione costerà 18 miliardi di dollari ai 390 milioni di africani più poveri, ovvero 46 dollari pro capite e la perdita per ogni abitante del 20% dei propri introiti. “Con il rallentamento degli scambi commerciali e il crollo del valore di alcuni prodotti di esportazione sui mercati mondiali” spiega a Panorama.it Adama Wade, direttore della redazione del settimanale finanziario panafricano Les Afriques, “molti governi si ritrovano con le casse pubbliche vuote. Alcuni paesi hanno riserve di cambio pari a un mese, massimo due. Ancora una volta, questa crisi dimostra la fragilità del mondo economico panafricano”.

A quale fragilità si riferisce?
I settori attualmente più colpiti dalla crisi sono il tessile, il cotone e il turismo, quei settori considerati dagli esperti i principali ‘veicoli di trasmissione della globalizzazione’. Ora, gli unici legami che consentono all’Africa di non essere totalmente disconnessa dal mondo sono le esportazioni. Certo, il crollo degli scambi commerciali sta colpendo tutti i continenti, ma quello che rende più fragile gli africani rispetto agli europei o agli americani, è l’assenza di un mercato economico interafricano. Gli scambi tra regioni africane sono ancora troppo deboli, e questo limita fortemente la possibilità per i paesi fortemente vincolati alle esportazioni internazionali di ripiegarsi sui mercati africani per fronteggiare la crisi. L’Europa si è ricostruita nel Secondo dopoguerra attorno all’acciaio e al ferro, un processo di questo genere in Africa non è mai esistito. Ecco le ragioni della nostra fragilità.

Con quali le conseguenze sul piano sociale?
Contrariamente a quanto sta accadendo nei paesi occidentali o emergenti, in Africa non sono previsti licenziamenti di massa. Sebbene non possiamo avvalerci di stime sulla tendenza degli investimenti stranieri diretti, penso che gli investitori non abbandoneranno il continente. Certo, alcuni progetti come quello di Renault in Marocco rischiano di slittare, così come alcune iniziative portate avanti dai paesi del Golfo arabo in Tunisia, ma complessivamente i governi africani faranno molte pressioni affinché non ci sia una fuga di capitali. Detto questo, il vero problema è la spesa pubblica. Durante la crisi alimentare del 2008 i governi sono stati costretti ad attingere alle casse dello Stato con il risultato che oggi c’è un problema di liquidità. Non tutti però sono colpiti allo stesso modo. I paesi esportatori di petrolio come l’Angola, il Gabon o l’Algeria non sono ancora a rischio - il loro destino dipenderà dal crollo o meno del prezzo del barile nei prossimi mesi -, per altri invece, e mi riferisco ai paesi della fascia saheliana, si prospettano tempi molto duri. E in questi casi si sa che dovranno procedere a tagli pesanti nella spesa pubblica che andranno a colpire in primis i programmi socio-sanitari, con i rischi di malcontento sociale e di destabilizzazione politica che ne conseguono.

Il G20 ha promesso 25 milliardi di dollari da destinare a 27 paesi poveri, in maggioranza africani. Basterà?
Non credo. Ma quella del G20 rimane comunque una buona notizia.

Eppure alla vigilia del Summit i governi africani avevano chiesti 50 miliardi…
In realtà l’Africa si è di nuovo presentata in ordine disperso. Da un lato il Sudafrica, dall’altro il Nepad, poi l’Unione africana… A dire il vero, l’unico piano africano presentato a Londra è stato quello del Fondo monetario internazionale.

Che negli anni ‘80 ha invitato a politiche di aggiustamento strutturale che spesso hanno avuto effetti devastanti per l’Africa. E oggi molte Ong temono che la decisione del G20 di attribuire molto potere al FMI possa rendere più difficile la soluzione del problema.
Gli anni ‘80 sono lontani. Da allora, il Fondo è cambiato. Nell’ultima riunione che ha riunito a Dar-es-Salaam nel marzo scorso i responsabili del FMI, i ministri delle finanze africani e il settore privato, il direttore Dominique Strauss-Kahn ha fatto il mea culpa per il modo con cui l’istituzione finanziaria si era comportata nel passato. E il fatto che i nuovi prestiti abbiano tassi favorevoli è un buon segnale.

  • joshua.massarenti
  • Martedì 7 Aprile 2009

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