
Un criminale. Così la giustizia del paese di cui fu presidente, il Perù, ha giudicato Alberto Fujimori. L’ ex capo del governo peruviano dal 1990 al 2000 è stato condannato oggi per delitti contro i diritti umani, a 25 anni di carcere. “Delitti provati al di là di ogni dubbio ragionevole”, così ha commentato la sentenza il giudice della Corte suprema Cesar San Martin.
Fujimori, 70 anni, era accusato per le stragi di Barrios Altos e La Canuta, che causarono 25 morti tra il 1991 e il 1992, e per il sequestro di un giornalista e di un imprenditore nel ‘92. Il gruppo paramilitare Colina, autore materiale delle stragi, fu coperto e aiutato dal governo del presidente di origine giapponese.
Durante il suo lungo mandato Fujimori raggiunse alti livelli di popolarità per la sua guerra contro i gruppi terroristi di Sendero Luminoso e i Tupac Amaru: nel 1996 questi ultimi furono sterminati dopo che avevano tenuto in ostaggio per mesi alcuni diplomatici stranieri nella villa dell’ambasciatore giapponese. I suoi servizi segreti comandati da Vladimiro Montesinos si attirarono le accuse delle organizzazioni umanitarie internazionali per il loro mancato rispetto dei diritti umani. Fujimori li difese sostenendo che stava “governando dall’inferno”. Ma nel 2000 emersero numerosi scandali finanziari e casi di corruzione che lo costrinsero a lasciare il paese e rifugiarsi in Giappone per fuggire alla giustizia. Fu arrestato in Cile ed estradato nel 2005, poi ine però è stato condannato per gli atti del principio della sua lunga epoca di governo.
Adesso esultano Amnesty International e Human Right Watch per la fine del lungo processo, durato 15 mesi: “Non capita tutti i giorni di vedere un ex capo di stato condannato per violazioni dei diritti umani quali torture, sparizioni e sequestri di persona. Speriamo sia solo il primo di molti processi del genere in America Latina e nel resto del mondo” ha commentato l’osservatore di Amnesty Javier Zuniga. Esultano anche molti peruviani, ma almeno altrettanti sono invece sul piede di guerra: l’ex presidente, che ha subito presentato ricorso, può contare ancora su una buona popolarità. E sua figlia Keiko è una parlamentare in piena ascesa (è stata la più votata alle elezioni del parlamento nel 2006) e potrebbe sfruttare la condanna del padre come una persecuzione politica. La donna era presente in tribunale durante la lettura della sentenza- ha definito la decisione della sala penale speciale della Corte suprema peruviana ”un verdetto di odio e di vendetta”, annunciando che ”i fujimoristi non resteranno con le braccia incrociate”.
”Scenderemo in piazza per difendere il miglior presidente che abbia avuto questo paese, l’uomo che ha salvato il Perù dal terrorismo”, ha detto Keiko. Il procuratore capo peruviano, Josè Pelaez Bardales, ha detto da parte sua che la condanna di Fujimori costituisce ”un trionfo per la giustizia e il rispetto dei diritti umani”, attraverso ”una sentenza contundente e dotata di fondamento, alla quale sarà difficile controbattere”. Ora si teme un crescere della tensione che possa degenerare in scontri di piazza. Il presidente attuale del Perù, Alan Garcìa Perez, ha rivolto alla popolazione un appello alla calma.
- Martedì 7 Aprile 2009

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