- Tags: Barack Obama, cuba, fidel castro
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“Dell’embargo, che è il più crudele dei mezzi di pressione contro il nostro popolo, non ha detto una parola”. Fidel Castro liquida così, con una lettera inviata al sito ufficiale Cubadebate, l’apertura verso Cuba di Barack Obama che ha annunciato lunedì 13 la revoca di alcune restrizioni ai viaggi e alle rimesse che i cubano-americani (un milione e mezzo) inviano ai loro parenti nell’isola caraibica. Una decisione che rappresenta, per la maggioranza della stampa internazionale, una dei passi più significativi verso il disgelo ma che comunque non soddisfa il Lìder Màximo. ”Cuba ha resistito e resisterà ancora”, scrive Fidel. “Non tenderà la mano per chiedere l’elemosina. Andrà avanti con la testa alta”.
La decisione di Obama ha una logica: rendere il popolo cubano “meno dipendente dal regime castrista”. In particolare il via libera per investire a Cuba per le aziende di telecomunicazioni Usa - un’altra apertura di Obama - ha l’obiettivo di “aprire un flusso di informazioni” nei confronti dell’isola per favorire la transizione democratica. Ma per una revoca totale dell’embargo Usa a Cuba in vigore da 47 anni, secondo l’Amministrazione Usa, ci dovranno essere progressi significativi verso la democrazia. Che finora non ci sono stati, nonostante i timidi segnali di apertura lanciati da Raul Castro in ambito economico e la maggior mitezza del regime quando si tratta di incarcerare i dissidenti (come insegna il caso della blogger Yoani Sanchez). Intanto per la prima volta dal 1982, i cubano-americani saranno liberi di viaggiare tra gli Usa e Cuba. Inoltre la direttiva ai Dipartimenti di Stato, del Tesoro e del Commercio elimina ogni restrizione all’invio di denaro dagli Usa ai parenti residenti a Cuba e allenta le limitazioni all’invio di altri beni. Resta certo il divieto di regali per gli alti funzionari del governo e del Partito Comunista. Anche la reazione dei dissidenti interni di Cuba, che hanno parlato di notizia “eccellente”, lascia sperare che per le relazioni tra gli Usa e Cuba possano essere diverse dal muro contro muro dei decenni passati.
Oggi la lettera di Fidel. Che è stata di chiusura ma senza alcuni eccessi retorici del passato. Cuba ”non accusa Obama delle atrocità commesse da altri governi degli Stati Uniti” e non dubita della ‘’sua sincerità e della sua volontà di cambiare la politica e l’immagine degli Stati Uniti”, ha scritto Castro. E, afferma l’ex presidente cubano, ora ”ci sono le condizioni perché Obama sfrutti la sua capacità a condurre una politica costruttiva per porre fine a quella che e’ fallita per quasi cinquant’anni”. Ma l’avvertimento è chiaro. Finché rimarrà l’embargo l’isola di Cuba (e il suo regime) continueranno a resistere. Ovvero a rifiutare quelle aperture democratiche che da anni gli chiedono tutte le amministrazioni americane che si sono succedute.
- Martedì 14 Aprile 2009
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Commenti
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Il 14 Aprile 2009 alle 14:15 vincenzoaliascontadino ha scritto:
Ha ragione Fidel Castro! Obama se era più umano doveva fare l’embargo con la “famiglia Kompagnuzza Castro” vale a dire; con un bliz internarli a Quantanamo! Poi se possibile per i Marx leader Cinesi, Coreani, Iraniani e Siriani: il mondo gioirebbe di più pace e Democrazia! Ovvio e retorico affermare che sarebbero associati ad Al Qeada, Hamas e Hezbollah con qualche “ Italianuzzo ” anche se, diventato libero e “ Onorevole! “ Invece, si vede che terroristi condannati per uccisioni a soli 12 anni e sono liberi! Chiedetevi: Quanti a Castro per segregazione di un intero Popolo? Sappiate che non parlo a vanvera datosi che ho indagato per giorni all’Avana! vincenzoaliasilcontadino@virgilio.it Matera.
Il 18 Aprile 2009 alle 12:11 Gli Usa guardano a Sud: da Obama a Castro (Raùl) apertura ricambiata » Panorama.it - Mondo ha scritto:
[...] Niente più “puzza di zolfo“. Hugo Chavez stringe la mano a Barack Obama. Il presidente venezuelano, che ha fatto dell’antiamericanismo uno dei suoi cavalli di battaglia e aveva definito George Bush “il diavolo” sembra adeguarsi al nuovo corso della politica estera Usa. Ma a Port of Spain, Trinidad e Tobago, dove si svolge il “Summit delle americhe”, l’attenzione non è rivolta al primo incontro di Barack Obama con i 33 leader centro e sudamericani, ma al “convitato di pietra”, ovvero Cuba. Esclusa da questo tipo di incontri dal 1962, l’isola è al centro dei discorsi delle delegazioni diplomatiche. Effetto dell’apertura di Obama e delle dichiarazioni di ieri di Raùl Castro, che a differenza di quanto aveva detto suo fratello Fidel, si è espresso positivamente sull’allentamento di alcuni vincoli dell’embargo statunitense su Cuba (maggiore possibilità di viaggiare verso l’Avana e di inviare denaro dagli Stati Uniti). Non solo, l’attuale presidente dell’isola si è detto disposto a parlare con gli uomini di Obama “di tutto, diritti umani e prigionieri politici compresi”. Una dichiarazione subito ripresa dal segretario di Stato americano Hillary Clinton: “Abbiamo visto i commenti del presidente Raul Castro” ha detto l’ex first lady, “e salutiamo le sue dichiarazioni e l’apertura che rappresentano. Stiamo studiando molto seriamente quella che sarà la nostra risposta”. La Clinton ha poi ribadito che considera “fallimentare” l’embargo citando il senatore repubblicano Richard Lugar. Nel suo discorso al summit, Obama ha chiesto ai leader latinoamericani presenti - dal brasiliano Lula, al messicano Felipe Calderon e il venezuelano Hugo Chavez - di non incolpare gli Usa ‘’per ogni problema sorto nell’emisfero’’. Non sono solo gli Stati Uniti ‘’a dover cambiare, tutti noi abbiamo delle responsabilità rispetto al futuro’’ - ha osservato il presidente Usa, offrendo nel contempo alla regione latino-americana ‘’un dialogo fondato sul rispetto reciproco di valori condivisi’’ in cui non ci siano ‘’partner di prima o di seconda categoria’’. LEGGI ANCHE: La sfida di Obama in America Latina: arginare la Cina [...]
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