Il futuro dell’India è oggi nelle mani di 714 milioni di elettori che, giovedì, saranno chiamati a eleggere, in 543 diversi collegi, un numero equivalente di parlamentari facenti capo a tre schieramenti: l’Alleanza progressista unita (Upa), l’Alleanza nazional-democratica (Nda) e il “terzo fronte”, progressista. Si tratta di elezioni estremamente delicate, che affideranno al vincitore l’onere di risolvere quei problemi economici strutturali cui l’amministrazione Singh non è riuscita a far fronte, recentemente aggravati dalla crisi finanziaria internazionale e, politicamente, di gestire una serie di alleanze trasversali in una regione in cui la presenza della Cina diventa ogni giorno più preoccupante e in cui Nuova Delhi fatica a farsi riconoscere come attore globale.
L’Upa, la coalizione dello storico Partito del Congresso guidato da Sonia Gandhi, ricandida il Premier in carica Manmohan Singh. L’Nda, coalizzato attorno al conservatore indù Bharatiya Janata Party (Bjp) o Partito del Popolo indiano, schiera invece Lal Krishna Advani, attualmente leader dell’opposizione e già vice Primo Ministro dal 2002 al 2004 durante il governo Vajpayee. Infine, il “terzo fronte” è composto da quei partiti di sinistra che si sono ritirati dalla coalizione di maggioranza poichè contrari all’accordo sul nucleare civile che Singh ha concluso con l’ex presidente americano Bush e da gruppi regionali disposti a farsi rappresentare da Kumari Naina Mayawati, la fuori casta che si è fatta le ossa guidando per ben quattro mandati l’Uttar Pradesh, lo Stato più popoloso del Subcontinente. L’India Daily l’ha definita l’Obama indiano, il personaggio politico chiave in grado di portare anche in India un’ondata di cambiamenti sociali simile a quella che ha travolto l’America.
E in effetti non sono in pochi ad essere convinti che l’India abbia bisogno di rinnovarsi. Manmohan Singh, noto anche come il leader delle riforme, è sotto accusa per non aver ottenuto risultati significativi dal punto di vista del potenziamento delle infrastrutture e degli investimenti per rilanciare la produzione industriale nazionale. Il Bjp, sfruttando l’onda degli attentati di Mumbai, lo ritiene responsabile per non essersi impegnato abbastanza nella lotta al terrorismo. La Mayawati, invece, in Uttar Pradesh ha progressivamente ampliato i suoi consensi grazie a una piattaforma riformista dal punto di vista sociale con cui ha migliorato le condizioni di lavoro creando occupazione e non solo distribuendo sussidi. E in un momento in cui sulle carenze strutturali del Paese pesa anche la crisi economica, chi è riuscito ad ottenere risultati concreti potrebbe guadagnare consensi quanto meno dal punto di vista dell’affidabilità. Al momento pochi analisti si sbilanciano nelle previsioni. Resta comunque difficile immaginare che emergerà una coalizione forte, ma non impossibile che nel gruppo cui verrà affidato il governo della più grande democrazia del mondo il “terzo fronte” ricopra un ruolo significativo. Per saperlo, bisognerà aspettare il 16 maggio: per questioni logistiche gli indiani si presenteranno alle urne in cinque diverse date: 16, 23 e 30 aprile e 7 e 13 maggio. E solo dopo la chiusura di tutti i seggi inizierà il conteggio delle schede.
- Martedì 14 Aprile 2009

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