- Tags: pirateria, Somalia
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Il summit internazionale convocato dalle Nazioni Unite il 23 aprile e che vedrà una trentina di Paesi discutere di lotta alla pirateria dovrà innanzitutto prendere atto del fallimento delle iniziative messe in campo finora dalla comunità internazionale limitate a estenuanti improduttivi pattugliamenti condotti in un vastissimo specchio di mare da due dozzina di navi di tutte le principali marine.
Le flotte Nato e Ue alternatesi finora, la Task Force 151 a guida americana, la flotta francese dell’Oceano Indiano più navi cinesi, russe, indiane, malesi, iraniane e sud coreane non sono riuscite a impedire ai pirati somali di sequestrare l’anno scorso 42 navi incassando riscatti per 120/150 milioni di dollari. L’inconsistenza della risposta della comunità internazionale, ben rappresentata dagli interventi di elicotteri e navi da guerra che quasi mai hanno aperto il fuoco sui pirati, ha galvanizzato i filibustieri somali che da gennaio hanno già catturato 20 navi e 350 marinai con incursioni che hanno registrato un netto aumento nelle ultime settimane grazie alle perfette condizioni meteo.
Dopo i blitz della scorsa settimana effettuati dalle forze speciali francesi e statunitensi alcuni Paesi sembrano determinati a usare il pugno di ferro per “porre fine alla diffusione della pirateria in Somalia” come ha annunciato il giorno di Pasqua Barack Obama. Gli Usa e la Gran Bretagna stanno concentrando nel Golfo di Aden ingenti forze da sbarco con due portaelicotteri e 3.000 fanti di marina che si aggiungono alle truppe francesi e americane già schierate a Gibuti. Sul piano concreto esiste un’evidente spaccatura tra l’esigenza immediata di riportare l’ordine nelle acque somale ripristinando la libera navigazione e le aspirazioni dell’Onu che punta a risolvere prima il problema dell’anarchia che domina la Somalia rafforzando il governo di transizione somalo e l’inconsistente missione Amisom dell’Unione Africana.
Una posizione, sostenuta da molti Paesi europei, che sembra però anche un alibi dal momento che nessuno in ambito Ue sembra disposto a farsi coinvolgere con proprie truppe nella pacificazione della Somalia. Anche le operazioni punitive nei confronti dei pirati sembrano incontrare poco entusiasmo tra i Paesi che hanno varato la missione europea Atalanta eccezion fatta per britannici e soprattutto francesi distintisi non solo in di raids per la liberazione di ostaggi ma anche per la cattura in mare di diversi pirati poi consegnati alle autorità kenyane.
Sul piano del diritto internazionale i raids contro le basi dei pirati possono essere condotti da tutti i Paesi come prevede la Convenzione Internazionale di Montego Bay del 1982
e la Risoluzione 1851 dell’Onu approvata nel dicembre scorso che consente di penetrare nello spazio aereo e sulle coste somale. Blitz militari sollecitati inoltre dal governo di transizione somalo e da quello del Puntland, territorio non riconosciuto come stato a livello internazionale ma sul quale hanno sede la gran parte delle bande di pirati.
Non c’è nessun ostacolo militare o giuridico a colpire i criminali del mare. Manca solo la volontà politica. Si continua intanto a trattare per la liberazione del 16 marinai (10 italiani) del rimorchiatore Buccaneer detenuti nei pressi di Lasqorei, sulla costa del Puntland. Alla vicenda si sono interessate anche le autorità locali e sulla possibilità di una soluzione della vicenda a Roma si nutre un cauto ottimismo. Secondo testimoni oculari i marinai italiani si trovano a bordo del Buccaneer e noin hanno subito maltrattamenti.
- Giovedì 16 Aprile 2009

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Il 18 Aprile 2009 alle 11:07 “Fare la guerra ai pirati somali? Sarebbe un boomerang” » Panorama.it - Mondo ha scritto:
[...] LEGGI ANCHE: Perché sta fallendo l’Operazione anti-pirateria [...]
Il 21 Aprile 2009 alle 23:07 “Fare la guerra ai pirati somali?....... - Nuove Tecnologie Multimediali ha scritto:
[...] “Fare la guerra ai pirati somali?……. “Fare la guerra ai pirati somali? Sarebbe un boomerang” LEGGI ANCHE: Perché sta fallendo l’Operazione anti-pirateria Trattare con i pirati? Assolutamente sì, perché loro si considerano dei Businessmen, degli “Uomini di Affari” che catturano una nave solo per “rivenderla” al proprietario. Stephen Askins è un ex marine della Royal Navy che, dopo aver speso diversi anni in giro per il mondo al servizio di Sua Maestà Britannica, è diventato “associato” dell’Ince & Co, uno dei più importanti studi legali internazionali, specializzati in diritto marittimo, con sedi a Londra, Dubai, Hong Kong, Amburgo. Lui è il massimo esperto di pirateria del mare di questa società, chiamata in causa da armatori, assicurazioni, ma anche da governi per avere consulenze in caso di sequestro di una imbarcazione. Askins risponde alle domande sulla strategia da adottare per debellare il flagello della “Moderna Pirateria”. E sull’opportunità di negoziare con i rapitori, risponde in modo netto: “In genere, le trattative vanno a buon fine. Durano alcune settimane, a volte solo giorni, ma il fatto che gli equipaggi delle navi sequestrate siano disarmati e che, quindi, non ci siano scontri a fuoco, rende questi episodi più facili da chiudere”. L’ex marine non vuole parlare di casi specifici, come quello che riguarda il Bucaneer, il rimorchiatore italiano catturato alcuni giorni fa, con i sui 16 membri d’equipaggio, tra cui 10 connazionali, e portato, scortato da tre imbarcazioni piene di uomini armati alla fonda, al largo del villaggio di Lasqorey, nella regione autonomista somala del Puntland. Non vuole farlo, per motivi di riservatezza. Che in queste vicende è sempre ben gradita, come sembra indicare la prudenza con cui Stephen Askins parla di un argomento per lui assolutamente famigliare. Con la sua risposta, comunque, l’avvocato londinese sembra voler dire che il negoziato è la via maestra da seguire per riportare a casa “armi e bagagli”, navi e marinai. L’uso dei muscoli, il ricorso al blitz militare per liberare gli ostaggi, l’ipotesi di andare a colpire la basi dei pirati lungo la costa somala, come vorrebbero fare i governi degli Usa e della Gran Bretagna, potrebbero essere addirittura controproducenti. Creare ulteriori tensioni e violenze, in un’area i cui equilibri sono delicati e dove, come si sa, le spedizioni militari occidentali non hanno avuto mai troppo successo, potrebbe essere ancora più pericoloso per le sorti del commercio marittimo tra Asia e Europa. Anche perchè, sottolinea l’ex soldato ora uomo di legge, c’è il rischio che queste azioni facciano coalizzare gruppi di pirati che, allo stato attuale, invece sono in gara tra di loro per le prede. Questa collaborazione si è vista dopo l’intervento Usa contro i pirati che tenevano in ostaggio Richard Phillips, comandante della Maersk Alabama, liberato dai Navy Seals della U. S. Navy. Sia battelli del clan somalo degli Hawiye che imbarcazioni di un altro gruppo, quello dei Darod, hanno cercato di raggiungere il battello su cui era tenuto ostaggio il cittadino statunitense, per aiutare i quattro pirati, tre dei quali sarebbero poi stati uccisi nella sparatoria. “Si è trattato di un fatto abbastanza insolito”, dice Stephen Askins. Che aggiunge: “Io sono un avvocato e non uno stratega - dice - ma credo comunque che la soluzione della pirateria nel Golfo di Aden e nell’Oceano Indiano non passi attraverso “scontri” in mezzo al mare, ma risolvendolo alla radice, sulle coste somale, dialogando con i somali”. Per mettere fine allo stillicidio di sequestri. Realizzati da giovani tra i 17 e i 25 anni, cresciuti in un paese senza legge, povero e senza risorse, per lo più pescatori che hanno trovato nella pirateria la loro vera attività imprenditrice. Attività che andrà avanti anche nelle prossime settimane. Stephen Askins è disposto a scommettere che gli attacchi alle navi aumenteranno nei prossimi mesi, con la bella stagione. E questo anche se ci fossero degli attacchi militari contro le loro basi. “Anzi, ci saranno vendette contro le imbarcazioni americane o occidentali e verrano intensificati gli assalti se ciò avvenisse. Finora non è avvenuto che i sequestri finissero con la violenza. Spero che questa dinamica non cambi, anche se ci sono segnali, pericolosi, che la situazione possa diventare più calda”. Con questi pescatori - guerrieri, sembra suggerire l’avvocato londinese sarebbe meglio parlare, trattare e non fare sentire le armi. E’ quello che accadrà? __________________ Per visualizzare i link o le immagini nelle firme i tuoi messaggi devono essere 3 o più. Attualmente hai 0 messaggi. [...]
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