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Di Giampaolo Musumeci da Belfast
“Rebels 3–Brits 0″, “Ribelli 3–Britannici 0″. Due soldati e un poliziotto uccisi negli ultimi attacchi messi a segno dalle costole dell’Ira. È il nuovo graffito apparso vicino al Bogside, teatro della Domenica di Sangue del ‘72 a Derry. E allora quale pace? Nelle sei contee occupate/governate dal governo britannico, il fuoco cova ancora sotto la cenere. Tanto che almeno 60 uomini dell’Mi5, i servizi segreti di Sua Maestà, sono già schierati e operativi da tempo tra Belfast, Derry e Craigavon. Ora la morsa a tenaglia dell’intelligence si stringe attorno ai responsabili dei tre omicidi.
Ogni giorno perquisizioni e fermi nei dintorni della capitale: l’ultimo a finire in manette, poi rilasciato poi di nuovo arrestato è stato Collin Duffy, esponente di spicco del movimento repubblicano nordirlandese. Le leggi speciali antiterrorismo consentono alla polizia di trattenere e interrogare fino a 28 giorni i sospetti terroristi, senza formulare accuse a carico. “Siamo di fronte a una palese violazione dei diritti umani!” tuona William Ghallagher dell’Irsp, l’Irish Republican Socialist Party. E tutta la galassia repubblicana è preoccupata per il giro di vite di Londra.
Il sangue ha macchiato ancora le sei contee contese, stavolta Craigavon e Antrim, a nord ovest della capitale. I due attacchi sono stati firmati dalla Continuity Ira e dalla Real Ira, due costole dell’Irish Repubblican Army, l’esercito repubblicano irlandese che mira a unificare l’Isola verde sotto un’unica bandiera. Ora a Belfast, ma non solo, tutti si chiedono: “Che cosa accadrà?”. E, soprattutto, “Who’s next?” “Chi sarà il prossimo?”.
Le formazioni paramilitari unioniste filo-britanniche non hanno risposto. Per ora. Già all’indomani del primo attentato, però, c’erano state le prime riunioni ristrette. Nessuna risposta, nessun ritorno alla violenza. “Vogliamo la pace, non vogliamo tornare indietro” dicono tutti a Shankill, quartiere orangista a Belfast. E poi, non che manchino i problemi. A Belfast si sfiora un tasso di disoccupazione dell’80%. I giovani non vedono sbocchi per il futuro. Il lavoro non si trova.
Per questo si guarda preoccupati al rigurgito di violenza. C’è chi lo attribuisce proprio al sempre più forte disagio sociale causato dalla crisi economica. Ma in realtà c’è di più. Alcuni analisti sostengono che le operazioni militari delle costole dell’Ira ancora attive, la Real Ira e la Continuity Ira, sono ricominciate perchè a Belfast e dintorni erano tornati gli uomini dei servizi segreti britannici. C’è chi invece, come i responsabili del movimento 32 County Sovereignity Movement (32Csm) di Derry, afferma che “gli attacchi contro gli occupanti non si sono mai fermati” e che anzi “sono inevitabili”. Solo, gli ultimi, però, hanno raggiunto lo scopo.
A Craigavon e a Lurgan, la gente non parla volentieri. Quelli che lo fanno, pochi, dicono di volere la pace. Ma i murales repubblicani, famoso termometro della politica da queste parti, dicono altro. E poi si fanno sempre più strada i gruppi che all’interno della galassia repubblicana si scagliano apertamente contro gli accordi di pace, giustificano la resistenza armata e attaccano lo Sinn Fein di Gerry Adams, che fino a pochi anni fa era il braccio politico dell’Ira. E che oggi invece, per bocca dell’ex capo militare e oggi vicepremier Martin McGuinnes, chiama “traditori” gli ex-compagni di lotta, chiedendo di aiutare la polizia e l’esercito di Londra nella ricerca dei responsabili di Rira e Cira. Per i repubblicani “duri e puri” equivale alla delazione bella e buona.
Ma chi c’è dietro a sigle di partiti o movimenti che in questo momento stanno accogliendo l’emorragia dei tanti delusi di Adams? 32 County Sovereignity Movement, Irish Republican Socialist Party, Repubblican Sinn Fein, Repubblican network for unity. Tante sigle che, in diversi modi, definiscono “inevitabili” gli assalti armati contro i soldati di Sua maestà. O parlano di errore nella tattica di lotta armata in questo preciso momento storico. Una galassia repubblicana frammentata che alle urne conta poco, ma che si fa sentire. E che è un termometro del disagio sociale, delle frizioni, delle tensioni che ancora agitano l’Irlanda del Nord e Belfast. Troppi nodi irrisolti, troppe divisioni, troppo settarismo. E la mano dura di Londra non aiuta di certo.
- Giovedì 16 Aprile 2009

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