
La pittrice iraniana uccisa tramite impiccagione
Porteranno fiori bianchi davanti alle ambasciate iraniane per ricordarla; per protestare contro quello che hanno definito un “crimine, un oltraggio”: l’impiccagione della pittrice iraniana Delara Darabi (guarda i suoi QUADRI), 23 anni, uccisa il primo maggio scorso, nella prigione di Rasht, condannata a morte per un delitto compiuto (di cui però lei si era dichiarata poi innocente) all’età di 17 anni, quando era minorenne.
Impiccata, inoltre, nonostante il capo dell’apparato giudiziario, l’ayatollah Mahmud Hashimi Shakrudi, avesse concesso un rinvio di due mesi dell’esecuzione. Amnesty International ricorda così questa ragazza dal volto magro e affilato, le cui foto hanno fatto il giro del mondo. Come il racconto delle sue ultime ore di vita, la telefonata ai genitori, l’urlo dentro la cornetta “aiutatemi, mi impiccano tra pochi secondi…”; la scelta delle autorità del carcere di non avvertire 48 ore prima, come invece prevede la legge, l’avvocato del condannato a morte.
Il figlio della vittima di quella sfortunata rapina, che commise con il suo ragazzo, all’epoca 19 anni, la mattina di sei giorni fa, le ha messo il cappio attorno al collo, non accettando fino alle fine le implorazioni di Delara di perdonarla, lei che aveva accettato tutte le condizioni per evitare la morte: riconoscersi colpevole e cambiare avvocato. “L’omicidio di Delara Darabi è soltanto l’ultimo atto della politica di un regime brutale, barbaro nei confronti delle donne e dei loro diritti” dice Diana Nammi, la fondatrice e la direttrice dell’Iranian and Kurdish Women’s Right Organization, un’associazione di esuli iraniani impegnata nelle lotta per i diritti delle donne, con base a Londra. Veterana delle campagne internazionali, come quella che ha organizzato contro l’impunità nei confronti dei delitti d’onore in alcuni paesi, Diana Nammi parla con tono indignato dell’esecuzione della giovane pittrice iraniana.
“Io sono contraria alla pena di morte. E quello che succede in Iran è ormai una consuetudine brutale. Persone, anche donne e giovani minorenni, condannati al patibolo senza un processo equo. Lapidate in base alla legge coranica per cose considerate reato come l’adulterio”. L’uccisione di Delara Darabi, con quelle modalità, quella mancanza di pietà, senza il minimo rispetto per le regole, per Diana Nammi, sono un messaggio a tutta la popolazione iraniana, in particolare alle donne. E ai giovani, che sono la maggioranza della popolazione. E’ il segnale - lanciato ai settori più fondamentalisti - che il regime non intende scendere a compromessi, non vuole aperture. “Ma soprattutto che i diritti umani non hanno spazio in quel Paese. Chi, in Iran, può essere stato felice della morte di quella ragazza, di quella pittrice così piena di talento, i cui quadri esprimevano tutta la sua sensibilità? Nessuno, se non chi detiene il potere” dice con un sospiro la direttrice di IKWRO. Che rilancia la sua denuncia contro il regime degli Ayatollah. “I prigionieri politici, gli oppositori incarcerati vengono regolarmente torturati - racconta Dianna Nammi. “Le esecuzioni sommarie sono all’ordine del giorno. Avete visto che al governo di Mahmoud Ahmadinejad non hanno fatto alcun effetto le campagne internazionali per la liberazione di Delara. Eppure lei, era solo una giovane che aveva chiesto perdono, che voleva vivere”.
Quello di Delara Darabi è stato un caso che ha fatto il giro del mondo. Accanto al suo, ce ne sono altri che riguardano altre donne iraniane, le quali corrono il rischio di diventare, loro malgrado, vittime, martiri della violazione degli elementari diritti umani nel paese degli Ayatollah. Amnesty International qualche settimana fa ha lanciato un appello alle autorità di Teheran affinché la lapidazione fino alla morte di otto donne condannate per adulterio siano sospese. La risposta è stata l’uccisione, a colpi di pietre, di un uomo accusato dello stesso reato, mentre altri due giovani - 18 e 19 anni - arrestati e processati per reati compiuti da minorenni, rischiano l’impiccagione. E se queste ultime sono vicende poche conosciute (”le informazioni sono date con il contagocce sul destino di molti arrestati” - afferma Diana Nammi) accanto a loro, esiste un altro caso, che, invece, è sotto i riflettori internazionali: quello della giornalista irano-americano Roxana Saberi, condannato a otto anni di prigione per spionaggio. Settimana prossima ci sarà il processo di appello. La donna, dopo 14 giorni di sciopero della fame, è tornata ad alimentarsi. La sua vicenda è al centro dei rapporti tra Teheran e Washington. Una storia diversa rispetto a quella (tragica) di Delara Darabi. Ma in fondo simile. Un’altra donna che rischia di diventare (suo malgrado) un simbolo nell’Iran degli Ayatollah.
L’impiccagione di Delara Darabi
- Mercoledì 6 Maggio 2009
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