- Tags: calais, francia, immigrazione-europea, migranti
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Testo e foto di Giampaolo Musumeci
La “jungle” non è l’unico lato nascosto di Calais. E nemmeno il più eclatante. Forse è solo quello più drammaticamente evidente. A poche centinaia di metri dalla stazione ferroviaria, in zona semicentrale, c’è una vecchia area industriale dismessa. Un grosso capannone in legno che ospita, in media, trecento africani, quasi tutti eritrei e somali. Uomini, donne e bambini che dormono su materassini e sacchi a pelo e letti di fortuna, sopra un cumulo di immondizia che trasborda dalle fondamenta dell’edificio. Accendono i fuochi per scaldarsi e cucinare dentro all’ex fabbrica. L’odore è a tratti insopportabile. Ecco, benvenuti all’African House.
Questa è la parte nera di Calais, la parte africana che è rigorosamente separata da quella abitata dagli afghani o dagli iracheni. Qui non è difficile sentir parlare italiano. Roben è eritreo, ha 24 anni, ed ha vissuto in Italia per due anni, a Roma. Ha in mano un permesso di soggiorno per asilo politico. Che non gli è servito a molto perché non è riuscito a trovare uno straccio di lavoro nella Capitale. Ora vuole tentare la fortuna in Inghilterra, ma è già sei mesi che è qui a Calais.
Anche Jonas vuole raggiungere la Gran Bretagna. Ma è senza documenti. Così, quando ogni giorno, al mattino e alla sera, la polizia francese irrompe nella fabbrica per i consueti controlli, è uno dei primi a fuggire. Non sempre la polizia preleva migranti per l’identificazione. Ma quando lo fa, per loro, sono dolori. In base alla circolare “Dublino2” la richiesta di permesso di soggiorno va fatta nel primo paese in cui avviene l’identificazione del migrante. E se sorpreso in un altro paese europeo, deve essere rispedito lì. Per questo, essere identificati qui in Francia significa legare il proprio futuro, nel bene e nel male, al paese transalpino. E per chi vuole andare in Inghilterra, magari a raggiungere amici o familiari, equivale a una tragedia. Anche qui nell’African House, come nella “jungle” il tempo scorre lentissimo. Si gioca a calcio nel piazzale antistante alla fabbrica, si attende l’orario dei pasti caldi che le associazioni come “Salam” garantiscono ai migranti. Un altro edificio più piccolo, a fianco al grosso capannone, anche quello è occupato dagli africani. Fra loro, anche qualche nigeriano. Per andare a vedere dove vivono, si fa per dire, bisogna arrampicarsi su quello che era una volta il primo piano dell’edificio. Una scala vecchia e mezza marcia mi consente, con difficoltà, di arrampicarmi.
Al piano superiore, l’odore di rifiuti è meno forte e si confonde con quello di Zighnì, l’inconfondibile piatto tipico eritreo. Ci sono alcune donne che cucinano su un fornelletto a gas. Altre riposano su vecchi materassi. Un gruppo di ragazzi, invece, si sta vestendo. Sono le 18, è ora di andare. Perché anche qui, all’African House, tutti attendono le partenze dei traghetti per Dover.
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- Giovedì 7 Maggio 2009

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Commenti
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Il 7 Maggio 2009 alle 11:20 Chiude il campo di Calais, l’ultima spiaggia dell’immigrazione » Panorama.it - Mondo ha scritto:
[...] LEGGI ANCHE: l’African House, l’altra faccia di Calais - Le rotte dell’immigrazione dall’Africa calais: le news in tempo reale (fonte Google News)Tribute paid to Calais firefighter - Bangor Daily NewsCalais man charged with failing to register as 1989 sex offender - Bangor Daily NewsMigrants almost burned to death by acid in Calais tanker - Telegraph.co.ukChannel Tunnel marks 15th anniversary _ in black - The Associated PressUK border guards catch stowaways - BBC News [...]
Il 19 Gennaio 2010 alle 18:34 Amministrative in Francia: voto agli immigrati? - Mondo - Panorama.it ha scritto:
[...] uomo di ferro, quello del recente sgombero delle centinaia di profughi afgani dalla “giungla” di Calais (i cui frutti sono ancora tutti da apprezzare), si era detto favorevole al dibattito di una proposta [...]
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