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Contribuire al progresso di pace in Medio Oriente, liberare dai malintesi il dialogo con gli ebrei e con i musulmani, incoraggiare la minoranza cristiana a non abbandonare i Luoghi Santi. Così Benedetto XVI, incontrando i giornalisti in aereo, ha riassunto i tre obiettivi del difficile viaggio che, dall’8 al 15 maggio, lo porta in Giordania, Israele e nei Territori palestinesi. Un viaggio che ha rischiato di saltare dopo il conflitto di Gaza a Gennaio, ma che il Papa ha fortemente voluto nonostante le incognite diplomatiche e le resistenze degli stessi cristiani che vivono in Terra Santa. Ecco il testo integrale del colloquio del pontefice con i giornalisti.
Santità, questo viaggio avviene in un periodo molto delicato per il MedioOriente. Vi sono forti tensioni. In occasione della crisi di Gaza si eraanche pensato che Lei forse vi rinunciasse. Allo stesso tempo, pochigiorni dopo il suo viaggio, i principali responsabili politici di Israelee dell’Autorità Nazionale Palestinese incontreranno anche il presidenteObama. Lei pensa di poter dare un contributo al processo di pace che ora sembra arenato?
Sicuramente, cerco di contribuire alla pace non come individuo ma in nome della Chiesa cattolica e della Santa sede. Noi non siamo un potere politico ma una forza spirituale e questa forza spirituale è una realtà che può contribuire a far progredire il processo di pace. Io vedo tre livelli. Il primo è che siamo convinti che la preghiera è una vera forza, apre il mondo a Dio e siamo convinti che Dio ascolta e puòagire nella storia. Se milioni di credenti pregano è realmente una forza che influisce e può contribuire a costruire la pace.
C’è poi un secondo punto: noi cerchiamo di aiutare nella formazione delle coscienze. Coscienza è la capacità dell’uomo di percepire la verità. Ma questa capacità è spesso ostacolata da interessi particolari. Liberare da questi interessi, aprire più alla verità per i veri valori è un impegno grande, un compito della Chiesa. Infine c’è un terzo livello di azione: parliamo alla ragione. Proprio perché non siamo una parte politica possiamo più facilmente, nella luce della fede, vedere i veri criteri, aiutare a capire quanto la fede contribuisce alla pace e appoggiare le posizioni realmente ragionevoli. Questo vogliamo fare anche adesso e in futuro.
Lei come teologo ha riflettuto in particolare sulla radice unica cheaccomuna cristiani ed ebrei. Come mai, nonostante sforzi di dialogo cisono stati malintesi? Come vede il futuro del dialogo tra le due comunità?
L’importante è che in realtà abbiamo la stessa radice, gli stessi libri dell’Antico Testamento, che sono sia per gli ebrei che per noi libri di rivelazione. Ma naturalmente dopo 2000 anni di storie distinte, anzi separate, non è da meravigliarsi che ci sono malintesi perché si sono formate tradizioni di interpretazione, di linguaggio e di pensiero molto diverse. Si è formato, per così dire, un “cosmo semantico” molto diverso cosicché le stesse parole significano cose diverse e dallo stesso uso di parole che nel corso di una storia hanno formato significati diversi nascono ovviamente malintesi. Dobbiamo fare di tutto per imparare l’uno il linguaggio dell’altro. Facciamo grandi progressi, oggi abbiamo la possibilità che i futuri insegnanti di teologia possono studiare a Gerusalemme nell’università ebraica e gli ebrei hanno rapporti accademici con noi. Così c’è un incontro di questi cosmi semantici diversi. Impariamo vicendevolmente e andiamo avanti nella strada del vero dialogo. Impariamo dunque dall’altro e sono sicuro e convinto che facciamo progressi e questo aiuterà anche alla pace anzi all’amore reciproco.
Ci sarà anche un messaggio comune che riguarda le tre religioni che sirichiamano ad Abramo?
Certo esiste anche un messaggio comune delle tre religioni e sarà occasione di ribadirlo nonostante la diversità delle origini. Abbiamo radici comuni perché come già detto il cristianesimo nasce dall’Antico Testamento e la scrittura del Nuovo Testamento senza l’Antico non esisterebbe, perché si riferisce in continuazione all’Antico. Ma anche l’Islam è nato in un ambiente dove era presente sia la legge dell’ebraismo sia diversi rami del cristianesimo, il giudeo-cristianesimo, il cristianesimo antiocheno e quello bizantino. Tutte queste circostanze si riflettono nella tradizione coranica. Perciò è importante avere da una parte i dialoghi bilaterali con gli ebrei e con l’Islam, dall’altra il dialogo trilaterale. Io stesso sono stato cofondatore di una Fondazione per il dialogo tra le tre religioni. Abbiamo anche fatto un’edizione dei libri delle tre religioni, il Corano, il Nuovo Testamento e l’Antico Testamento. Il dialogo trilaterale deve procedere: contribuisce alla pace e aiuta ciascuno a vivere bene la propria religione.
La diminuzione dei cristiani nel Medio Oriente e in particolare nella Terra Santa è un fenomeno preoccupante, con diverse ragioni di carattere politico, economico e sociale. Che cosa si può fare concretamente per aiutare la presenza cristiana nella regione? Ci sono speranze per questi cristiani nel futuro?
Certamente ci sono speranze. È un momento difficile, ma anche un momento di speranza di un nuovo inizio, di un nuovo slancio per la pace. Vogliamo soprattutto incoraggiare i cristiani in Terra Santa e in Medio Oriente a rimanere e contribuire a loro modo. Questi sono i Paesi delle loro origini e i cristiani sono componente importante della cultura e della vita della regione. In concreto la Chiesa oltre alla parola di incoraggiamento e la preghiera comune, promuove soprattutto scuole e ospedali. Sono realtà molto concrete. Le nostre scuole formano una generazione che avrà la possibilità di essere presente nella vita pubblica. In particolare stiamo creando un’università cattolica di Giordania. Questa università apre una grande prospettiva: giovani arabi musulmani e cristiani si incontrano e studiano insieme; si forma così un’élite cristiana preparata per lavorare per la pace. Le nostre scuole sono molto importanti per aprire il futuro ai cristiani. E gli ospedali per la salute offrono la loro presenza. Ci sono anche molte altre associazioni cristiane che aiutano in diversi modi i cristiani. Con aiuti concreti si incoraggiano i cristiani a rimanere. Spero che realmente i cristiani possano trovare il coraggio, l’umiltà e la pazienza di stare in questi Paesi, di offrire il loro contributo per il futuro del Medio Oriente.
LEGGI ANCHE: “Benedetto XVI inizia il viaggio di speranza” in Terra santa - Cronaca della prima giornata di viaggio
- Venerdì 8 Maggio 2009
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Il 8 Maggio 2009 alle 21:03 Benedetto XVI in Giordania chiede un’alleanza di civiltà tra Occidente e Islam » Panorama.it - Mondo ha scritto:
[...] E’ prudente il Papa quando, conversando in aereo con i giornalisti, passa in rassegna i temi della visita in Terra Santa . Un viaggio, tre Paesi (Giordania, Israele, Territori palestinesi) e tre religioni (musulmana, ebraica e cristiana) in appena una settimana (dall’8 al 15 maggio). Ma appena tocca terra ad Amman (scortato dagli F16 dell’aviazione giordana), il Papa lancia subito l’appello per una «alleanza di civiltà tra il mondo occidentale e il mondo musulmano» per smentire le «predizioni di coloro che considerano inevitabili la violenza e il conflitto». Le parole del Papa sono anche un modo per rafforzare il ruolo di Re Abdallah II che, sulla scia di suo padre Hussein I, è decisamente impegnato nel dialogo con i cristiani e nello sforzo di dare stabilità alla regione. Non è un caso infatti che il consigliere del re, il principe Ghazi bin Muhammad bin Talal, all’indomani della crisi provocata dal discorso del Papa a Ratisbona è stato promotore della Lettera intitolata “Una parola comune tra noi e voi”, firmata da 138 intellettuali musulmani, che ha contribuito a riportare il sereno nei rapporti islamo-cristiani. La prima tappa della visita ad Amman porta il Papa direttamente in contatto con la gente. Benedetto XVI si reca infatti al Centro Regina Pacis che accoglie handicappati ed è sostenuto da cristiani e musulmani. Un piccolo bagno di folla nel vasto cortile del centro: canti, slogan, musica. Il Papa, anche se stanco del viaggio, non si sottrae a fare il giro della folla che lo attende per stringergli la mano. Un accoglienza festante e rumorosa da parte della piccola comunità cristiana di Amman (i cristiani sono appena il 2% della popolazione della Giordania) che fuga ogni perplessità che aveva accompagnato la preparazione di questo viaggio. Poi il corteo papale si sposta al palazzo reale. Qui al contrario l’atmosfera è quasi surreale: il Palazzo, che si affaccia sulla valle che guarda a Gerusalemme, è silenzioso, circondato dall’esercito e dalle forze speciali, la gente è tenuta lontana. Nell’ampio cortile vuoto, il Papa, alla presenza della sola guardia d’onore, viene accolto dalla famiglia reale al completo: re Abdallah II, la bella regina Rania e i loro quattro figli. Poi però l’atmosfera si fa più intima quando il pontefice e tutta la famiglia si trasferiscono nel salotto interno dove conversano per circa mezz’ora. Il Papa domanda ai reali dei loro studi compiuti all’estero e parla con i figli. Un colloquio informale che, in questo contesto, vale più di qualsiasi gesto diplomatico. [...]
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