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Save the children, 90 anni dalla parte dei bambini

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Save the children

La cena di alcuni piccoli ospiti nel centro gestito da Save the children a Ulan Bator, in Mongolia

L’Aquila: nella tenda di piazza d’Armi, triste circo di sfollati, Iacopo, bambino di 4 anni, si stringe alla madre per cacciar via la paura dagli occhi. “Il mio asilo si è rotto perché non c’era più colla” dice “ma adesso i pompieri lo riappiccicano e intanto giochiamo con le macchinette che certi signori ci hanno portato”. Loris gli dorme vicino con una giraffa azzurra, ogni tanto però il suo sonno si spezza e allora urla che il drago arriverà di nuovo dalla terra. La piccola Gloria, invece, vive nel campo tendato di Bazzano, a pochi chilometri dal capoluogo. Anche lei disegna con le nuove matite colorate, mentre racconta che “quella notte sono cascate le uova, i topolini e tutto”.

Bambini del terremoto. Bambini che, dopo lo schianto della terra, vedono il loro dolore consolato da angeli che curano le loro paure, inventano nuovi giochi, pensano agli studi. È la gente di Save the children, che, per prima, con la Protezione civile è arrivata all’Aquila per rendere giustizia a quell’urlo che guida da sempre il loro sogno: salvare i bambini.
“Veniamo da anni di emergenze” dice Filippo Ungaro, il primo di loro ad atterrare nella città distrutta, “il terrore non lascia mai i bambini sopravvissuti. Hanno visto ingoiare dalle macerie madri e amici, mentre il rifugio sicuro della casa si è frantumato. Allora diventa importante una cosa sola, aiutarli a ritrovare la normalità del vivere: le lezioni, i giochi e i sorrisi”. Così Ungaro e il suo gruppo di amici dei bambini hanno messo su classi improvvisate insieme ai maestri e agli psicologi dell’Aquila.
“Coinvolgere i professionisti dei luoghi feriti dalle catastrofi è nell’anima del nostro lavoro da sempre”: Valerio Neri, direttore di Save the children Italia, lo racconta circondato dalle ragazze del suo staff. “Medici e psicologi conoscono la realtà e i bambini meglio di chiunque. Ci permettono di continuare l’aiuto nel futuro e loro stessi, orfani del lavoro, si sentono importanti e utili”.
Save the children, madre universale dei piccoli figli del mondo, oggi la più grande organizzazione internazionale per la difesa dei diritti dei bambini, compie 90 anni. Dal 1919 li soccorre nelle emergenze, ma è anche la maestra delle loro scuole, il medico delle loro malattie e l’avvocato che chiede giustizia del loro dolore. Save the children c’è sempre: guerre africane, tsunami, cicloni, soccorso nei campi profughi sudanesi e pure palestinesi, nascita e rinascita di scuole in terre martoriate come l’Afghanistan, aiuto alla povertà del Sud America. C’è da chiedersi come fa. Ma a ogni soffio d’allarme la madre universale dei bambini allunga le braccia infinite arrivando in 120 paesi della Terra (con 28 organizzazioni nazionali e Save the children alliance, ong presso il Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite).
“La crisi di oggi creerà povertà orribili e i bambini saranno i primi a pagare” ricorda il presidente Claudio Tesauro “ma le vite dei più piccoli devono comunque guardare al futuro. Così i nostri sforzi saranno raddoppiati. La gente dovrebbe ascoltare di più i bambini e imparare dal loro candore e dal coraggio”.
Candore e passione, alquanto contagiosi, si respirano anche nella sede italiana della ong a Roma, formicaio attivissimo, fitto di ragazze. “Siamo 86 e, purtroppo per i maschi sopravvissuti, al 70 per cento donne” sorridono Giusy, Alessia e Daniela. Va bene, ma tra le mille cose belle fatte in questi 90 anni da quale cominciare? “Dall’ultima” rispondono e l’emozione corre nella stanza “cioè dalla nostra campagna globale intitolata Riscriviamo il futuro. Smentire un futuro cattivo già scritto per i bambini della guerra, andargli contro e riscriverlo illuminandolo. Perché, se è vero che l’educazione è un diritto quasi surreale davanti alla distruzione e all’orrore della guerra, è anche vero che Save the children, dal 2006, ha portato a scuola 6 degli 8 milioni di bimbi che vivono nelle zone di conflitto, guardando a un sogno vero: entro 3 anni tutti i piccoli dei 20 paesi più martoriati studieranno”.

Save the children

Una giovane afghana nella sua classe a Shomali Plains

“Studiare è il primo desiderio dei bambini nel mondo” ribadisce Valerio Neri “per noi la scuola non è solo sicurezza, ma anche un vero antidoto contro le trappole per i più piccoli. Un bambino che va a scuola non sarà alla mercè di disgraziati pedofili o di chi lo rapisce per farne un bambino soldato”.
Riscriviamo il futuro ha anche raccolto la commozione di stelle e di attori nel mondo. “Per l’Africa e tutti i paesi in via di sviluppo c’è una salvezza, quella di educare le nuove generazioni creando così le vere leadership di domani”: così pensa Rosario Fiorello, che con Andy Garcia, Sting, Valeria Golino, Julianne Moore e molti altri ha sposato questa battaglia della scuola nel mondo. Lavoro immenso e infinito che ha voluto dire convincere governi e partner locali, coinvolgere l’Onu, formare 25 mila insegnanti, infine costruire 1.000 aule e ricostruirne 778.
Ne sa qualcosa Amelie Reuterskiold, che parla dalle montagne aspre del Ruwenzori: da Gulu, in quel Nord Uganda macchiato dal sangue delle razzie del Lord resistence army, che ha bruciato le scuole elementari e insieme le illusioni degli africani. “Qui la pace è quasi più dolorosa del terrore” racconta Amelie “la gente è scappata dalle stragi, dalle scuole devastate e oggi, in quelle poche classi che restano, studiano almeno 100 alunni. Ho visto bambini scrivere sulle foglie di un banano. Altri mendicare un solo libro per non dimenticare come si legge. Così avevamo organizzato lezioni nei campi profughi. Oggi però i contadini vogliono tornare nei villaggi distrutti. Ma come lasciare nei campi figli piccolissimi? Dunque lavoriamo di notte per proteggere i bambini e di giorno per farli studiare”. Amelie è come gli altri 14 mila soldati d’amore di Save the children seminati nel mondo. “Dare la propria vita ai più piccoli sarà anche un po’ follia” diceva Madre Teresa “ma quella è di certo l’unica follia della felicità”.
E la felicità di Save the children non si arrende al buio. Così, per l’Uganda senza speranze, ecco partire nel 2008 un progetto che vedrà presto 3 mila bambini nelle classi e due scuole ricostruite, con corredo di libri, banchi e armadi. Il sogno contro l’impossibile. Anche nello Sri Lanka del dopo tsunami il ministero dell’Educazione è stato aiutato a compilare programmi scolastici, comprensivi di istruzioni alla sopravvivenza durante i disastri naturali. Ancora: in Colombia 12 milioni di dollari sosterranno l’istruzione nel paese per quattro anni, grazie alla collaborazione tra Save the children, il governo canadese, quello colombiano e il Consiglio norvegese per i rifugiati. E in Afghanistan il ministero dell’Istruzione ha chiesto proprio a Save the children il primo piano nazionale per le politiche di educazione della prima infanzia.
Ma la madre universale non si ferma ai pur importanti banchi di scuola. Sa che i bambini sono bersagli di violenza più facile durante terremoti, diluvi e disastri. Così Save the children addestra i suoi per emergenze di tutti i generi, offre rifugi temporanei e kit medici. Struggenti i sorrisi delle bambine aiutate a rinascere dopo lo tsunami di Banda Aceh in Indonesia. “Sono affiorate dalle macerie delle case ma soprattutto da quelle del loro cuore” dice la psicologa che le cura.
E come quelle piccole grazie velate di bianco così milioni di bambini sono soccorsi, amati e protetti. Contro gli abusi sessuali, lo sfruttamento nel lavoro e le violenze del corpo. “Ma non dimentichiamo che oltre 9,2 milioni di bambini all’anno muoiono prima dei 5 anni per malattie molto facili da prevenire e da curare” avverte il direttore Valerio Neri, spiegando che l’Africa subsahariana (dalla Costa d’Avorio all’Etiopia, dal Malawi al Mozambico, dal Congo al Sudan meridionale) è un vulcano che ribolle di epidemie.

Save the children
Un bimbo del campo profughi di Bolengo, presso Goma, nel Nord Kivu

Aliciro, bambino triste di 2 anni, ha tatuata in faccia la storia di tutta questa tragedia africana. Vive nel villaggio di Megaza in Mozambico, dove il 20 per cento dei 243 mila abitanti è torturato dall’aids. Suo padre è morto che lui era ancora piccolissimo, così, secondo la tradizione, lo hanno tolto alla madre per darlo alla nonna paterna. “Senza madre e senza amore il bambino moriva di anemia e malnutrizione” racconta Neri. “Oggi è ricoverato in ospedale dove una squadra di nostri esperti lo cura e lo ama”.
Save the children delle magie. Perfino in Malawi, nei perduti distretti di Blantyre e Mangochi travolti dall’hiv, i suoi uomini sono riusciti a mobilitare comitati locali e 179 volontari per curare i malati gravi a casa. E in Libano, dove lavora dal 1949 nei campi profughi palestinesi, oggi Save the children affronta la sfida più commovente: curare con amore i bambini disabili.

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