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- Un commento

Medhani è in Italia dal 2004. Ha lasciato l’Eritrea perché contrario alla guerra - LEGGI ANCHE: Lo speciale migrazione
Testo e foto di Giampaolo Musumeci
Molti rifugiati scelgono come approdo le coste dell’Italia, quarto paese al mondo per numero di domande di asilo. Nel 2008, le richieste sono state 31 mila, il 75 per cento delle quali da migranti sbarcati nelle coste del Meridione. Molti migranti pensano che una volta ottenuto lo status di rifugiato possa iniziare una nuova vita. Ma non è così. O per lo meno lo è abbastanza raramente. La crisi economica che attanaglia l’intera Europa infatti non risparmia nessuno.
Sono in gran parte eritrei, ma anche etiopi, somali e sudanesi i circa 200 rifugiati e richiedenti asilo per motivi umanitari che hanno sfilato per le vie centrali di Milano. Secondo il leader della protesta, un eritreo di 37 anni, che si fa chiamare Paulus, il corteo è composto al 40% da rifugiati, molti dei quali sono in Italia da anni. Il resto sono richiedenti asilo. Quasi tutti sono arrivati via mare dalla Libia. “E’ meglio morire che vivere così, come animali - ha detto Paulus. “Noi veniamo dalla paura, abbiamo vissuto per anni nella paura e ora non abbiamo paura più di nulla”. Gli extracomunitari innalzano cartelli con scritte come ‘Il dormitorio è una prigione’ e ‘Venga rispettato il diritto all’asilo’. Nelle scorse settimane gli immigrati dal Corno d’Africa hanno rifiutato le sistemazioni proposte dal comune di Milano. Ecco tre storie di rifgugiati che vivono in Italia che abbiamo raccolto.

Mikies è un rifugiato di 21 anni, è eritreo e viene da Asmara dove ha lasciato i genitori, una sorella e un fratello. Da sei mesi è a Milano, da un anno in Italia. La sua casa ora è il Parco di Porta Venezia. Mikies, dopo aver lasciato la sua terra, ha vissuto la durezza della prigione libica di Kufrah, nel deserto, dopo essere stato catturato: “I poliziotti libici ci picchiavano, quasi tutti i giorni, uomini e donne, senza motivo”. Ha rischiato la vita durante il viaggio di tre giorni in mare alla volta di Lampedusa. “Sono partito perché volevo solo la libertà, ma ora vorrei una casa e un lavoro. Certo, in Norvegia e nei paesi del Nord Europa, essere rifugiati è un’altra cosa. Ti danno una casa e ti permettono di lavorare” dice.
Medhani ha 27 anni ed è di Asmara. È a Milano con la sorella e un nipotino di due anni. È in Italia dal 2004: “Ero un militare in Eritrea ma non volevo andare a combattere quella guerra. Se torno, mi sparano”. Non sa cosa fare: non trova lavoro, non trova casa. Una cosa è certa: di tornare indietro “non se ne parla nemmeno”.
Mukahmil ha 22 anni ed è etiope di Addis Abeba. “Sono in Italia da due anni e sette mesi. Sono riuscito a lavorare solo 5 mesi girando tra Verona, Trento, Bolzano, Roma e Milano. Facevo il magazziniere. Ogni giorno faccio chilometri per chiedere a tutte le agenzie interinali e cooperative se c’è un lavoro, ma nulla”. La sua storia è da brividi: “Ho passato due anni in prigione a Kufra senza poter comunicare coi miei familiari. Ero così debole e malconcio che non riuscivo nemmeno a camminare. Poi ho lavorato ancora a Kufrah e Bengasi per poter guadagnare i soldi per arrivare a Lampedusa. Alla fine sono stato tre volte nelle prigioni libiche. E l’ultima volta mi hanno rilasciato perché ho pagato 400 dollari”.
- Venerdì 15 Maggio 2009
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Commenti
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Il 16 Maggio 2009 alle 22:25 marinero ha scritto:
QUANTO MI DISPIACE!!! POVERINI HANNO LASCIATO LA LORO TERRA ED HANNO RIFIUTATO LE SISTEMAZIONI OFFERTE LORO DAL COMUNE DI MILANO. PERCHE’ NON SE NE TORNANO IN MEZZO AI LEONI DELLA SAVANA!!!
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