Il risultato delle elezioni indiane ha lasciato sbalorditi politici ed analisti, ma per il Congresso il successo appena ottenuto non lascia spazio ai festeggiamenti: è già tempo di pensare al futuro. “L’elettorato indiano si è espresso in favore della continuità”, commenta Brahma Chellaney, Professore di studi strategici del prestigioso Centre for Policy Research di Nuova Delhi, “riconfermando la fiducia a Manmohan Singh, abbondantemente criticato dall’opposizione per aver fallito dal punto di vista delle riforme economiche, ma che, in realtà, nonostante la debolezza del suo governo, è riuscito arealizzare miglioramenti economici cauti ma progressivi. E in pochi si sono accorti che l’interesse centrale del premier fino ad oggi è stato quello di rafforzare la posizione dell’India in politica estera”.
Secondo Chellaney il risultato delle elezioni è stato in qualche modo scontato: “Il BJP (l’opposizione nazionalista indù, ndr) ha sfidato il Congresso parlando di un irrealistico sgravio fiscale accompagnato da un recupero di capitali indiani all’estero. E i partiti del Terzo Fronte (le sinistre comuniste ndr) si sono presentati come un’alternativa poco credibile su cui gli indiani hanno scelto di non puntare. I partiti regionali sono stati i più penalizzati, e la Mayawaty e la Jayalalitha (rispettivamente la leader intoccabile dell’Uttar Pradesh e quella del partito Tamil, ndr) non avranno nel prossimo Governo il ruolo forte che sognavano di ricoprire”.
Questo non significa che la squadra del Congresso avrà vita facile nel corso della nuova legislatura. “Sulla carta, il partito di Sonia Gandhi potrebbe cercare il sostegno del Terzo Fronte per garantirsi la maggioranza in parlamento. Ma l’esperienza insegna (il riferimento è all’accordo sul nucleare civile firmato da India e Stati Uniti nonostante il veto dei partiti comunisti, ndr) che l’appoggio dell’estrema sinistra -interno o esterno che sia- potrebbe diventare problematico nei momenti cruciali. Inoltre, cercare il sostegno del Terzo Fronte equivale ad assegnargli un ruolo che l’elettorato non ha voluto riconoscergli”. E secondo Chellaney nemmeno il BJP cercherà di allinearsi al Terzo Fronte, pena lo snaturamento dell’identità di entrambi gli schieramenti.
Tutto questo però significa che Manmohan Singh continuerà a guidare una coalizione debole. “Non solo”, puntualizza Chellaney, “nonostante fino ad oggi il Primo Ministro indiano sia riuscito ad ottenere una serie di risultati degni di nota, non va dimenticato che il vero centro del potere del Paese non sarà Singh ma Sonia Gandhi, che pur rimanendo dietro le quinte sta lavorando duramente per affidare al più presto la guida dell’India al figlio Rahul. Ecco perchè ritengo che non sia un caso che Singh, con i suoi 76 anni e uno stato di salute non troppo buono considerata la difficile operazione al cuore subita pochi mesi fa sia stato candidato per un secondo mandato”.
Tuttavia, sembra probabile che Sonia Gandhi conceda a Singh campo libero per lo meno in politica estera. “In India sono tutti d’accordo sul fatto che la Cina, grazie ad aiuti economici e militari senza precedenti, stia guadagnando consensi in tutta l’Asia del Sud. Il nuovo peso regionale di Pechino indebolisce significativamente Nuova Delhi, che da oggi dovrà adottare una diversa strategia per riscattarsi. Possibilmente in tempi brevi, altrimenti potrebbe essere troppo tardi”.
- Lunedì 18 Maggio 2009
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