
Non è stato un fallimento, ma la conferma che il dialogo tra il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente statunitense Barack Obama è (sarà) difficile, complicato, a volte aspro. Ma non impossibile. Il giorno dopo l’incontro a Washington, Peter Medding, politologo della Hebrew University di Gerusalemme, esperto e storico dei rapporti tra Israele e Stati Uniti, traccia un bilancio più positivo dell’attesissimo summit di quanto, alla fine, le posizioni espresse dai due nella conferenza stampa – apparentemente distanti – abbiano fatto intendere.
“Il meeting è stato più lungo del previsto, due ore. E già questo, per me, è stato un buon segnale” – dice Medding. “È stata una discussione franca, come si dice in diplomazia, durante la quale i due hanno cercato di capire bene cosa li divideva e cosa li poteva unire. A mio giudizio, è stato un incontro produttivo. Vediamo ora che tipo di risultati può portare”. Certo, le posizioni sono apparse distanti, soprattutto sulla questione palestinese. Il primo ministro israeliano non ha usato la formula “Due popoli, due stati”, mentre Barack Obama ha detto che gli Usa sono impegnati a raggiungere quell’obiettivo. “Comunque – afferma il docente universitario - Netanyahu si è detto disponibile a iniziare le trattative con i palestinesi. E ha ripetuto che che loro devono autogovernarsi. Certo, non ha parlato di uno stato sovrano. Ma, ha lasciato la porta aperta al dialogo con loro. Inoltre – prosegue - mi sembra che Obama abbia voluto legare il tema al piano di pace saudita, quello che prevede il riconoscimento di Israele da parte dei paesi arabi in cambio di un ritorno ai confini del ‘67 e all’accettazione di uno stato palestinese”.
In effetti, le parole di Peter Medding sono state confermate dallo stesso primo ministro israeliano, il quale, questa mattina, ha affermato che Barack Obama, presenterà presto un nuovo piano di pace per il Medio Oriente in occasione del discorso ai musulmani che il presidente americano pronuncerà in Egitto il prossimo 4 giugno. Secondo Netanyahu si tratta di una proposta “interessante”, che non coinvolgerà solo israeliani e palestinesi, ma anche diversi Stati arabi moderati della regione. Un piano mutuato da quello presentato dalla casa reale saudita e approvato dalla Lega Araba nel vertice di Beirut nel marzo del 2002. “Sì, direi che si tratta di un sentiero molto stretto sul quale devono camminare le diplomazie statunitense e quella israeliana, ma non impossibile da percorrere - aggiunge il politologo della Hebrew University.
“Nell’incontro di ieri, Barack Obama ha cercato di convincere Benjamin Netanyahu che quella è la strada da seguire, con forza, determinazione e coraggio. E il primo ministro di Gerusalemme gli ha esposto tutte le sue perplessità”. A dividere i due, anche la questione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania e la politica nei confronti di Gaza. Ma anche di questo, però i due hanno discusso “in modo franco”. Come hanno fatto anche dell’altro tema in agenda: l’Iran. Israele voleva un ultimatum da parte della Casa Bianca nei confronti di Teheran sulla questione atomica. Che non è stato lanciato. Netanyahu è rimasto deluso della parole del presidente Usa sul tema? “Al contrario, penso che lui sia stato molto più lieto della posizione espressa dagli Stati Uniti sull’Iran rispetto a quella enunciata sui palestinesi – risponde Peter Medding. “Obama non ha dato una vera e propria deadline, ma allo stesso tempo non ha neppure detto che parlerà con gli iraniani all’infinito. Ha affermato - aggiunge il docente universitario - che entro la fine dell’anno vuole andare a “vedere le carte” sul nucleare con l’Iran. E poi, ha aggiunto che nessuna opzione è stata tolta dal tavolo. Quindi, come ha interpretato Netanyahu, neppure quella armata per fermare la corsa all’arma atomica iraniana”. Il sentiero verso la pace in Medioriente è molto stretto, ma non è detto che Israele e gli Usa di Barack Obama non riescano a percorrerlo insieme.
- Martedì 19 Maggio 2009

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Il 19 Maggio 2009 alle 16:51 Hamas scettica su Obama: “Ci vuole ingannare” » Panorama.it - Mondo ha scritto:
[...] Il movimento integralista palestinese Hamas non crede a Barack Obama. Non crede che tra Israele e Usa possano aprirsi delle crepe, che il presidente americano sia davvero intenzionato a contrapporsi alla destra di Netanyahu e Lieberman, con la quale dovrà convivere almeno per 4 anni. “Le affermazioni di Obama e le espressioni di speranza hanno l’obiettivo di ingannare la comunità internazionale su tutto ciò che riguarda i comportamenti e l’esistenza dell’entità sionista razzista e radicale”, ha affermato Fawzi Barhum, un portavoce del movimento islamico. Le parole del presidente americano sono quindi “niente di più che un insieme di speranze su cui Hamas ha poca fiducia”. Gli islamisti al potere a Gaza rimproverano a Obama la mancanza di “azioni concrete e di pressioni sull’occupazione sionista”. Vince quindi, almeno a livello ufficiale, la linea dello scetticismo verso il presidente democratico. Nonostante l’incontro di ieri con il premier israeliano e la palese distanza di vedute sulla creazione di uno stato palestinese. Ma anche dentro Hamas c’è chi preferirebbe fidarsi e abbandonare l’ostilità preconcetta verso gli Stati Uniti: Ahmed Yussef, il consigliere diplomatico di Ismail Haniyeh (il vincitore delle elezioni palestinesi tre anni fa), ha detto oggi all’Ansa che considera positivamente la chiarezza di Obama sulla formula dei due Stati e la prossima visita del presidente Usa al Cairo “un ulteriore tentativo di riconciliarsi con il mondo islamico”. Ma nel movimento palestinese continua a prevalere un atteggiamento di chiusura, prova ne è il fatto che non sosterrà, come invece era sembrato dopo la fine delle azioni militari israeliane a Gaza, il governo dell’Anp che giurerà oggi a Ramallah davanti al presidente Abu Mazen, in cui metà dei ministri saranno esponenti di Al Fatah.Il dialogo tra le due maggiori formazioni rivali palestinesi dovrebbe riprendere, a quanto sembra, solo il prossimo luglio. [...]
Il 23 Maggio 2009 alle 22:20 shift ha scritto:
Divertente! Obama ha chiesto agli israeliani di continuare a fare da vittime, di continuare a sacrificarsi, in cambio di pure chiacchiere!
E’ da sempre che gli israeliani offrono la pace agli islamici, comunque si vogliano far chiamare o definire come nazione, ma è da sempre che gli islamici la rifiutano, tergiversano, e rompono gli accordi appena raggiunti.
Il motivo è semplice, ai cosiddetti “palestinesi” della “Pace” non glie ne importa un fico secco, vogliono solo distruggere Israele o sottometterla.
Non concedono niente e pretendono soltanto, se accettano qualche patto temporaneo è solo perchè al momento gli conviene, ma sono pronti a romperlo appena ne hanno le possibilità e la convenienza.
L’Iran agisce nella stessa identica maniera, visto che sono guidati tutti quanti dall’islamismo.
Obama non fa altro che creare altri guai ad Israele, ammesso che il governo israeliano si faccia convincere dalle sirene.
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