
Chi l’ha vista oggi, la descrive con lo stessa espressione determinata, sobria e carica di energia. Di sempre. Nonostante le porte del carcere si siano richiuse dietro di lei; nonostante, lei, rischi di rimanere prigioniera per altri anni. Nonostante tutto, è riuscita a sorridere alla trentina di diplomatici e alla decina di giornalisti – metà birmani, metà stranieri – ammessi nell’aula del Tribunale di Rangoon. Nonostante questa ultima, terribile prova, non ha perso gentilezza e eleganza. “Grazie di essere venuti, grazie del vostro sostegno” ha detto Aung San Suu Kyi, il Premio Nobel per la Pace nei pochi momenti in cui ha potuto esprimersi: “Non posso parlare con voi singolarmente, ma spero di potervi incontrare in giorni migliori”. Che il mondo intero, spera, arrivino presto per questa coraggiosa donna, simbolo della lotta per la democrazia e i diritti civili e politici in Birmania.
La giunta militare sembra determinata a non darle la libertà. La leader dell’opposizione birmana è sotto processo dopo che un cittadino americano ha “violato” (nonostante lei avesse chiesto di non farlo) il regime di arresti domiciliari a cui era sottoposta. Una trappola per la Lega Nazionale per la Democrazia, una trappola per avere la scusa necessaria per tenere dietro le sbarre il Nobel per la Pace e impedirle di essere protagonista delle elezioni multipartitiche promesse dai generali per il 2010. Lunedì, la prima udienza del processo era stata tenuta a porte chiuse. Alcuni diplomatici occidentali che avevano chiesto di assistere, erano stati “cacciati” dai soldati birmani. Un atteggiamento che ha provocato le proteste internazionali. E che hanno convinto la giunta birmana a cambiare strategia.
A sorpresa, oggi, le porte del tribunale sono state aperte e i rappresentati delle ambasciate che ne hanno fatto richiesta, più una decina di cronisti, sono stati fatti entrare per constatare di persona le condizioni di Aung San Suu Kyi. “L’abbiamo vista in forma - compatibilmente con la sua condizione di carcerata – e molto affiatata con la sua squadra di avvocati difensori” - ha detto uno dei testimoni oculari che ha avuto la possibilità di vederla. Non è chiaro che le udienze continueranno a essere pubbliche. I militari non l’hanno specificato. Ma il gesto di oggi non deve trarre in inganno. Il loro obiettivo è impedire che il Premio Nobel possa uscire dal carcere. Nyan Win, uno dei quattro legali che la difendono, ha detto che i generali vogliono accelerare i tempi per arrivare alla condanna. Tanto che, per l’udienza odierna sono stati convocati cinque testimoni che i giudici vogliono sentire in tutta fretta. Il tempo stringe: il 27 maggio scadono infatti i termini degli arresti domiciliari della leader dell’opposizione e i militari vogliono arrivare prima di quel giorno alla nuova condanna (e alla nuova pena) per aver ospitato “illegalmente” il cittadino americano che a tutti i costi ha voluto vederla. E vogliono farlo a dispetto delle pressioni internazionali.
Che in realtà, per ora, non sono così forti e convinte. Ieri per esempio, la Thailandia, in qualità di presidente dell’Associazione delle nazioni del sud-est asiatico (Asean), ha espresso “grave preoccupazione” per il processo a Aung San Suu Kyi, ma ha escluso che l’organizzazione possa adottare sanzioni contro la Birmania che è uno dei suoi Stati membri. Dietro questo atteggiamento così prudente c’è il fantasma della Cina. Pechino per aumentare la sua influenza su quella parte dell’Asia, appoggia il regime militare birmano, garantendogli un supporto che impedisce di creare un vero e proprio cordone sanitario (d’isolamento) nei confronti di Rangon.
Anche l’Europa ha alzato la voce. Bruxelles ha chiesto la immediata liberazione del leader dell’opposizione, ma l’utilizzo di nuove sanzioni contro Rangon sono state giudicate un’arma spuntata da parte del Commissario europeo alle Relazioni esterne, Benita Ferrero-Waldner. Il destino di Aung San Suu Kyi rimane sempre di più nella mani dei militari birmani. Loro non vogliono che esca dalla prigione. La temono troppo. Sanno che la sua figura è in grado di mettere seriamente a rischio la stabilità del regime. Per il Nobel per la Pace, i prossimi giorni saranno probabilmente decisivi. Speriamo, come ha detto lei ai diplomatici nell’aula del processo, che “siano giorni migliori”.
- Mercoledì 20 Maggio 2009

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