di Giovanni Porzio
Sarà l’India di Sonia e Rahul Gandhi a guidare la riscossa dell’economia globale e a scongiurare il rischio di una recessione prolungata? I mercati finanziari ci scommettono: lunedì 18 maggio, a poche ore dal trionfo elettorale del Partito del congresso, l’indice Sensex della borsa di Mumbai ha registrato un guadagno record del 17,24 per cento e le contrattazioni sono state sospese per eccesso di rialzo.
Il responso dei 714 milioni di indiani che hanno partecipato al più imponente suffragio universale della storia ha smentito le previsioni: la coalizione uscente dell’anziano premier Manmohan Singh, rispettato ex funzionario del Fondo monetario internazionale, ha conquistato 262 dei 543 seggi in palio sfiorando la maggioranza assoluta al Lok Sabha, la camera bassa del parlamento. Le forze centrifughe che minacciavano di compromettere la stabilità del gigante asiatico sono state sconfitte. Gli integralisti indù del Bharatiya Janata Party restano al palo, i comunisti crollano nelle loro roccheforti del Bengala e del Kerala e Mayawati Kumari, l’icona degli intoccabili, non va oltre il prevedibile successo nel popoloso stato dell’Uttar Pradesh.
La dinastia dei Gandhi ha saputo reinventarsi guadagnandosi la fiducia degli elettori. E il merito è soprattutto di Sonia, l’italiana che non voleva entrare in politica e che i nazionalisti continuano a considerare un’intrusa. Sotto la sua leadership il Congresso ha gestito la legislatura bilanciando spesa pubblica e riforme del mercato. Ha avviato le privatizzazioni ma ha investito quote rilevanti del pil nella sanità, nell’istruzione, nello sviluppo rurale e nei sussidi ai 300 milioni di contadini che vivono in estrema povertà.
Anche l’azzardo di lanciare l’opaco e inesperto Rahul nell’agone politico, ignorando le accuse di nepotismo, si è rivelato vincente. Il trentottenne erede designato, figlio (del padre Rajiv), nipote (di Indira) e pronipote (di Jawaharlal Nehru) di primi ministri, e lui stesso premier in pectore, ha fatto il pieno dei voti fra i giovani (il 75 per cento degli indiani ha meno di 40 anni) e nei ceti urbani più dinamici, attenti agli indicatori economici più che alle divisioni di casta e religiose.
Affrancato dai veti incrociati dei 13 partiti della vecchia compagine di governo, l’esecutivo dispone ora, almeno sulla carta, dello spazio di manovra necessario per attuare le riforme a lungo rinviate nel settore finanziario, nell’amministrazione, nelle assicurazioni, nel commercio. Anche se a raffreddare l’entusiasmo degli imprenditori e degli operatori di borsa è intervenuto il ministro dell’Industria Kamal Nath: «L’India è open for business» ha dichiarato in un messaggio agli imprenditori stranieri «dobbiamo però tener conto dell’attuale crisi e generare politiche che creino occupazione».
L’India è stata in parte risparmiata dai contraccolpi della recessione globale: la crescita annua è scesa di 3 punti, ma si mantiene al 5 per cento. Grazie a una struttura economica orientata al consumo interno, meno dipendente rispetto alla Cina dalle esportazioni, e protetta da leggi e regolamenti che limitano l’accesso dei capitali stranieri. «Il nuovo esecutivo» prevede Nandan Nilekani, copresidente della Infosys, colosso indiano dell’informatica, «cercherà di snellire la burocrazia e di diluire la partecipazione statale nelle banche e nell’industria. Ma le privatizzazioni saranno graduali. Dobbiamo trovare il giusto equilibrio tra libero mercato e distribuzione della ricchezza».
La partita si giocherà soprattutto nelle campagne. Per sostenere gli attuali livelli di crescita è essenziale che lo sterminato esercito di consumatori rurali abbia redditi sufficienti per acquistare beni e servizi made in India. Nei 5 anni del suo primo mandato il governo di Manmohan Singh ha fatto molto per alleviare le condizioni di vita degli 800 milioni di indiani che campano con meno di 2 dollari al giorno: contributi e prestiti senza interessi ai contadini oppressi dai debiti, costruzione di scuole, dispensari, cliniche di villaggio.
Ha inoltre approvato il Nrega (National rural employment guarantee act), un programma di assistenza che garantisce 100 giornate di lavoro all’anno con un salario minimo giornaliero di 141 rupie, poco meno di 3 dollari.
L’aumento della spesa pubblica negli anni del boom è stato compensato dalla costante e straordinaria crescita dell’economia. Adesso però le casse dello stato rischiano di svuotarsi. Il disavanzo è balzato all’11 per cento del pil, con un rapporto debito/prodotto interno dell’80 per cento (in Italia è intorno al 110 per cento), il più elevato tra i paesi in via di sviluppo.
Stimolare la produzione industriale, modernizzare le infrastrutture, mobilitare i capitali e incoraggiare gli investimenti sono gli strumenti indispensabili per continuare a finanziare la gigantesca rete di protezione sociale. È una sfida che l’India, più di ogni altra nazione emergente, sembra in grado di affrontare. Ne è convinto Amit Mitra, segretario generale della Federazione delle camere di commercio di Delhi. «Se il governo farà le riforme» dice «assisteremo a un massiccio afflusso di capitali anche dall’estero. Quello indiano resta uno dei mercati più promettenti e competitivi al mondo».
Anche Barack Obama deve avere tirato un sospiro di sollievo all’annuncio dei risultati elettorali in India. Richard Holbrooke, l’inviato speciale della Casa Bianca per l’Afghanistan e il Pakistan, ha più volte dichiarato di ritenere cruciale il ruolo di Delhi sullo scacchiere asiatico.
La sconfitta dei nazionalisti indù spiana la strada a una ripresa delle trattative fra il governo indiano e quello pachistano sull’irrisolta questione del Kashmir, dove da oltre 60 anni le forze armate e paramilitari dei due paesi si combattono: conflitto che costringe Islamabad a concentrare uomini, mezzi e risorse al confine orientale distogliendoli dal fronte afghano.
I colloqui segreti tra le due capitali, già interrotti nel 2007, furono affossati dalla strage di Mumbai del novembre 2008, quando risultò chiaro che alcuni dei terroristi si erano imbarcati a Karachi ed erano stati addestrati sui monti kashmiri controllati dal Pakistan. Ora, con i talebani alle porte di Islamabad e un governo indiano più disponibile al dialogo, anche la strategia di Obama sembra avere maggiori possibilità di successo.
- Sabato 23 Maggio 2009

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